martedì 26 febbraio 2013

LA SINDROME ANISTON



C’è quella giornata in cui ti svegli, fuori o nevica o piove e dentro tu cominci a dar libero sfogo all’almanacco delle tue parolacce preferite, poi andando a fare colazione scopri che non hai più la tosse ma ti fa male la gamba, il tuo corpo somatizza la sofferenza trasformandosi rispettivamente in: emorroidi, febbre, otite, bronchite, dissenteria e svariati strappi muscolari.

La sofferenza è causata dalla sindrome Aniston, Jennifer Aniston.
Sì perché ci ricordiamo tutti la sua storia, bella e raggiante, attricetta di serie tv, di quelle con le risate finte in sottofondo, viene calamitata dal signor-son-tutto-io-Pitt-Brad-Pitt e sbam, maritata con un anello gigantesco e un taglio anni ’90 che Geri Halliwell in confronto sembrava “solo” la cassiera del discount.
Poi il fattaccio, lui incontra un’altra e chiede il divorzio.

Quell’altra non è una qualsiasi ma la Jolie, miss-labbra-a-cuore e per la coppia viene coniato addirittura un termine assurdo, BRANGELINA, che non è il nome di un disinfettante intestinale omeopatico.
Segue la nidiata di figli provenienti da tutto il mondo e di tutti i colori e una stucchevole serie di trovate pubblicitarie che soffocano il globo con loro felici in tutte le salse.

E la povera Jennifer?

Lei, mollata, lasciata malamente, umiliata e trattata come una reietta cosa fa? NULLA.
Nessuna rehab vestita di bianco alla Demi Moore, nessun killer assunto a tempo pieno, nemmeno un piccolo tentativo di suicidio, niente. Zitta. Muta. Sofferente.
La verità è che chiunque di noi crede nell’amore, vive in amore, piange ride e mangia per amore e poi arriva quella tranvata in piena fronte che è inevitabile tanto quanto il cattivo gusto.

Sei felice, pensi che la persona che hai accanto farebbe di tutto per tenerti stretto e un attimo dopo ti accorgi che non puoi contare se non sulle tue uniche e incessanti forze.
Ti dimeni, soffri come non avresti mai pensato di soffrire, ti sfondi di cibo, piangi anche con il postino che ha citofonato per una raccomandata e non per sapere come stavi e sembra che al mondo non esista un buon motivo per svegliarsi al mattino, nemmeno scrivere frivolezze su Twitter.

Jennifer in silenzio ha superato tutto questo e ha cominciato a collezionare fidanzati, sparizioni, individui poco raccomandabili e una manciata di psichiatri, sempre con la stampa alle calcagna, sempre con gli sguardi altrui che risuonavano un “POVERINA” a ogni film, a ogni fallimento sentimentale.

Ma grazie a Jennifer che si è immolata per noi, noi comuni mortali possiamo dire “SE CE L’HA FATTA LEI”. Se ce l’ha fatta lei a superare un divorzio milionario con quello che le donne considerano “IL BONO DEL MONDO”, se ce l’ha fatta lei a vedere “L’ALTRA” abbarbicata al suo ex marito in copertine, film, sui red carpet e addirittura come testimonial di associazioni benefiche, allora possiamo farcela anche noi a distaccarci da un idraulico scontroso, da un megalomane bugiardo, da un tifoso della Lazio con l’alito pesante o da una persona a cui abbiamo dato tutto quel poco che avevamo solo perché l’amore ci ha calcestruzzato il cervello!

[*calcestruzzato: voce del verbo calcestruzzare. Cementificare, annacquare e chi ne ha più ne metta]

Sì, possiamo.
Siete stati mollati con le solite tre cose “E’ un periodo difficile”, “Meglio che ci schiariamo le idee” o il peggio “Non sei tu, sono io”?
Beh, voltare pagina e cambiare piano tariffario è possibile.
Asciugarsi le lacrime e cominciare a lavorare di pancia e bicipiti per tornare in società è possibile.
Smetterla di farsi domande e allontanare strane congetture pure.

Jennifer ci ha insegnato che anche lei come Marco Mengoni quando il mondo cade a pezzi crea nuovi spazi, nel suo guardaroba. Butta tutto il vecchio.
La camicia di Brad, via, l’orologio di Brad, via, l’anello di fidanzamento che le ha regalato Brad, via, (in cassaforte perché con quello ci si paga l’IMU).
Insomma, tutto si risolve e tutto si supera.

E una sera ti accorgi che  “SPICE UP YOUR LIFE” sparata in radio a tutto volume alla fine di una giornata difficile, può strapparti quel sorriso che avevi dimenticato.

lunedì 18 febbraio 2013

TRENITALIA E LA CERVICALE DI BEYONCE'


Nessuna riuscirebbe ad ancheggiare come lei

Per una volta che il sottoscritto riesce a fare una cosa buona e a programmarla con un velato anticipo, la sicurezza che apparisse una sfiga a ciel sereno era nell’aria frizzantina della bassa padana.
Frecciarossa Roma-Milano, vengo mollato a Tiburtina un’ora e mezza prima da mio zio perché aveva predetto l’ingorgo automobilistico più trafficato della storia di tutta la capitale ma in realtà sulla strada c’eravamo solo io, lui e qualche taxista abusivo.
Così, mi ritrovo in questa stazione ultra-terrena, rampe, scale e ambienti futuristici, architetture all’avanguardia ma poi mi guardo attorno e non vedo manco una panchina, una sedia, una sala d’attesa, il nulla.
Mi accomodo su una scalinata e la polizia mi dice che non ci si può sedere.
LA POLIZIA.
Fuori si accoltellano, organizzano barbecue sulla tangenziale ma i poliziotti con la divisa immacolata vengono da me perché ho osato sedermi.

A quel punto, sconsolato, mi chiama mia madre.

“Se ti capita, compreresti un calendario ufficiale della Lazio per Daniela?”

mercoledì 6 febbraio 2013

IL COLORE DELLO SPAZZOLINO



“MAMMAAAAAA” urlato da un piano all’altro segue sempre “DI CHE COLORE E’ IL MIO SPAZZOLINO?” a casa mia, è una scena classica, una di quelle che nel proprio lessico famigliare mantiene il primato per qualche generazione.
Ho sempre avuto un rapporto di odio-amore con lo spazzolino da denti.
Per lo spazzolone del water invece nutro uno dei miei odi più reconditi.
Quando viaggio ad esempio lo spazzolino è la cosa che al 99% dimenticherò in bagno, non importa che io abbia preso la macchina, attraversato a testa alto il reparto surgelati, confrontato prezzi e offerte della versione completa spazzolino-dentifricio-filo-interdentale e affrontato orgoglioso la cassiera che con il suo “Ha la tessera Spesamica?” indebolisce le mie sicurezze terrene, io lo lascerò lì, intonso, pronto ad aspettarmi al mio rientro.
Come un cagnolino fedele. Come la polvere sui libri. Come una multa da pagare.

domenica 20 gennaio 2013

MA CHE CE FREGA




MA CHE CE FREGA DELLA MONDANITA’ QUANDO HAI REAL TIME E UN SOFA’.
È il motto di questo week end in cui dopo aver lavorato per ore e ore con le infradito ai piedi mi sono completamente spiaggiato sul divano e non ho mosso un muscolo/ organo/ arto, cervello incluso.
Tutto quello che desideravo era un brutto film seguito da un imbarazzante fiction dai melensi dialoghi, ho trovato tutto questo in “Beverly Hills Chiwawa” ed “Elisa di Rivombrosa”, la contessina Ristori infatti ha allietato due ore della mia vita con le sue drammatiche vicende, voi non potete capire quante sfighe deve subire questa derelitta. Le hanno ucciso il marito, fregato da sotto al naso il castello e il feudo, poi c’è un matrimonio di mezzo e ci scappa il morto, addirittura i contadini vengono invitati alla cerimonia e la nobiltà torinese così snob e antiquata rimane infastidita dalle stranezze di casa Ristori.
“La gente dopo la Rivoluzione non conosce le regole della bella vita” apostrofa qualcuna delle aristocratiche presenti.
Necessitavo di non fare alcun pensiero profondo sul senso della vita, su quello che voglio fare da grande e sui sentimenti che ho messo nella ghiacciaia per sollevarmi dal peso della mente e del cuore.
Quindi Elisa di Rivombrosa è stata la ciliegina sulla torta.
Così come la mia intervista per Letterman, proprio quella Letterman che sul suo blog si diverte a far conoscere i suoi virtuali colleghi con domande per nulla scontate e che mettono in crisi anche me, uno che pensa di avere sempre la risposta pronta.
Insomma, vado a dire cagate anche sui blog altrui.
TROVATE QUI L'INTERVISTA  fate finta che io sia seduto nello studio di Letterman, seduto sulla poltrona in pelle o velluto, accanto alla scrivania e come sfondo una bella panoramica pacchiana di Manhattan.
Che classe.
MI SENTO LINSDAY LOHAN TIME.

venerdì 21 dicembre 2012

CRONACA DI UNA LAUREA PER BENE



Questi e altri deliri nel mio primo libro ebook "Pezzenti con il papillon", lettura disimpegnata ideale per il Natale.


Mi sono laureato, “Auguri” “Complimenti “E ORA?” “Che farai DOPO?”.
Tranquilli che non vengo a chiedere l’elemosina, al massimo vengo a farvi la polvere al posto della domestica cilena.
Tralasciando il risultato, il titolo onorifico e l’occasione in sé vorrei narrare ai posteri tutti quegli accadimenti che negli anni saranno argomenti di conversazione a pranzi di Natale e battesimi mondani.
Mi sono laureato a Parma il 19 dicembre 2012, parto il giorno prima dalla campagna milanese e vengo ospitato dal mio fedele amico parmigiano e dal suo gatto Frank, così soffice che nel mio cruento pensiero si trasforma in candido colbacco, ideale per un week end ad alta quota o per la Messa di Natale.

La mattina seguente, dopo una notte insonne in cui ho elucubrato tutte le sfighe che potevano giungere in prossimità di quel momento, mi sveglio, mi lavo, mi imbottisco di una decina di compresse Imodium e aleggio all’Università, nella prestigiosa Aula Magna con la consapevolezza che posso studiare storia dell’Arte per altri mille anni ma le pseudo-sculture di Arnaldo Pomodoro disseminate qua e là mi faranno sempre vomitare.
La mia discussione è prevista per le 9.45 e alle 9.15 nessuno della mia famiglia respirava affannosamente nelle mie immediate vicinanze. Avevo dato precisissime direttive sull’ora della sveglia, sulla destinazione, sul parcheggio e  istruito ogni singolo membro sui vari incroci con semaforo. “DOVE SONO?” ho chiesto come Miranda Priestley quando aspetta il suo caffè mattutino.
“Stiamo arrivando”.
Scorgo il lunghissimo labirinto e vedo Mamma, Papà, sorella, poi Riccardo e Lisa, entrambi inconsapevoli vittime di un viaggio in macchina Milano-Parma. E infine un’ultima macchia di colore.
È Penelope.
Il cane.
Non ho mai conosciuto nessuno che alla propria laurea avesse con sé un cucciolo di cane che minacciasse di abbaiare durante l’approfondita discussione della tesi.

lunedì 17 dicembre 2012

HEY PONTIFEX, IL MIO VISONE HA UN PELO BIANCO



E’ dicembre, fa freddo, se non spali la neve davanti a casa rischi di catapultarti a pelle d’orso facendo divertire la colf della vicina di casa che misteriosamente sbatte il tappeto finto persiano sul balcone, e poi “Enigmi Alieni” ripropone a ruota libera documentari sui Maya convincendoti che gli antichi extraterrestri sono talmente radicati nella nostra società che li puoi riconoscere ovunque.
Anche nelle impiegate delle poste con ricrescita brizzolata e cerchietto di plastica.

E nel cervello di Nicole Minetti.

Quest’ultimo è stato proprio nidificato.


In barba ai Maya e a queste dicerie sulla fine del mondo ho deciso di anticipare l’apocalisse concedendomi una pizza gigantesca sfidando un virus intestinale che ormai mi vuole troppo bene. In una pizzeria milanese, Pizza Ok, ci fanno sedere in mezzo ad altri due tavoli a distanza cinque centimetri così posso ascoltare i discorsi altrui.

A destra: due ventenni eterosessuali, accaldati, in maniche corte, bevono birra come normanni impazziti e discutono di donne.

“La rossa mi piaceva una cifra, sono andato a prenderla sotto casa, scende con un abitino cortissimo, accavalla le gambe e ciao, non riuscivo a parlarle”.

Segue però un discorso filosofico sul fatto che le belle ragazze spesso non hanno carisma e che portandole in giro può essere imbarazzante notare quanto siano prive di contenuti. Un ventenne serio, addirittura simpatico, pensavo si fossero estinti.


A sinistra: due amici gay a cena di cui uno sempre al telefono che beve acqua naturale temperatura ambiente, parla poco e solo di moda “Ho provato quella camicia di Prada, carina” e con la faccia schifata taglia la pizza lasciandone metà.


TANTE SBERLE QUANTO BRUTTO IL MAGLIONE CHE INDOSSAVA.

venerdì 14 dicembre 2012

MOLLO TUTTO (?) E APRO UNA MERCERIA



L’altro giorno ho incontrato a Milano la mia prozia, 82 anni, così per caso. Tornava da una passeggiata e osservando due querce in un giardino mi ha detto “Hai visto com’è strana la natura? Una ha perso quasi tutte le foglie, l’altra è rigogliosa”.
Alludeva alle mie calvizie precoci?
No, voleva solo ammirare i colori dell’autunno, cosa che non avrei minimamente fatto se non avessi incrociato la sua lenta e simpatica camminata.
Io e lei chiacchieriamo sempre come due compagni di banco, così mi ha narrato l’ultima novità del quartiere.
“C’è una merceria più avanti sul viale, pare l’abbia aperta questa grande manager di non so che cosa, si era stufata di tutte quelle pratiche là e ha mollato il lavoro per aprire il suo negozietto”.

Mi ha fatto molto riflettere, se una donna in carriera, una di quelle che le palle le strizza non solo al marito ma anche al capo branco di una nota multinazionale, lascia la sua vecchia vita per iniziare a parlare di orli e bottoni vuol dire che la merceria è ancora un’isola sicura, un luogo di vento calmo.
Grazie a un piccolo hobby che non mi porterà lontano ma è più rilassante di un pediluvio dopo sei ore con gli scarponi da sci, frequento molte mercerie e ho sempre riscontrato una grande umanità e un grande savoir faire. È la verità, chi lavora è sempre accogliente ed educato, chi ne è cliente ci entra con placidità.
Non è come andare in posta che se c’è fila ti innervosisci, in merceria ci possono anche essere venti vedove davanti a te, ti siedi e aspetti il tuo turno facendoti una gran chiacchierata in allegria.
A Melegnano ci sono Le Marcelline, due signore cordialissime che con la loro merceria di provincia riforniscono tutta la bassa padana milanese. Vuoi le calze color carne 85 denari super resistenti? Ce l’hanno. Cerchi disperatamente un’introvabile cerniera per quei pantaloni anni ’70? Ce l’hanno. Non puoi fare a meno di quella piccola sfumatura di raso? Loro ce l’hanno e sono contente di averlo.

sabato 8 dicembre 2012

LA PRIMA DELLA SCALA: LE REGOLE (NON DETTE)



Per amore della verità scrivo avvolto in un pantalone scozzese, maglione color carta da zucchero, camicia e bow tie allacciato, così, senza motivo alcuno.
E’ il giorno in cui Milano festeggia Sant’Ambrogio e nevica, nevica copiosamente.
Sant’Ambrogio è la festa per cui la classe media si reca alle bancarelle mentre la classe privilegiata è in attesa dell’evento mondano per antonomasia, la prima della Scala.
Esserci è un dovere sociale e vestirsi un dramma dalle molteplici preparazioni.
La piazza sgombra, la neve che fiocca e una Milano che di fronte a questo glamour sogna ad occhi aperti un lusso d’altri tempi, che male c’è, in tempo di austerità osservare l’eleganti gonne che frusciano verso l’ingresso illuminato, invidiare i gioielli scintillanti su decolleté non sempre di primo pelo.

La prima alla Scala accende i riflettori sull’alto rango milanese, su quelle famiglie che da generazioni si contendono i loggioni e il posto in platea “Suvvia, io voglio il balconcino damascato” e che non rinuncerebbero a questo evento nemmeno per una svendita degli ermellini papali.
Camilla Cederna scrisse che la vera famiglia milanese è quella che ha il loggione alla Scala e la tomba al Monumentale, e ancora dopo 100 anni, nonostante i loggioni non siano più immobili privati, la Milano “che conta” e “che paga” la pensa così.
Ogni anno le polemiche, ogni anno il riflettore però punta alla mondanità e a quell’eleganza superba che le signore sfoggiano quella sera, che sia per Wagner o per Verdi, il savoir faire che si respira nel ridotto è meglio di un Arbre Magique nella macchina di un tabagista.
La regola numero uno, diventata ormai tradizione, è la pelliccia. Puoi essere anche l’ultima arrivata nella cricca sociale milanese, puoi essere anche additata come “La signorina due divorzi che sposa il vecchio e asociale Conte tal-dei-tali per arricchirsi” ma la pelliccia la devi avere.

mercoledì 5 dicembre 2012

LE PAROLACCE NON SI ABBINANO ALLE PERLE



Milano è una città dove “E’ stato già fatto tutto” e purtroppo “Tutto è stato già inaugurato” quindi che tu abbia pubblicato un libro, se pur in versione digitale, o faccia delle cosine handmade  coltivando una tua naturale creatività, la gente difficilmente se ne interessa.
Sono lontani i tempi in cui la fucina dell’iniziativa portava a sé curiosi e perché no, esibizionisti, oggi si tende sempre a tralasciare un invito, mondano o più sempliciotto che sia.
È nel quadrilatero della moda (o delle Bermuda?) che sopravvive quello spirito che riesce a coniugare la strategia imprenditoriale alla frequentazione di un’alta società che domina la Madonnina, i più ermetici salotti e i loggioni de La Scala.

Dimenticate il banchetto nella piazza del paese di provincia o l’iscrizione al mercatino dell’antiquariato della zona, ora le socialité presentano le creazioni forgiate dalle loro curatissime mani nelle case più belle della città, istituendo un evento mondano che alcuni non si perderebbero per niente al mondo.
Gioielli con splendide pietre dalle sfumature più à la mode, “Oh come mi piace quel verde sottobosco con il dettaglio al lobo così brillante”, turchesi color mare in perfetta sintonia a quei rosa antico di grande raffinatezza.
Giovani che non si miscelano al mondo commerciale della moda, ragazze nate bene che si dedicano a un hobby forsennato che le costringe e rivedere gli schemi della propria creatività osando nei materiali e nei colori, senza mai eccedere da quelle regole di charme.

L’eleganza indubbia di gioielli dalle classiche forme ma dagli innovativi accostamenti cromatici sbrilluccica tra l’inaugurazione di una nuova mostra, “Pare ci sia una scultura che dicono assolutamente deliziosa” e quel cinema d’essai “Come mi piace l’odore del cinema in legno di una volta” che ancora sopravvive al cemento del progresso.
Le giovani imprenditrici organizzano queste presentazioni, poi tramutate in vendite, spesso benefiche, nelle loro case dagli inanimati stucchi color zafferano oppure nei salotti dei loro amici previa autorizzazione delle eleganti madri.

Milano e non solo, anche Bologna, Firenze, Roma, Torino e, très chic, Parigi.
Pochi ma ben selezionati gli invitati, frivole le conversazioni, bandite le parolacce, si serve il tè, un succo di frutta “Pesca, albicocca o ananas?” fino a un più audace prosecco sul finire del meriggio, “Frizzante grazie”, il tutto con estrema dovizia nei particolari.
Queste ragazze sanno ricevere, fanno beneficenza e la cordialità con cui si presentano anche agli amici degli amici o a quelli che “Passavo di qui e ho pensato di fare un saluto” curiosi di assaporare le creazioni handmade delle più, è dannatamente impeccabile.
“Il mio scopo è quello che ogni donna indossi un bel paio di orecchini” confessa l’ape regina del gruppo, quasi una missione umanitaria direi.
E quelli che realizza sono così raffinati che glielo auguriamo. 


Vi invito a scaricare e a leggere su Kindle, iPhone, iPad e anche sul pc la versione ebook del mio primo libro "Pezzenti con il Papillon", lo trovate qui

venerdì 30 novembre 2012

"PEZZENTI CON IL PAPILLON" DIVENTA E-BOOK O COME DIAVOLO SI DICE



Questa volta ho peccato di presunzione e ho tentato una strada alternativa.
Nell’aprile del 2011 vivevo a Parma, scrivevo tantissimo sia sul blog che su quei vari taccuini Moleskine su cui mi sono fatto venire numerosi crampi alla mano, e un giorno mi è balenata in mente l’idea malsana di raccogliere tutto in un “libro”.
Ho cominciato quindi a scrivere con un approccio più metodico, vedendo un filo conduttore in tutte quelle puntate apparentemente disparate, assumendo lo stesso punto di vista esterno per raccontare ciò che meglio conosco al mondo: me stesso.
Poi c’è stato l’Erasmus che ha ingigantito i miei sentimenti e la mia passione per la scrittura, tanti i personaggi buffi da descrivere, tante le battutacce da caserma che potevano far sorridere chiunque, questo ha fatto sì che tutto potesse prendere forma senza che io l’avessi imposta a priori.

Io così so scrivere, pezzi scuciti di vita con un po’ di humour, un po’ di risatine soffuse e la semplicità di cose che viviamo quotidianamente.
Così oggi, prendendo il giusto coraggio e mantenendo la giusta umiltà, ho deciso di pubblicare questo “libro” (difficile definirlo tale, i libri sono quelli di Dacia Maraini, di Camilla Cederna, io sono Lorenzo Bises, diamine) versione e-book su Amazon.
Perché?
Un semplice motivo: perché no?
Mi sono messo in gioco, sto provando a realizzare un mio sogno.
“Pezzenti con il papillon” è un polpettone, sapete quelle ricette della nonna dove lei butta dentro qualsiasi cosa trovi nel frigorifero perché deve partire per Cervia in vacanza? Ecco.
Io ci ho buttato tutto me stesso.
Ci sono le mie coinquiline pugliesi e la loro impegnativa madre, i miei amici e la mia famiglia, addirittura il segreto del budino di mia nonna, qualche pillola di moda, tante nefandezze del malcostume di provincia, i miei vizi e le mie poche virtù. E poi crisi relazionali, abbandoni nostalgici, vita notturna ed eleganti Vernissage. In questo libro si può trovare la vostra vita raccontata da me perché quello che ho vissuto io è quello che vivete voi tutti i giorni anche se in altre città.

C’è tutta la meravigliosa e divertentissima avventura dell’Erasmus, gli incontri fortuiti sul treno o sulla metropolitana, le domande strampalate dei bambini al corso di nuoto, i professori e la compagna tamarra delle elementari, insomma c’è tutto. Un polpettone con il papillon.
Ci sono pezzi estratti dal blog, quelli con cui abbiamo riso di più e con cui siamo entrati in contatto commento dopo commento, riadattati per il libro togliendo qualche fronzolo, altri invece sono del tutto inediti scritti appositamente per questo lavoro in cui ho creduto fin dal primo istante.
Insomma, è difficile parlare di questo libro per me che l’ho scritto.
Spero potrete farlo voi.
So che non sono Alfonso Luigi Marra e che non potrò mai avere uno strategismo sentimentale al pari livello di Manuela Arcuri, MA, ma sono sicuro che qualche risata sulla tazza del water ve la farò fare.
E per ogni copia scaricata vi mando un set di dodici pentole in acciaio Inox, un set per cuocere a castello (se mai riuscirete a eludere alcune delle leggi della termodinamica) e anche un materasso losangato per il vostro My Little Pony.
Se non vi ho convinto così allora il mio animo Mastrota si ritira a vita.

Altrimenti questo è il link dove trovare “Pezzenti con il papillon” così da leggerlo sul Kindle (?) sull' iPad (??) e sul vostro chiccosissimo iPhone (rischiando la paresi della cornea), e sul pc, possibilmente con un cuscino sotto al sedere

(Un grazie di cuore a Sarinski che davanti a una tazza di tè caldo mi ha detto “Provaci, fallo” mentre io ancora stavo pensando “Che meraviglia di capelli” seguito da “Oh Dio che shatush”).
E figurati se non scrivevo ancora la parola shatush, è un’ossessione la mia.