venerdì 8 marzo 2019

5 DONNE, 5 VITE A MILANO


Mai come in questo periodo storico Milano è il centro di un mondo che si distingue per cultura, arte e protagonisti attivi che muovono i fili di questa città promuovendo mostre, fondazioni, spettacoli ed eventi negli angoli più belli ma anche inaspettati che abbiamo. Anche nello scorso secolo Milano è stata terreno fertile di nomi illustri ma oggi vogliamo ricordare 5 donne che per intelligenza, acume e grazia sono ancora vive nei loro luoghi del cuore

Alda Merini, poetessa e scrittrice nata, cresciuta e vissuta a Milano (1931-2009), ha respirato a pieni polmoni la sua città e soprattutto la vita energica e semplice del suo quartiere che mai ha abbandonato, i Navigli. Qui armata di sigaretta e una dolce nostalgia scriveva e tesseva le fila della sua letteratura riconosciuta dai più. Dopo la sua scomparsa molti degli oggetti della sua casa in Ripa di Porta Ticinese 47 sono stati trasferiti in uno spazio visitabile a lei dedicato in via Magolfa 32.

Alda Merini, crediti foto: www.lifestar.it

Biki, ovvero Elvira Leonardi Boueyeure (1906-1999) è la stilista che più ha rappresentato la moda italiana tra gli anni ’40-’50, sotto al suo ago e filo sono passate tutte le gran dame e le aristocratiche di punta dell’epoca che accalcavano il suo atelier milanese in via Senato 8, fucina di abiti da sera e gran gala, lingerie, addirittura costumi da bagno. Nel 1957 incontra una malvestita Maria Callas che sotto l’occhio critico e clinico di Biki diventa così la splendida soprano consacrata al bel mondo. E’ nel 2015 che Biki viene iscritta nel famedio del Cimitero Monumentale riposando tra gli illustri della città.

Biki, crediti foto: www.emmemagazine.it

Camilla Cederna, giornalista e scrittrice milanese (1911-1997) è stata una penna leggiadra e schietta de “L’Europeo”, qui firmava come redattrice articoli di costume e mondanità descrivendo usi e modi di dire di tutta quella crema della società di cui faceva parte anche se con un ironico distacco. Ha raccontato una divertente Milano attraverso gli occhi di tutte le classi sociali, dalle divine indiamantate ai tassisti, lasciando poi il lato frivolo per raccontare la cronaca nera in seguito alla strage di Piazza Fontana. Viveva in via Brera 17 e recentemente le è stato dedicato il giardino di fronte alla Statale in via Festa del Perdono.

Camilla Cederna, crediti foto: Getty Images

Franca Rame, attrice di teatro e drammaturga (1929-2013) insieme al marito Dario Fo, sposato nel 1954 nella basilica di Sant’Ambrogio, è stata un volto della nostra tradizione televisiva, teatrale e cinematografica, oltre che senatrice dal 2006 al 2008. A Milano un luogo  che ancora vive grazie al loro impegno è la palazzina Liberty di Largo Marinai d’Italia, un edificio abbandonato che nel 1974 venne occupato dal loro collettivo teatrale e reso un crocevia di arte e politica in quegli anni caldi e impegnati, oggi si tengono concerti e manifestazioni culturali. Dario Fo e Franca Rame riposano vicini al Cimitero Monumentale.


Franca Rame nel 1967, crediti foto: lapresse

Wally Toscanini (1900-1991) è nata ricevendo un applauso dall’orchestra della Scala che il padre, Arturo Toscanini, stava dirigendo durante le prove del Lohengrin. Figlia del più grande direttore d’orchestra della storia e volto fisso della mondanità milanese che la rese celebre tra abiti, gioielli e amori scandalosi. Immortalata da Alberto Martini in un ritratto che celebra i gloriosi e scintillanti anni ’20, Wally è diventata negli anni successivi il simbolo del legame tra Milano e il maestro trasferitosi a New York perché dichiaratamente antifascista, ai suoi grandi sforzi si deve la ricostruzione della Scala dopo il bombardamento del 1943. Wally ha sempre vissuto nella grande casa che il padre acquistò con i suoi primi risparmi in via Durini 20, là dove grandi personalità della cultura mondiale fecero capolino e salotto.


Wally Toscanini a braccetto con il padre Arturo Toscanini e la figlia Emanuela, 1953, crediti foto Keystone/Hulton Archive/Getty Images


domenica 26 agosto 2018

LE ISOLE AZZORRE: SANTA MARIA, FAIAL, SAO MIGUEL


Quando si cerca una meta per le vacanze tutto diventa un po’ confuso e ricco di grandi aspettative, solitamente io quando viaggio non mi immagino nulla e tutto è talmente wow quando arrivo a destinazione che poi vivo a tre metri da terra fino al ritorno a casa. Per carattere e spirito di avventura mi entusiasma anche andare a 10 chilometri da casa quindi che sia vicino o lontano il viaggio è sempre un’esperienza che mi porto con me per molto tempo.
Le Azzorre sono stata una vera avventura, un luogo che per natura, stile di vita e paesaggi incredibili sono già nella mia top list dei viaggi più belli e indimenticabili che abbia mai fatto.
Questo arcipelago di 9 isole nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico, scoperte nel 1427 e poi sfruttate nel XIX secolo per la caccia alle balene, non sono ancora meta di grande turismo e questo può essere un motivo in più per chi cerca una destinazione particolare, soprattutto selvaggia e dove i paesaggi tra Oceano e ortensie blu fanno da sfondo a tutto.
In questo viaggio noi abbiamo scelto 3 isole totalmente diverse l’una dall’altra ma dove abbiamo trovato sempre cose meravigliose da vedere e da fare che ho raccolto nel mio solito taccuino e che qui ripropongo in modo che possa essere utile a chi deciderà di farsi ispirare da questi posti.

Volare sulle Azzorre è facile e sono sicuro che per voi sarete più fortunati di noi in quanto avevamo pensato a un volo Milano – Lisbona con deliziosa cenetta nella città e il giorno dopo volare da Lisbona alla prima isola con la compagnia che collega tutte le isole, la Sata, ma ci hanno cancellato un volo e quello acquistato per partire la sera stessa era overbooking e ci hanno lasciato a terra, per un soffio non abbiamo dovuto rinunciare al viaggio, ma grazie a ostinazione e scenate isteriche abbiamo perso solo la notte a Lisbona e giunti direttamente nelle Azzorre iniziando così il viaggio tra le isole  Santa Maria, Faial e Sao Miguel.

ISOLA DI SANTA MARIA:
è una delle più piccole isole delle Azzorre e la più occidentale, l’aeroporto è minuscolo e fin da subito si capisce quanto tutto sia a misura d’uomo e soprattutto “selvaggia”. La cittadina più importante è a 3 km dall’aeroporto, Vila do Porto, raggiungibile con un tassì per soli 7 euro.
I turisti sono pochissimi ma molto ben accetti, c’è qualche hotel e anche un ostello ma noi abbiamo scelto una casetta (ce ne sono davvero pochissime) trovata come sempre su Airbnb (vi lascio qui il codicepromo di 25 euro sulla prima prenotazione) ben arredata e molto semplice con unbel patio esterno sul retro dove poter cenare e stare in tranquillità. Il proprietario è stato di una gentilezza rara e così abbiamo avuto il primo approccio con la gente del posto, persone accoglienti, disponibili e per nulla infastiditi da quei pochi turisti che ammirano la loro isola.

COSA VEDERE?
essendo l’isola così piccola in tre giorni pieni abbiamo visto tutto quello che ci interessava e il quarto ne abbiamo approfittato per rilassarci e goderci in panciolle il paesino di Vila do Porto e fare una passeggiata al porticciolo al tramonto. In questi tre giorni abbiamo girovagato dappertutto tra Oceano, cielo azzurro, villaggi incantevoli e scorci mozzafiato.

La spiaggia a cui si arriva da Vila do Porto per andare a Praia Formosa
La passeggiata è tutta così, Oceano, cielo, mucche e cavallini
Passeggiata a Praia Formosa: a mio avviso la cosa più bella da fare a Santa Maria è questa splendida passeggiata che parte da Vila do Porto (esattamente nella parte bassa della città dove c’è la chiesetta e il punto panoramico sul porto, a sinistra inizia il sentiero, tenete presente sempre il segnale giallo e rosso che dovete seguire) e arriva a Praia Formosa, la spiaggia più bella dell’isola, paradiso dei surfisti ma non solo. Questo per noi è stato il primo approccio con le Azzorre e ci ha lasciato sgomenti, un sentiero a mezza costa sull’Oceano in mezzo al silenzio, ai prati, a una vegetazione rigogliosa e alle mucche che pascolano. A un certo punto il sentiero scende su una spiaggia stupenda e deserta in cui l’Oceano ha dei colori da mare della Sardegna, l’ideale per fare un pic nic con il pranzo al sacco e poi riprendere la strada sugli scogli verso Praia Formosa dove poi rifocillarsi al baretto O Pachete. Sono 7,5 chilometri all’andata e 7,5 chilometri al ritorno, è bene munirsi di acqua e scarpe adatte perché non è una passeggiata da ciabatte, al ritorno noi avevamo finito l’acqua e un contadino portoghese ci ha fatto capire che potevamo bere da un rubinetto che usava per riempire la tanica da lasciare per le mucche, un esempio della gentilezza e del calore delle persone del posto. (No non abbiamo preso la salmonella).

La piscina naturale ad Anjos.
Anjos: sull’isola c’è un solo autobus che fa il giro in tondo di tutti i paesini una volta al mattino e una volta alla sera, così ci siamo trovati a dire “Beh allora che saranno mai 5 km” per arrivare a piedi ad Anjos da Vila do Porto. In effetti è anche difficile sbagliarsi perché c’è una sola strada e si attraversa l’isola da sud a Nord- Ovest.
Tra campi, mucche, cavalli e paesaggi sterminati dominando il blu dell’Oceano la strada è meravigliosa e se siete fortunati come lo siamo stati noi magari qualche ragazzo locale si ferma e vi da’ un passaggio senza nemmeno dover fare l’autostop con il dito come ai vecchi tempi. 
Anjos è un minuscolo gruppo di casette bianche sull’Oceano dove passò Cristoforo Colombo al ritorno dall’America nel 1493. Qui tornano gli Azzoriani in vacanza e si divertono nelle piscine naturali. Tra gli scogli l’Oceano ha scavato due piscine naturali che sono state modernizzate con spalti e passerelle per consentirne l’accesso a tutti, bambini compresi. Completamente gratuito e con anche il servizio di salvataggio è un posto splendido dove passare una giornata di sole e di tuffi con pranzo al baretto che si affaccia sul blu.

venerdì 22 giugno 2018

PRIDE: OGNI ANNO LA SOLITA SOLFA



Giugno è il mio mese preferito, per quella ormai passata e lontana nel tempo sensazione di pace e leggerezza per la fine della scuola, le prime corse in bicicletta, le prime t-shirt bianche che minimizzano la pezza sotto l’ascella e quel giorno che si allunga fino alle 21. E’ anche il mese del Pride, una celebrazione mondiale in cui per settimane le bandiere arcobaleno si affacciano in tantissimi paesi che sfilano per una cosa che forse dovrebbe starci più a cuore: la libertà.
Ogni anno si scatenano violente polemiche, sterili e sempre uguali senza neppure la fantasia di apportare “interessanti” novità, per quanto riguarda la mancanza di pudore e di discrezione di questi cortei, pacifici in ogni loro mossa, che a detta di alcuni paiono solo un grande circo in sfilata.

Non so quante volte ho visto sui social postate foto di personaggi così un po’ provocatori per costruire deprimenti post “Voi fareste adottare un bambino a questi!!111!!!1!” con l’esplicita volontà
di muovere la compassione e l’ignoranza della categoria buongiornissimo caffè.
La domanda che ricorre sempre nella mia testa è: ma voi ci siete mai andati a un Pride?
E non parlo di Gay Pride perché da tempo l’etichetta si è svelata contraddittoria spesso per gli stessi partecipanti che ogni anno vengono coinvolti in una marcia i cui valori sono molteplici.
Politici ancorati all’idea dell’omosessualità vissuta come una perversione molto lontana dalle mura delle loro casa in cui uomini vestiti in pelle mostrano chiappe all’aria, brandiscono malattie veneree e che non cercano il coinvolgimento sentimentale ma solo sesso promiscuo, è questa l’immagine che hanno di una “categoria” che come sempre viene dannatamente stereotipata e strumentalizzata per una medievale proposta politica.

venerdì 1 giugno 2018

LA TATA: 20 ANNI DOPO

PAZZESCA

Che io sia un tipo nostalgico degli anni passati ormai è chiaro come il sole a mezzogiorno ma tutto questo mio sentimento per quello che teoricamente ci saremmo lasciati alle spalle è stato reso ancora più evidente da quando un mese e mezzo fa va in onda “La Tata” su Paramount Channel dal lunedì al venerdì dalle 19:40.
Quando ho visto la pubblicità ho gridato di felicità che quasi i vicini di casa si sono riuniti sul pianerottolo per capire se ero stato aggredito o avessi vinto alla lotteria, ma per me era ancora meglio di una grattata vincente perché Francesca Cacace è il mio spirito guida e aspettavo questo momento da decenni.
La Tata rappresenta quella mezz’ora di pace indisturbata che avevo prima di cena alle 19:30 quando ero ragazzino e tornavo dal centro estivo, erano gli anni ’90 e ricordo come fosse ieri la sensazione di totale spensieratezza che quegli attimi mi trasmettevano.
Felice, sereno, stavo fuori tutto il giorno, tornavo a casa, doccia, diario segreto e la Tata, fino a quando mio padre tornando dal lavoro si lamentava che sembravo uno scemo perché ridevo in sincrono con le risate finte della serie.
Era più forte di me, nella realtà mi è sempre bastata un’espressione di Francesca, un suo scendere le scale con un completo assurdo o l’ingresso trionfale in cucina di zia Assunta per farmi ridere come poche cose al mondo.

Capisco che per tanti è solo una stupida americanata  ma Tata Francesca era una di famiglia e adesso che posso tornare a cenare guardando le sue puntate tocco il cielo con un dito.
Da noi è arrivata nel 1995 ma è nel 1999 che hanno iniziato a trasmetterla su Italia 1 e sono quelli gli anni in cui noi figli degli anni ’80 l’abbiamo assaporata minigonna dopo minigonna.
E che trauma abbiamo subìto quando abbiamo scoperto che nella versione originale è un’ebrea di origine polacca e non una ciociara di Frosinone? Quando sono passato da Frosinone e non ho visto nella piazza principale una statua di Francesca ne ero abbastanza addolorato, il mondo lo meritava.
Questo dimostra però che noi italiani abbiamo creato un mito nel mito plasmando lo stereotipo dell’ebreo americano a nostro piacimento, da questa sovrapposizione sono nati zia Assunta, Lalla, la favolosa Zia Yetta, lo zio Antonio, la zia Frida e il Nonno di Francesca che con le pecore in Ciociaria ha fatto fortuna. E’ tutto geniale.

Arrederei la mia camera come la sua seduta stante.


Rivedendolo a vent’anni di distanza mi colpisce prima di tutto la modernità dei temi trattati, perché si parla apertamente di omosessualità, madri surrogate, adozioni, tutti temi che fanno certo sfondo a battute e ridicole messe in scena ma erano gli anni ’90 e se ne parlava, era all’avanguardia e ha fatto da apripista a tante sit-com che ancora oggi ci tengono incollati.
Prima di Sex and the city, prima di Gossip Girl, prima di Paris Hilton,  prima di blog e Instagram, Francesca Cacace ora avrebbe tutte le carte in regola per diventare un’influencer da podio, le sue discese di scale diventerebbero virali, i baci con il signor Sheffield il sogno di ogni millenials ma sono felice che sia rimasta quasi un nostro patrimonio, perché noi c’eravamo e senza poterlo condividere sui social ridevamo alle sue battute scoprendo in modo casuale che ci accomunava quell’appuntamento durante le sere d’estate.

MI FA SPACCARE
Rivedendo le puntate penso sempre che oggi la società convulsa e critica spesso senza ragione avrebbe da polemizzare molto sul personaggio, le battute e i messaggi sbagliati che forse in fondo potrebbero arrivare al pubblico. Francesca sarebbe vista come una sgualdrina arrampicatrice sociale con disturbi alimentari (magra e in formissima che però si abbuffa di torte alla crema direttamente dal frigo? Anoressia e bulimia, polemica immediata), zia Assunta continuamente accusata di mangiare tutto ciò che si trova sotto al naso sarebbe dichiarata curvy e direbbero che subisce bullismo quando le danno della cicciona, le femministe interverrebbero per difendere Cici Babcock e Niles tacciato di maschilismo se non fosse che anche lui è in stato di schiavitù e non è un messaggio positivo far vedere che il personale di servizio non ha spazi propri al di fuori della famiglia per cui lavora.
Non avrebbe avuto vita facile ma negli anni ’90 forse eravamo meno politicamente corretti e ragionavamo un po’ di più riuscendo a scorgere sempre il limite dell’ironia.
Dal set poi sono passate tutte le grandi star del firmamento fine anni ’90, personaggi come Barbra Streisand, mito imperituro di Francesca, Pamela Anderson, Ray Charles, Elton John, Elizabeth Taylor, Celine Dion e tantissimi altri, persino Diana che non appare ovviamente ma sempre citata  “Vado un po’ a vedere alla tele che combina Diana” dice Francesca e lì il mio cuore ha fatto il rumore di un cracker friabile.

venerdì 25 maggio 2018

RIVALITA' A CORTE: CHE NOIA

Royal Wedding 2018

Un Royal wedding è un evento storico e mediatico dal quale si scatena una sorta di mania/ossessione, si studiano i cerimoniali, i protocolli, la posizione delle piume a seconda della rotazione terrestre per capire se quella persona ama o no gli sposi, si analizzano le palette degli abiti di tutte le invitate e si fanno supposizioni sui rapporti che intercorrono tra la famiglia reale.
È stato tutto molto bello, splendeva anche il sole su Windsor ed Harry e Meghan erano dolci, emozionati e sinceramente affettuosi.
Ci basta? Certo che no.
I rumors hanno definito la regina “nervosetta”, Kate Middleton “assente” e le cugine, le principesse di York “molto sobrie dopo la figuraccia al matrimonio di Will e Kate” come se indossare un soprabito di Valentino e un estroso cappellino firmato Philip Treacy fosse come scivolare davanti ai paparazzi cercando di sistemarsi gli slip tra le natiche.
Facciamo sempre pettegolezzi ma spesso mi immagino i membri della royal family ridere di gusto se sapessero tutto quello che viene estrapolato da una fugace espressione, uno sguardo e subito titoloni in cui si inneggia a un odio viscerale tra due che magari la volta prima si sorridono pacificamente.
Potremo mai sapere che cosa scorre realmente dietro le trincerate residenze di corte se non il vero sangue blu di casa Windsor? No.

Royal Wedding 2011


Forse poco ci è servito l’atteggiamento ossessivo subito da Lady Diana a cui piaceva stare sotto i riflettori per mostrare stile e imprese umanitarie, un po’ meno la follia di giornalisti e paparazzi che non la lasciarono in pace nemmeno dopo quel fatidico 31 agosto del 1997.
Se c’è una cosa che proprio mi annoia è la supposizione di sapere quali rapporti intercorrono tra due membri della famiglia reale, in particolare tra le donne, perché si sa che gli uomini sono soggetti al pettegolezzo solo per “tradimenti da Casanova” o perdita di capelli inattesa, mentre le donne, ah le donne quanto fanno vendere grazie a titoli evocativi “Meghan e Kate: E’ GUERRA”, “Meghan oscura Kate” con intere sezioni dedicate al confronto di stile, trucco, parrucco e addirittura genitoriali tra le due neo-cognate che convivono da nemmeno una settimana con il titolo di Duchessa di Cambridge una e del Sussex l’altra.
Più facile pensare che si detestino e che siano “due galline nello stesso pollaio”, piuttosto di ipotizzare che si sopportano con eleganza o che magari sono amiche e dentro Kensington fanno di quei pigiama party che nemmeno ci immaginiamo al sicuro da sguardi giudicatori.
Cosa dovrebbe temere Kate Middleton che ormai da 7 anni fa parte a pieno titolo della Royal Family, è Duchessa, ha 3 figli papabili eredi al trono e può sedere accanto alla Regina parlandole come spesso nessuno al mondo può fare? E Meghan perché dovrebbe tentare di oscurare la cognata quando ci sono abbastanza luci accese su entrambe?

È oggettivamente vero che tra di loro non scorrono risate spontanee e sguardi che evidenziano una forte amicizia ma questo possiamo dirlo solo attraverso le foto agli eventi pubblici in cui entrambe sono programmate per uccidere con le loro armi più affilate: gentilezza, eleganza, ricercatezza di comportamento e grande affabilità. C’è molta finzione e poca spontaneità in quello che vediamo ma così deve essere, i reali sentimenti, in tutti i sensi, sono trincerati dietro etichetta e protocolli.
Sono molto lontani ahimé i tempi delle scorribande notturne tra due principesse che si volevano un gran bene ed era chiaro a tutti gli occhi del mondo. Lady D e Sarah Ferguson.
La principessa “triste” e la folle rossa che ha infiammato i mitici anni ’90. Anche in quel caso i giornali avevano inneggiato a un clima di invidia e capricci reali tra le due, ma le avete mai viste le foto che le ritraggono insieme? Io ho creato addirittura una board su Pinterest perché sono le foto più belle in tutta la storia della Royal Family, sono autentiche.
Si è sempre favoleggiato sullo stile indiscusso di Diana evidenziato in ogni scatto ed è vero, ha un allure impareggiabile, così come è stato impareggiabile il rapporto tra le due cognate. Sarah Ferguson arriva come un ciclone nella famiglia reale dopo 5 anni che Lady D sposò il principe Carlo e grazie alla rossa consorte del principe Andrea, Diana sembra alleggerirsi dalla pressione dell’etichetta e tenta di imitare il carattere della cognata slacciandosi un po’ e mettendo in parte timidezza e senso del dovere.

ICONICHE 
Risate e risate, non ci sono foto dove Sarah e Diana non sorridano di cuore, si evince tra le due un senso di familiarità e profondo affetto come potrebbe esserci tra due giovani cognate in qualsiasi altra famiglia del mondo cosiddetto “normale”. Insieme sulle piste da sci, insieme ad Ascot a ridere tra gli spalti indossando pitagoriche spalline imbottite e grandi cappelli firmando quello che fu lo stile aristocratico degli anni ’80 – ’90. Non si può pensare che fossero rivali perché è evidente l’unione di due donne che insieme facevano la forza e sopportavano la rigida etichetta, i loro mariti totalmente eclissati dal loro carattere che piano piano è venuto fuori e forse se Lady D è diventata Lady D lo si deve anche a Sarah che negli anni è riuscita a farla spiccare tirandola dietro alle sue mattane.

venerdì 18 maggio 2018

SAN PIETROBURGO: COSA DOVE QUANDO

Ognuno di noi ha nel cuore e nel portafoglio un viaggio sogno, uno di quelli che si bramano e si sperano per un famoso ponte dell’anno ma che si rimanda fino a quando la lista dei desideri è così fitta che piano piano va depennata a costo di straordinari, ferie sotto lo zero e voli in business.
Il mio era San Pietroburgo fin da quando vedendo Anastiasia da bambino ho capito che dentro di me si cela, e nemmeno troppo, una granduchessa Romanov.
Così presa la mia dolce metà e i suoi 6 sventurati amici con cui abbiamo attraversato chilometraggi infiniti per tutta Europa su un pulmino ben addobbato durante le vacanze di Natale, ci siamo organizzati per sbarcare nella grande madre Russia, questa volta su un comodo volo Milano  – Zurigo – San Pietroburgo all’andata e al ritorno il fato ha voluto che dopo la tratta San Pietroburgo – Francoforte dove poi avremmo avuto la coincidenza per Milano diventasse Francoforte – Vienna – Milano, così per diletto nostro che non subiamo mai il fascino della semplicità.

Airbnb, residenza Nevsky 6
Appartamento meraviglioso a due passi dall'Hermitage

A San Pietroburgo ad aspettarci un cielo terso e sereno, la stagione Aprile – Maggio salvo qualche eccezionale temporale è considerata una delle migliori per visitare la città anche se come nel clichè delle cose si sente dire sempre “Deve essere affascinante con la neve in inverno”, sì ok tutto vero ma quando non puoi stare fuori più di 10 minuti dubito che le temperature rigide possano farti assaporare tanto un luogo che sogni di visitare.
Il nostro appartamento, alquanto imperiale, era situato proprio all’inizio della prospetta Nevsky, in pieno centro, ovviamente trovato su Airbnb con un’infilata di stanze, un bagno con l’idromassaggio e la sauna e una serie di mobili in stile impero fatti però l’altro ieri. Una soluzione ideale per un gruppo di amici ma in generale ci sono appartamenti stupendi per tutte le esigenze (Qui trovate il codice promo per un buono di 25 euro sullaprima prenotazione, PREGO).
La città non è gigantesca e i grandi monumenti dell’impero si riescono a visitare in 3 giorni come abbiamo fatto noi ma ammetto che a mio parere altri due sarebbero stati perfetti per fare le cose con calme e incantarsi a ogni angolo di questo incredibile gioiello.

Cosa vedere?

LA CATTEDRALE SUL  SANGUE VERSATO : un tipico esempio di architettura religiosa ortodossa costruita nel luogo in cui venne ucciso lo zar Alessandro II nel 1881 in seguito a un attentato terroristico, l’ottavo precisamente, e che suo figlio, Alessandro III volle commemorare nel ricordo del padre costruendo questo eccentrico tempio sacro. Concluso nel 1907 l’interno è tutto un mosaico all’apparenza pacchiano ma è incredibile la cura e l’esagerazione dei dettagli, cupole incluse. L’ingresso costa 250 rubli (dividere per 75 per il cambio euro) circa 3, 50 euro.

Il Palazzo d'Inverno, museo dell'Hermitage
HERMITAGE: che dire se non “WOW”, uno dei musei più grandi del mondo per l’imponenza dei suoi interni e la straordinaria collezione di opere provenienti da tutte le più importanti età dell’arte del globo, non solo merita una visita ma è giusto dedicarci quasi una giornata intera. Il biglietto costa 600 rubli (8 euro) ed è consigliabile farlo online o alle macchinette che ci sono nel cortile principale dell’ingresso. E’ un’esperienza mistica per chi vuole approfondire il gusto eccentrico ed esagerato dei Romanov che qui al Palazzo d’Inverno, progettato dall’italiano Bartolomeo Rastrelli sotto la zarina Elisabetta, hanno caricato tutte le loro ambizioni. A partire dal grandioso scalone alle sale della galleria Italiana dove regnano incontrastati Raffaello, Leonardo, Caravaggio, Paolo Veronese, Michelangelo e persino un Correggio, in un’infilata di ambienti ricchissimi per stucchi, affreschi, pavimenti e affacci sulla Neva che costeggia gli appartamenti di rappresentanza.
Visitare l’Hermitage significa passeggiare nella storia di questa grandiosa famiglia imperiale che ha cercato di essere al pari, e spesso superare, il gusto artistico della vicina Europa, seguendo le mode dell’arredo, dagli stucchi barocchi, al salottino rococò che è un’esagerazione quasi kitsch, fino a quelli più sobri dell’art noveau tra cui vissero gli ultimi eredi, Nicola II con le sue figlie e lo zarevich prima della rivoluzione d’Ottobre che cancellò il passato imperiale dei Romanov.

Uno dei monumentali scoloni dell'Hermitage

Il salottino rococò

Il suonatore di liuto, Caravaggio.
La Galleria Italiana

Gli appartamenti dello zar Alessandro III
PETERHOF: a una ventina di chilometri da San Pietroburgo si trova la residenza estiva di Pietro il Grande affacciata sul golfo di Finlandia, una “piccola” casa di villeggiatura dove amava trascorrere il suo tempo con una ridotta corte in un ambiente meno “sfarzoso”, anche se a vederlo non parrebbe proprio l’esempio di minimalismo ma i Romanov erano così. Lo spettacolo più grande di questa residenza è l’opulenza dei giardini, dalla terrazza scendono infatti verso il mare fontane, putti e Poseidoni dorati in un incanto architettonico e paesaggiatisco unico. La “leggenda” dice che l’intera residenza fu distrutta nel 1942 su volere di Stalin che non voleva che Hitler organizzasse qui un grande party di Capodanno per cui aveva già diramato gli inviti. Vennero salvati gli arredi che rimangono quelli originali ma tutto il resto fu ridotto a un cumulo di macerie interamente ricostruite con un restauro grandioso dopo la guerra.
L’ingresso costa 900 rubli, all’interno c’è anche un padiglione dove organizzano un self service per il pranzo, alquanto tremendo, ma il tiramisù non era male (Non chiedetemi perché vado in Russia e mangio il tiramisù ma è più forte di me non resisto).

martedì 19 dicembre 2017

QUESTO NATALE, SCRIVI:

Caro Babbo Natale, portami in dona una bella calligrafia. 
Ci sono due modi di vivere il Natale e l’avvicinarsi di questa festa che unisce o allontana:
1 un magone misto a nostalgia con fasi di isteria altalenante
2 un’euforia con ritorno al senso di famiglia, amore, buoni sentimenti e istinti caritatevoli

Saranno le canzoncine, le lucette, le vetrine allestite, l’albero, i trallallì e i tralallà ma il Natale è un momento bello da assaporare se sei a posto con la tua vita, se hai un bel lavoro che ti piace e ti soddisfa, una persona accanto che ti riempie la vita e ti riscalda l’altra metà del letto, una famiglia un po’ a pezzetti in giro per il mondo da riunire sotto un unico tetto.
Come in tutte le cose c’è un lato ostentato del Natale, questa sfrenata ossessione per cui a metà ottobre già gli scaffali di panettone e spumanti, già le stelline sui balconi e quelle sventurate newsletter commerciali che ahimè ricevi tutte le mattine già parlano di regali e whishlist.

E’ questo il lato del Natale che dovremmo piano piano far rinsecchire, perché l’albero si fa il 7 dicembre (a Milano) e l'8 in tutta Italia, i regali sono sì benvenuti ma non obbligatori al contrario delle mance della Nonna e tutti abbiamo almeno un amico che fa coming out e confessa di preferire il pandoro al panettone.
Il consumismo di noi fortunati nati nell’emisfero ricco del globo fa sembrare Natale una festa in cui i tirchi piangono e vorrebbero tornare alla fase sentimenti accompagnati da fatidico motto “l’importante è il pensiero” anche se il pensiero è orribile in modo obbiettivo.

martedì 21 novembre 2017

CAFFE' E PASTICCERIE DOVE PASSARE L'INVERNO A MILANO



Da soli o in compagnia l'importante è sempre trovare un bel posticino.

A Milano abbiamo un solo grande e noto problema: corriamo sempre, SEMPRE. È tutta una lotta contro il tempo, calcolato al millesimo di secondo il caffè con l’amica incastrato con la spesa, la raccomandata in giacenza da settimane, il corso in palestra, la lavanderia, il cocktail in Brera o quel vernissage segnato sull’agenda da mesi a cui si arriva sempre con l’acqua alla gola. È un’attitudine di vita, qui si programma e si corre, anche il sabato mattina quando tutto dovrebbe rallentare sentendo addirittura il cinguettio dei passerotti, no, il passo alla milanese non cede.

La bellezza di questa città è la quantità smisurata di stimoli, dalla mostra all’inaugurazione di un nuovo spazio creativo c’è un turbinio di cose da fare senza che ci si annoi mai e senza che la domenica non si abbia la minima idea di come passare il tempo.

Una cosa però accade immancabilmente quando programmi una merenda, una cena o un caffè veloce con gli amici, DOVE ANDARE? Sono uno di quei pazzi che si segnano tutti i posti carini che incontrano per caso o che scoprono attraverso i social, stilando così una lunga lista che all’occorrenza però non trovo mai, dimentico in ufficio finendo inesorabilmente sempre negli stessi posti.
So di fare del bene elencando qui posticini, caffetterie, pasticcerie per chi ha la grande responsabilità del “Ci vediamo alle 4 decidi tu dove e ti raggiungo” svincolandosi da menù turistici al neon o luoghi della troppa moda.

NB: per semplificare la lettura di questo elenco si consiglia una ben salda conoscenza della toponomastica milanese.

martedì 7 novembre 2017

CAMBIO PIUMONE: IL METODO ALLA POLACCA

Prima di passare così le domeniche è necessario mettere in atto il metodo alla polacca 
A Milano è il 15 ottobre la data cardine per l’inverno, il giorno in cui i condomini accendono il riscaldamento e si inizia a dormire più coperti, poi in un batti baleno appare all’orizzonte novembre con la sua pioggerellina, la nebbia bassa, il cambio dell’ora e una stratificazione continua del letto con coperte e ancora coperte.
Così in una domenica piovosa e dalla luce cavernosa l’illuminazione, mettiamo il piumone.
Che tu lo abbia sottovuoto in solaio, arrotolato in un’anta dell’armadio che non hai più avuto il coraggio di aprire dall’ultima volta che l’hai spinto dentro con la forza o ancora dimenticato in tintoria, il giorno in cui lo dovrai tirar fuori automaticamente vorrai svenire dalla pigrizia ma fatti forza, è giunto il momento.
Per ovviare a questa infernale fatica in famiglia ci tramandiamo da generazioni e generazioni (due in realtà) il famoso “Metodo alla polacca”, un sistema che mi ha insegnato mia madre il cui nome è stato dato in onore ai campeggi che da giovani fecero con due ragazze polacche che lo utilizzavano sempre.
In pochi e semplici passaggi si riesce a mettere il copripiumone senza morire soffocati o senza trovarsi accartocciati a stella marina dentro al lenzuolo, poche regole, complice la geometria e un certo potenziamento di bicipiti e glutei.

Fase 1: sgombero e occupazione del territorio.
È necessario che il letto sia una sorta di sala operatoria ordinata e pulita con solo i ferri del mestiere, quindi no vestiti in giro, no federe e lenzuole sporche ma solo il piumone dal verso giusto ben disteso e pronto a cambiar l’abito.

Fase 2: sottosopra.
In questa fase si deve prendere il copripiumone e ribaltarlo all’inverso in modo che l’interno diventi esterno, sempre ben disteso dal lato giusto così che possa essere sovrapponibile al piumone.

Fase 3: inserimento.
Delicatissimo questo passaggio necessita di una chirurgica attenzione, infatti si devono inserire entrambe le braccia dentro al copripiumone fino al raggiungimento degli angoli opposti.

Fase 4: la vestizione.
Con le mani in corrispondenza degli angoli opposti si prendono gli angoli esterni del piumone e piano piano si fa scivolare esternamente il copripiumone sopra al piumone, come fosse un preservativo.

Fase 5: aerobica.
In questa fase si smaltiscono grassi e calorie, meglio della ginnastica e degli squat, infatti si consiglia di salire in piedi sul letto (che siano puliti) e si inizia a saltellare per favorire la discesa delle pieghe del copripiumone in modo che si arrivi a far combaciare tutti e quattro gli angoli.

Fase 6: estetica.
Come in tutte le cose ci vuole un tocco di stile e quindi in questa ultima fase si fa appello al proprio gusto estetico, si riempiono i vuoti del copripiumone e si appiana l’imbottitura così che sia bella omogenea per un risultato degno di un catalogo di AD.

È un’operazione veloce e prodigiosa, chi prova questo sistema poi difficilmente lo abbandona e quel cambio di piumone che di solito portiamo all’esasperazione con lenzuola consumate rimandando di settimana in settimana sarà invece una battaglia vinta.


venerdì 6 ottobre 2017

LE FIRME DELLA MODA

Franca Sozzani.
Il costellato e meraviglioso mondo della moda per l’immaginario collettivo è un ufficio luminoso con i corridoi tempestati di cover colorate con patinate modelle, titoloni allegorici e scatti dei più illustri obbiettivi fotografici che il pianeta abbia mai avuto. Tra questi spazi ben arredati, ben spolverati e con elementi perfettamente simmetrici e piante rigogliosissime si decidono le sorti per le prossime stagioni del glamour e del lusso il tutto cicaleggiando leggiadre e sorseggiando pinot in calici senza ditate. Cheers.
Il giornalismo di moda, quello autentico e professionale non è proprio come tentiamo di immaginare, patinato e frizzante in punta di tacco a spillo tra una sfilata, un cocktail e una serata di gala triangolate su Milano Parigi e New York, ma soprattutto, esistono ancora autorevoli firme di testata?

Anna Riva.
Siamo troppo abituati a veder scalpitare volti del mondo della moda che durante le sfilate si accalcano a presentazioni, defilé e front row instagrammando in diretta cappotti pellicce e modelline simbolo degli ultimi bienni e spesso confondiamo influencer e bloggers con le leggendarie giornaliste di testate che urlano a gran voce le novità di questo mondo sfavillante.

Isabella Blow.
Irene Brin
In passato le firme giornalistiche e le autorevoli penne del costume si presentavano senza sponsor e buonine osservavano tessuti, fogge e ispirazioni dello stilista che conoscevano perché lo avevano studiato, conosciuto approfonditamente o addirittura lanciato a suon di parole e riconoscimenti con trafiletti e titoli di supporto.
Ora è un po’ tutto cambiato, i giornalisti si appuntano sì parole chiave su cifrati taccuini ma più che le loro critiche intelligenti e sottili si attendono le loro mise, come se a rendere non fossero più gli articoli sulle stagioni proposte ma i vestiti indossati, spesso un po’ promozionali a seconda dello stilista che invita.