venerdì 1 giugno 2018

LA TATA: 20 ANNI DOPO

PAZZESCA

Che io sia un tipo nostalgico degli anni passati ormai è chiaro come il sole a mezzogiorno ma tutto questo mio sentimento per quello che teoricamente ci saremmo lasciati alle spalle è stato reso ancora più evidente da quando un mese e mezzo fa va in onda “La Tata” su Paramount Channel dal lunedì al venerdì dalle 19:40.
Quando ho visto la pubblicità ho gridato di felicità che quasi i vicini di casa si sono riuniti sul pianerottolo per capire se ero stato aggredito o avessi vinto alla lotteria, ma per me era ancora meglio di una grattata vincente perché Francesca Cacace è il mio spirito guida e aspettavo questo momento da decenni.
La Tata rappresenta quella mezz’ora di pace indisturbata che avevo prima di cena alle 19:30 quando ero ragazzino e tornavo dal centro estivo, erano gli anni ’90 e ricordo come fosse ieri la sensazione di totale spensieratezza che quegli attimi mi trasmettevano.
Felice, sereno, stavo fuori tutto il giorno, tornavo a casa, doccia, diario segreto e la Tata, fino a quando mio padre tornando dal lavoro si lamentava che sembravo uno scemo perché ridevo in sincrono con le risate finte della serie.
Era più forte di me, nella realtà mi è sempre bastata un’espressione di Francesca, un suo scendere le scale con un completo assurdo o l’ingresso trionfale in cucina di zia Assunta per farmi ridere come poche cose al mondo.

Capisco che per tanti è solo una stupida americanata  ma Tata Francesca era una di famiglia e adesso che posso tornare a cenare guardando le sue puntate tocco il cielo con un dito.
Da noi è arrivata nel 1995 ma è nel 1999 che hanno iniziato a trasmetterla su Italia 1 e sono quelli gli anni in cui noi figli degli anni ’80 l’abbiamo assaporata minigonna dopo minigonna.
E che trauma abbiamo subìto quando abbiamo scoperto che nella versione originale è un’ebrea di origine polacca e non una ciociara di Frosinone? Quando sono passato da Frosinone e non ho visto nella piazza principale una statua di Francesca ne ero abbastanza addolorato, il mondo lo meritava.
Questo dimostra però che noi italiani abbiamo creato un mito nel mito plasmando lo stereotipo dell’ebreo americano a nostro piacimento, da questa sovrapposizione sono nati zia Assunta, Lalla, la favolosa Zia Yetta, lo zio Antonio, la zia Frida e il Nonno di Francesca che con le pecore in Ciociaria ha fatto fortuna. E’ tutto geniale.

Arrederei la mia camera come la sua seduta stante.


Rivedendolo a vent’anni di distanza mi colpisce prima di tutto la modernità dei temi trattati, perché si parla apertamente di omosessualità, madri surrogate, adozioni, tutti temi che fanno certo sfondo a battute e ridicole messe in scena ma erano gli anni ’90 e se ne parlava, era all’avanguardia e ha fatto da apripista a tante sit-com che ancora oggi ci tengono incollati.
Prima di Sex and the city, prima di Gossip Girl, prima di Paris Hilton,  prima di blog e Instagram, Francesca Cacace ora avrebbe tutte le carte in regola per diventare un’influencer da podio, le sue discese di scale diventerebbero virali, i baci con il signor Sheffield il sogno di ogni millenials ma sono felice che sia rimasta quasi un nostro patrimonio, perché noi c’eravamo e senza poterlo condividere sui social ridevamo alle sue battute scoprendo in modo casuale che ci accomunava quell’appuntamento durante le sere d’estate.

MI FA SPACCARE
Rivedendo le puntate penso sempre che oggi la società convulsa e critica spesso senza ragione avrebbe da polemizzare molto sul personaggio, le battute e i messaggi sbagliati che forse in fondo potrebbero arrivare al pubblico. Francesca sarebbe vista come una sgualdrina arrampicatrice sociale con disturbi alimentari (magra e in formissima che però si abbuffa di torte alla crema direttamente dal frigo? Anoressia e bulimia, polemica immediata), zia Assunta continuamente accusata di mangiare tutto ciò che si trova sotto al naso sarebbe dichiarata curvy e direbbero che subisce bullismo quando le danno della cicciona, le femministe interverrebbero per difendere Cici Babcock e Niles tacciato di maschilismo se non fosse che anche lui è in stato di schiavitù e non è un messaggio positivo far vedere che il personale di servizio non ha spazi propri al di fuori della famiglia per cui lavora.
Non avrebbe avuto vita facile ma negli anni ’90 forse eravamo meno politicamente corretti e ragionavamo un po’ di più riuscendo a scorgere sempre il limite dell’ironia.
Dal set poi sono passate tutte le grandi star del firmamento fine anni ’90, personaggi come Barbra Streisand, mito imperituro di Francesca, Pamela Anderson, Ray Charles, Elton John, Elizabeth Taylor, Celine Dion e tantissimi altri, persino Diana che non appare ovviamente ma sempre citata  “Vado un po’ a vedere alla tele che combina Diana” dice Francesca e lì il mio cuore ha fatto il rumore di un cracker friabile.

venerdì 25 maggio 2018

RIVALITA' A CORTE: CHE NOIA

Royal Wedding 2018

Un Royal wedding è un evento storico e mediatico dal quale si scatena una sorta di mania/ossessione, si studiano i cerimoniali, i protocolli, la posizione delle piume a seconda della rotazione terrestre per capire se quella persona ama o no gli sposi, si analizzano le palette degli abiti di tutte le invitate e si fanno supposizioni sui rapporti che intercorrono tra la famiglia reale.
È stato tutto molto bello, splendeva anche il sole su Windsor ed Harry e Meghan erano dolci, emozionati e sinceramente affettuosi.
Ci basta? Certo che no.
I rumors hanno definito la regina “nervosetta”, Kate Middleton “assente” e le cugine, le principesse di York “molto sobrie dopo la figuraccia al matrimonio di Will e Kate” come se indossare un soprabito di Valentino e un estroso cappellino firmato Philip Treacy fosse come scivolare davanti ai paparazzi cercando di sistemarsi gli slip tra le natiche.
Facciamo sempre pettegolezzi ma spesso mi immagino i membri della royal family ridere di gusto se sapessero tutto quello che viene estrapolato da una fugace espressione, uno sguardo e subito titoloni in cui si inneggia a un odio viscerale tra due che magari la volta prima si sorridono pacificamente.
Potremo mai sapere che cosa scorre realmente dietro le trincerate residenze di corte se non il vero sangue blu di casa Windsor? No.

Royal Wedding 2011


Forse poco ci è servito l’atteggiamento ossessivo subito da Lady Diana a cui piaceva stare sotto i riflettori per mostrare stile e imprese umanitarie, un po’ meno la follia di giornalisti e paparazzi che non la lasciarono in pace nemmeno dopo quel fatidico 31 agosto del 1997.
Se c’è una cosa che proprio mi annoia è la supposizione di sapere quali rapporti intercorrono tra due membri della famiglia reale, in particolare tra le donne, perché si sa che gli uomini sono soggetti al pettegolezzo solo per “tradimenti da Casanova” o perdita di capelli inattesa, mentre le donne, ah le donne quanto fanno vendere grazie a titoli evocativi “Meghan e Kate: E’ GUERRA”, “Meghan oscura Kate” con intere sezioni dedicate al confronto di stile, trucco, parrucco e addirittura genitoriali tra le due neo-cognate che convivono da nemmeno una settimana con il titolo di Duchessa di Cambridge una e del Sussex l’altra.
Più facile pensare che si detestino e che siano “due galline nello stesso pollaio”, piuttosto di ipotizzare che si sopportano con eleganza o che magari sono amiche e dentro Kensington fanno di quei pigiama party che nemmeno ci immaginiamo al sicuro da sguardi giudicatori.
Cosa dovrebbe temere Kate Middleton che ormai da 7 anni fa parte a pieno titolo della Royal Family, è Duchessa, ha 3 figli papabili eredi al trono e può sedere accanto alla Regina parlandole come spesso nessuno al mondo può fare? E Meghan perché dovrebbe tentare di oscurare la cognata quando ci sono abbastanza luci accese su entrambe?

È oggettivamente vero che tra di loro non scorrono risate spontanee e sguardi che evidenziano una forte amicizia ma questo possiamo dirlo solo attraverso le foto agli eventi pubblici in cui entrambe sono programmate per uccidere con le loro armi più affilate: gentilezza, eleganza, ricercatezza di comportamento e grande affabilità. C’è molta finzione e poca spontaneità in quello che vediamo ma così deve essere, i reali sentimenti, in tutti i sensi, sono trincerati dietro etichetta e protocolli.
Sono molto lontani ahimé i tempi delle scorribande notturne tra due principesse che si volevano un gran bene ed era chiaro a tutti gli occhi del mondo. Lady D e Sarah Ferguson.
La principessa “triste” e la folle rossa che ha infiammato i mitici anni ’90. Anche in quel caso i giornali avevano inneggiato a un clima di invidia e capricci reali tra le due, ma le avete mai viste le foto che le ritraggono insieme? Io ho creato addirittura una board su Pinterest perché sono le foto più belle in tutta la storia della Royal Family, sono autentiche.
Si è sempre favoleggiato sullo stile indiscusso di Diana evidenziato in ogni scatto ed è vero, ha un allure impareggiabile, così come è stato impareggiabile il rapporto tra le due cognate. Sarah Ferguson arriva come un ciclone nella famiglia reale dopo 5 anni che Lady D sposò il principe Carlo e grazie alla rossa consorte del principe Andrea, Diana sembra alleggerirsi dalla pressione dell’etichetta e tenta di imitare il carattere della cognata slacciandosi un po’ e mettendo in parte timidezza e senso del dovere.

ICONICHE 
Risate e risate, non ci sono foto dove Sarah e Diana non sorridano di cuore, si evince tra le due un senso di familiarità e profondo affetto come potrebbe esserci tra due giovani cognate in qualsiasi altra famiglia del mondo cosiddetto “normale”. Insieme sulle piste da sci, insieme ad Ascot a ridere tra gli spalti indossando pitagoriche spalline imbottite e grandi cappelli firmando quello che fu lo stile aristocratico degli anni ’80 – ’90. Non si può pensare che fossero rivali perché è evidente l’unione di due donne che insieme facevano la forza e sopportavano la rigida etichetta, i loro mariti totalmente eclissati dal loro carattere che piano piano è venuto fuori e forse se Lady D è diventata Lady D lo si deve anche a Sarah che negli anni è riuscita a farla spiccare tirandola dietro alle sue mattane.

venerdì 18 maggio 2018

SAN PIETROBURGO: COSA DOVE QUANDO

Ognuno di noi ha nel cuore e nel portafoglio un viaggio sogno, uno di quelli che si bramano e si sperano per un famoso ponte dell’anno ma che si rimanda fino a quando la lista dei desideri è così fitta che piano piano va depennata a costo di straordinari, ferie sotto lo zero e voli in business.
Il mio era San Pietroburgo fin da quando vedendo Anastiasia da bambino ho capito che dentro di me si cela, e nemmeno troppo, una granduchessa Romanov.
Così presa la mia dolce metà e i suoi 6 sventurati amici con cui abbiamo attraversato chilometraggi infiniti per tutta Europa su un pulmino ben addobbato durante le vacanze di Natale, ci siamo organizzati per sbarcare nella grande madre Russia, questa volta su un comodo volo Milano  – Zurigo – San Pietroburgo all’andata e al ritorno il fato ha voluto che dopo la tratta San Pietroburgo – Francoforte dove poi avremmo avuto la coincidenza per Milano diventasse Francoforte – Vienna – Milano, così per diletto nostro che non subiamo mai il fascino della semplicità.

Airbnb, residenza Nevsky 6
Appartamento meraviglioso a due passi dall'Hermitage

A San Pietroburgo ad aspettarci un cielo terso e sereno, la stagione Aprile – Maggio salvo qualche eccezionale temporale è considerata una delle migliori per visitare la città anche se come nel clichè delle cose si sente dire sempre “Deve essere affascinante con la neve in inverno”, sì ok tutto vero ma quando non puoi stare fuori più di 10 minuti dubito che le temperature rigide possano farti assaporare tanto un luogo che sogni di visitare.
Il nostro appartamento, alquanto imperiale, era situato proprio all’inizio della prospetta Nevsky, in pieno centro, ovviamente trovato su Airbnb con un’infilata di stanze, un bagno con l’idromassaggio e la sauna e una serie di mobili in stile impero fatti però l’altro ieri. Una soluzione ideale per un gruppo di amici ma in generale ci sono appartamenti stupendi per tutte le esigenze (Qui trovate il codice promo per un buono di 25 euro sullaprima prenotazione, PREGO).
La città non è gigantesca e i grandi monumenti dell’impero si riescono a visitare in 3 giorni come abbiamo fatto noi ma ammetto che a mio parere altri due sarebbero stati perfetti per fare le cose con calme e incantarsi a ogni angolo di questo incredibile gioiello.

Cosa vedere?

LA CATTEDRALE SUL  SANGUE VERSATO : un tipico esempio di architettura religiosa ortodossa costruita nel luogo in cui venne ucciso lo zar Alessandro II nel 1881 in seguito a un attentato terroristico, l’ottavo precisamente, e che suo figlio, Alessandro III volle commemorare nel ricordo del padre costruendo questo eccentrico tempio sacro. Concluso nel 1907 l’interno è tutto un mosaico all’apparenza pacchiano ma è incredibile la cura e l’esagerazione dei dettagli, cupole incluse. L’ingresso costa 250 rubli (dividere per 75 per il cambio euro) circa 3, 50 euro.

Il Palazzo d'Inverno, museo dell'Hermitage
HERMITAGE: che dire se non “WOW”, uno dei musei più grandi del mondo per l’imponenza dei suoi interni e la straordinaria collezione di opere provenienti da tutte le più importanti età dell’arte del globo, non solo merita una visita ma è giusto dedicarci quasi una giornata intera. Il biglietto costa 600 rubli (8 euro) ed è consigliabile farlo online o alle macchinette che ci sono nel cortile principale dell’ingresso. E’ un’esperienza mistica per chi vuole approfondire il gusto eccentrico ed esagerato dei Romanov che qui al Palazzo d’Inverno, progettato dall’italiano Bartolomeo Rastrelli sotto la zarina Elisabetta, hanno caricato tutte le loro ambizioni. A partire dal grandioso scalone alle sale della galleria Italiana dove regnano incontrastati Raffaello, Leonardo, Caravaggio, Paolo Veronese, Michelangelo e persino un Correggio, in un’infilata di ambienti ricchissimi per stucchi, affreschi, pavimenti e affacci sulla Neva che costeggia gli appartamenti di rappresentanza.
Visitare l’Hermitage significa passeggiare nella storia di questa grandiosa famiglia imperiale che ha cercato di essere al pari, e spesso superare, il gusto artistico della vicina Europa, seguendo le mode dell’arredo, dagli stucchi barocchi, al salottino rococò che è un’esagerazione quasi kitsch, fino a quelli più sobri dell’art noveau tra cui vissero gli ultimi eredi, Nicola II con le sue figlie e lo zarevich prima della rivoluzione d’Ottobre che cancellò il passato imperiale dei Romanov.

Uno dei monumentali scoloni dell'Hermitage

Il salottino rococò

Il suonatore di liuto, Caravaggio.
La Galleria Italiana

Gli appartamenti dello zar Alessandro III
PETERHOF: a una ventina di chilometri da San Pietroburgo si trova la residenza estiva di Pietro il Grande affacciata sul golfo di Finlandia, una “piccola” casa di villeggiatura dove amava trascorrere il suo tempo con una ridotta corte in un ambiente meno “sfarzoso”, anche se a vederlo non parrebbe proprio l’esempio di minimalismo ma i Romanov erano così. Lo spettacolo più grande di questa residenza è l’opulenza dei giardini, dalla terrazza scendono infatti verso il mare fontane, putti e Poseidoni dorati in un incanto architettonico e paesaggiatisco unico. La “leggenda” dice che l’intera residenza fu distrutta nel 1942 su volere di Stalin che non voleva che Hitler organizzasse qui un grande party di Capodanno per cui aveva già diramato gli inviti. Vennero salvati gli arredi che rimangono quelli originali ma tutto il resto fu ridotto a un cumulo di macerie interamente ricostruite con un restauro grandioso dopo la guerra.
L’ingresso costa 900 rubli, all’interno c’è anche un padiglione dove organizzano un self service per il pranzo, alquanto tremendo, ma il tiramisù non era male (Non chiedetemi perché vado in Russia e mangio il tiramisù ma è più forte di me non resisto).

martedì 19 dicembre 2017

QUESTO NATALE, SCRIVI:

Caro Babbo Natale, portami in dona una bella calligrafia. 
Ci sono due modi di vivere il Natale e l’avvicinarsi di questa festa che unisce o allontana:
1 un magone misto a nostalgia con fasi di isteria altalenante
2 un’euforia con ritorno al senso di famiglia, amore, buoni sentimenti e istinti caritatevoli

Saranno le canzoncine, le lucette, le vetrine allestite, l’albero, i trallallì e i tralallà ma il Natale è un momento bello da assaporare se sei a posto con la tua vita, se hai un bel lavoro che ti piace e ti soddisfa, una persona accanto che ti riempie la vita e ti riscalda l’altra metà del letto, una famiglia un po’ a pezzetti in giro per il mondo da riunire sotto un unico tetto.
Come in tutte le cose c’è un lato ostentato del Natale, questa sfrenata ossessione per cui a metà ottobre già gli scaffali di panettone e spumanti, già le stelline sui balconi e quelle sventurate newsletter commerciali che ahimè ricevi tutte le mattine già parlano di regali e whishlist.

E’ questo il lato del Natale che dovremmo piano piano far rinsecchire, perché l’albero si fa il 7 dicembre (a Milano) e l'8 in tutta Italia, i regali sono sì benvenuti ma non obbligatori al contrario delle mance della Nonna e tutti abbiamo almeno un amico che fa coming out e confessa di preferire il pandoro al panettone.
Il consumismo di noi fortunati nati nell’emisfero ricco del globo fa sembrare Natale una festa in cui i tirchi piangono e vorrebbero tornare alla fase sentimenti accompagnati da fatidico motto “l’importante è il pensiero” anche se il pensiero è orribile in modo obbiettivo.

martedì 21 novembre 2017

CAFFE' E PASTICCERIE DOVE PASSARE L'INVERNO A MILANO



Da soli o in compagnia l'importante è sempre trovare un bel posticino.

A Milano abbiamo un solo grande e noto problema: corriamo sempre, SEMPRE. È tutta una lotta contro il tempo, calcolato al millesimo di secondo il caffè con l’amica incastrato con la spesa, la raccomandata in giacenza da settimane, il corso in palestra, la lavanderia, il cocktail in Brera o quel vernissage segnato sull’agenda da mesi a cui si arriva sempre con l’acqua alla gola. È un’attitudine di vita, qui si programma e si corre, anche il sabato mattina quando tutto dovrebbe rallentare sentendo addirittura il cinguettio dei passerotti, no, il passo alla milanese non cede.

La bellezza di questa città è la quantità smisurata di stimoli, dalla mostra all’inaugurazione di un nuovo spazio creativo c’è un turbinio di cose da fare senza che ci si annoi mai e senza che la domenica non si abbia la minima idea di come passare il tempo.

Una cosa però accade immancabilmente quando programmi una merenda, una cena o un caffè veloce con gli amici, DOVE ANDARE? Sono uno di quei pazzi che si segnano tutti i posti carini che incontrano per caso o che scoprono attraverso i social, stilando così una lunga lista che all’occorrenza però non trovo mai, dimentico in ufficio finendo inesorabilmente sempre negli stessi posti.
So di fare del bene elencando qui posticini, caffetterie, pasticcerie per chi ha la grande responsabilità del “Ci vediamo alle 4 decidi tu dove e ti raggiungo” svincolandosi da menù turistici al neon o luoghi della troppa moda.

NB: per semplificare la lettura di questo elenco si consiglia una ben salda conoscenza della toponomastica milanese.

martedì 7 novembre 2017

CAMBIO PIUMONE: IL METODO ALLA POLACCA

Prima di passare così le domeniche è necessario mettere in atto il metodo alla polacca 
A Milano è il 15 ottobre la data cardine per l’inverno, il giorno in cui i condomini accendono il riscaldamento e si inizia a dormire più coperti, poi in un batti baleno appare all’orizzonte novembre con la sua pioggerellina, la nebbia bassa, il cambio dell’ora e una stratificazione continua del letto con coperte e ancora coperte.
Così in una domenica piovosa e dalla luce cavernosa l’illuminazione, mettiamo il piumone.
Che tu lo abbia sottovuoto in solaio, arrotolato in un’anta dell’armadio che non hai più avuto il coraggio di aprire dall’ultima volta che l’hai spinto dentro con la forza o ancora dimenticato in tintoria, il giorno in cui lo dovrai tirar fuori automaticamente vorrai svenire dalla pigrizia ma fatti forza, è giunto il momento.
Per ovviare a questa infernale fatica in famiglia ci tramandiamo da generazioni e generazioni (due in realtà) il famoso “Metodo alla polacca”, un sistema che mi ha insegnato mia madre il cui nome è stato dato in onore ai campeggi che da giovani fecero con due ragazze polacche che lo utilizzavano sempre.
In pochi e semplici passaggi si riesce a mettere il copripiumone senza morire soffocati o senza trovarsi accartocciati a stella marina dentro al lenzuolo, poche regole, complice la geometria e un certo potenziamento di bicipiti e glutei.

Fase 1: sgombero e occupazione del territorio.
È necessario che il letto sia una sorta di sala operatoria ordinata e pulita con solo i ferri del mestiere, quindi no vestiti in giro, no federe e lenzuole sporche ma solo il piumone dal verso giusto ben disteso e pronto a cambiar l’abito.

Fase 2: sottosopra.
In questa fase si deve prendere il copripiumone e ribaltarlo all’inverso in modo che l’interno diventi esterno, sempre ben disteso dal lato giusto così che possa essere sovrapponibile al piumone.

Fase 3: inserimento.
Delicatissimo questo passaggio necessita di una chirurgica attenzione, infatti si devono inserire entrambe le braccia dentro al copripiumone fino al raggiungimento degli angoli opposti.

Fase 4: la vestizione.
Con le mani in corrispondenza degli angoli opposti si prendono gli angoli esterni del piumone e piano piano si fa scivolare esternamente il copripiumone sopra al piumone, come fosse un preservativo.

Fase 5: aerobica.
In questa fase si smaltiscono grassi e calorie, meglio della ginnastica e degli squat, infatti si consiglia di salire in piedi sul letto (che siano puliti) e si inizia a saltellare per favorire la discesa delle pieghe del copripiumone in modo che si arrivi a far combaciare tutti e quattro gli angoli.

Fase 6: estetica.
Come in tutte le cose ci vuole un tocco di stile e quindi in questa ultima fase si fa appello al proprio gusto estetico, si riempiono i vuoti del copripiumone e si appiana l’imbottitura così che sia bella omogenea per un risultato degno di un catalogo di AD.

È un’operazione veloce e prodigiosa, chi prova questo sistema poi difficilmente lo abbandona e quel cambio di piumone che di solito portiamo all’esasperazione con lenzuola consumate rimandando di settimana in settimana sarà invece una battaglia vinta.


venerdì 6 ottobre 2017

LE FIRME DELLA MODA

Franca Sozzani.
Il costellato e meraviglioso mondo della moda per l’immaginario collettivo è un ufficio luminoso con i corridoi tempestati di cover colorate con patinate modelle, titoloni allegorici e scatti dei più illustri obbiettivi fotografici che il pianeta abbia mai avuto. Tra questi spazi ben arredati, ben spolverati e con elementi perfettamente simmetrici e piante rigogliosissime si decidono le sorti per le prossime stagioni del glamour e del lusso il tutto cicaleggiando leggiadre e sorseggiando pinot in calici senza ditate. Cheers.
Il giornalismo di moda, quello autentico e professionale non è proprio come tentiamo di immaginare, patinato e frizzante in punta di tacco a spillo tra una sfilata, un cocktail e una serata di gala triangolate su Milano Parigi e New York, ma soprattutto, esistono ancora autorevoli firme di testata?

Anna Riva.
Siamo troppo abituati a veder scalpitare volti del mondo della moda che durante le sfilate si accalcano a presentazioni, defilé e front row instagrammando in diretta cappotti pellicce e modelline simbolo degli ultimi bienni e spesso confondiamo influencer e bloggers con le leggendarie giornaliste di testate che urlano a gran voce le novità di questo mondo sfavillante.

Isabella Blow.
Irene Brin
In passato le firme giornalistiche e le autorevoli penne del costume si presentavano senza sponsor e buonine osservavano tessuti, fogge e ispirazioni dello stilista che conoscevano perché lo avevano studiato, conosciuto approfonditamente o addirittura lanciato a suon di parole e riconoscimenti con trafiletti e titoli di supporto.
Ora è un po’ tutto cambiato, i giornalisti si appuntano sì parole chiave su cifrati taccuini ma più che le loro critiche intelligenti e sottili si attendono le loro mise, come se a rendere non fossero più gli articoli sulle stagioni proposte ma i vestiti indossati, spesso un po’ promozionali a seconda dello stilista che invita.

mercoledì 20 settembre 2017

LO CHARME NON HA ETA': FIONA CAMPBELL WALTER


Se nasci ricca e blasonata c’è una sola fortuna che ti fa fare bingo, nascere ricca, blasonata e bellissima. La storia ha sempre avuto una costellazione di donne celebri vissute sotto una buona stella che hanno passeggiato gloriosamente sulla strada del successo, chi per lo sfavillante lusso della moda, chi per un matrimonio da rotocalco, chi per charme e stile indiscusso.
Tra le bellissime Marella Agnelli, Allegra Caracciolo di Castagneto (di lei scrissi qui) brilla oltralpe anche Fiona Campbell Walter, classe (e che classe!) 1932 nata ad Auckland in Nuova Zelanda con un padre ammiraglio della Marina Reale inglese e una madre aristocratica che subito percepisce le potenzialità matrimoniali e non solo della sua bellissima figlia.
Armoniosa, bruna e con un fisico longilineo, Fiona in poco tempo diventa l’essenza reale e tangibile del gusto sofisticato dei folgoranti anni ’50, una modella che come nessuna ha incarnato un’epoca e il suo specchio, la moda.


Lasciata alle spalle la guerra, la distruzione e l’aria dimessa finalmente il risveglio culturale esprime la sua potenza con il design, l’arte e la moda con uno stile così aristocratico che ancora oggi tante fogge e colori lo si devono proprio a quella voglia di esaltare la bellezza femminile spensierata e sublime. Non il funebre nero che tanto ha vestito lutti e malinconie negli anni ’40 e sì al rosa, al ceruleo e a tutta una gamma di sfumature arricchite da velette, piume, guanti candidi e pellicce sventate.
È sempre la gonna il simbolo dei cambiamenti economici di un paese e se negli anni ’40 era stretta e fino al ginocchio, negli anni ’50 esplode in volume e fantasia, dando una nuova forma alla donna, come fosse un fiore sbocciato.
Fanno capolinea i grandi della couture, Christian Dior, Balenciaga, Schiaparelli, Givenchy e pongono le basi per la generazione futura, i vari Yves Saint Laurent, Valentino e Ferrè, perché la moda è come un abito che si forma bottone dopo bottone e ogni parte è necessaria e contingente per il risultato finale.



La sofisticata Fiona arriva prima di tutte a impossessarsi il titolo della modella più famosa degli anni Cinquanta, compare in copertina su Vogue e diventa musa del più ricercato fotografo dell’epoca, Cecil Beaton, il fotografo di corte che immortalò una lunga ma ben precisa lista di reali di casa Windsor tra cui una giovanissima Queen Elizabeth.
Scorrendo il suo “portfolio” si rimane incantati dall’aria raffinata ma non volutamente raffinata, si nota subito l’essere a suo agio tra abiti da sera, gioielli cesellati e stole di visone, è il suo pane quotidiano e il sapersi vestire per ogni occasione rappresenta il gusto di quegli anni.
Non si vedranno mai cappelli a tesa larga e guanti bianchi su una scogliera rocciosa ma espadrillas in corda e un foulard tra i capelli, in casa camicia e pantaloni capri con scarpe basse perché i giornali rappresentano sì il sogno, la classe e un’eleganza femminile a cui tutte aspirano, ma raccontano anche una verità, levrieri afgani inclusi.


Nel 1956 all’apice della sua carriera incontra il barone Thyssen-Bornemisza de Kászon incontrato 12 ore prima a Sainkt Moritz e si ritira dal mondo della moda salvo un sublime servizio fotografico firmato da Philippe Halsman del 1963 che la immortala tra le mura della sua Villa la Favorita a Lugano.
Nel 1965 si rifugia a Londra dopo il divorzio e inizia una relazione con il figlio di Aristotele Onassis morto però nel 1973. Da allora Fiona si ritira a vita privata e compare sempre meno a ricevimenti di lusso e su riviste patinate.

Questo è il fascino di chi sa mantenere la propria bellezza senza osteggiare il tempo che passa, la baronessa non ha cercato riparo nei ritocchi chirurgici ma ha saputo lasciare che gli anni scavassero rughe e imbiancassero i capelli rendendola ancora più elegante e carica di charme. 

martedì 12 settembre 2017

MILANO: IL VIVERE ELEGANTE


Tutti noi abbiamo un concetto personale di eleganza e raffinatezza anche se spesso si confonde questo chiaro tratto distintivo delle persone più fortunate con il sapersi vestire o nell’avere al braccio l’ultima delle borse più prestigiose proposte dalle maison di moda. Sbagliatissimo, quello che rende una persona sofisticata, elegante e raffinata è sempre il sapersi comportare a modo in ogni occasione facendosi riconoscere non per la capienza del portafoglio o il saldo complessivo di quello che si ha addosso ma per portamento, buona educazione e gentilezza.
Tutte caratteristiche che non solo non si comprano ma bisogna che ci si nasca o ci si venga abituati fin da piccoli. Così una Chanel può fare arricchita e un semplice vestitino del mercato delle pulci può fare signora di classe, sta tutto nell’atteggiamento.
Come dice sempre mia madre, i veri ricchi non ostentano e Milano, come spesso le grandi città, è un vero calderone dove lo struscio prepotente sui marciapiedi di Montenapoleone mischia cafoni da sabato pomeriggio col Ferrari rombante in doppia fila e ragazza appariscente da Vuitton a polso slogato, con anonimi milanesi che rimandato il fine settimana in Liguria si godono una passeggiata pomeridiana con scarpe comode senza griffe da labirintite.
Come in tutte le cose non si può essere estremi e non si può pretendere di non vedere accozzaglie di marchi lusso tutti insieme o di avere a che fare con sole persone che non ostentano assegni del papi o dell’ultimo sventurato marito, ma senz’altro si può cercare di frequentare luoghi dove assaporare un certo non so che d’eleganza e buon gusto, cose semplici alla portata di tutti, basta saper osservare.

Il tragitto del tram 1: ho sempre definito questo tram non un semplice mezzo di locomozione ma il simbolo di Milano, per la sua vettura scricchiolante anni ’20 e quel predellino che si lancia fuori in corsa come se non dovessi perdere tempo a volarci sopra o giù e soprattutto per il suo percorso che attraversa le meraviglie di Milano fermata dopo fermata. Qui salgono ancora gli anziani che si tolgono il cappello quando incontrano e salutano qualcuno di famigliare, i giovani che cedono il posto a sedere, gli innamorati di Milano con il naso incollato al vetro e gli appassionati di storie. Capita sull’1 che una signora racconti la sua vita dandoti confidenza perché hai tra le mani una cappelliera che l’ha incuriosita.

mercoledì 30 agosto 2017

LADY DIANA: VENTI ANNI DOPO

Lady D a Portofino poco prima di quel 31 agosto 1997. 

Domani saranno 20 anni da quel 31 agosto 1997, la mattina dopo ero a Vallombrosa e mentre giocavo sul piazzale di fronte all’appartamento di Nonna tra le sue ortensie e gli alberi rigogliosi una voce tuonò dall’alto, da una delle finestre del piano nobile, era la signora Grazzini che ogni estate prendeva in affitto la casa, si affacciò e disse con quella voce rauca tipica di chi fuma almeno 30 sigarette al giorno “E’ morta Lady D”.
Ero piccolo per comprendere l’enorme velo di tristezza che tutti più o meno provarono nel constatare che la principessa Diana era morta in quell’atroce incidente stradale a Parigi per scappare a tutta velocità dai paparazzi che la inseguivano in ogni sua mossa.
Tutti noi ricordiamo le immagini dell’auto, quel lenzuolo bianco tirato sulla portiera e gli ultimi fotogrammi di Diana accompagnata da Dodi Al Fayed mentre escono dal Ritz per poi salire su quella macchina che si sarebbe schiantata sotto al tunnel dell’alma.
Sono passati venti anni ma nessuno ha dimenticato quella figura patinata e gentile che tutti abbiamo continuato ad amare per il ricordo e la sua storia.

Nobile di origine e principessa per matrimonio il 29 luglio 1981 ha fatto sognare indossando un abito che ha segnato l’epoca, due enormi maniche a sbuffo, un corto caschetto biondo e uno strascico di 8 metri che l’ha accompagnata nella cattedrale di Saint Paul verso il suo destino, sposare l’erede al trono d’Inghilterra, il figlio primogenito di Elizabeth II, Carlo.
Se fosse stata una favola disegnata e animata dalla Disney ci sarebbe stato il “vissero felici e contenti” dopo quella trionfale uscita sul balcone di Buckingham Palace ma dietro quei sorrisi vittoriosi e quella comune riverenza si nascondevano segreti, artefatte gentilezze e un senso di inadeguatezza per quella vita da principessa reale.

Carlo è sempre sembrato un burattino nelle mani della monarchia e piano piano fu evidente che non amava Diana ma la sua ex fiamma Camilla Parker Bowles (poi sposata e divenuta duchessa di Cornovaglia), i due figli William e Harry crescevano di fronte ai suddetti, vicino alla madre durante le visite ufficiali erano perfetti, per garbo e simpatia soprattutto.
E sono loro due, 15 anni William e 13 anni Harry, a seguire il feretro della madre dando al mondo l’immagine più triste di questa storia, due principi orfani di una madre capace di svecchiare la polverosa sequenza di visite diplomatiche, feste reali e inchini desueti.
Diana piaceva al mondo ma non alla sua famiglia, il suocero, il principe Filippo la chiamava “La bambinaia” e la suocera, Elizabeth II, fu molto criticata per l’atteggiamento freddo e distaccato avuto nei giorni seguenti alla morte della principessa perché i sudditi si aspettavano tatto e sensibilità dalla sovrana ma ovviamente non si conoscono e mai si conosceranno i misteriosi retroscena dei rapporti che vegliavano sulle due.