martedì 7 novembre 2017

CAMBIO PIUMONE: IL METODO ALLA POLACCA

Prima di passare così le domeniche è necessario mettere in atto il metodo alla polacca 
A Milano è il 15 ottobre la data cardine per l’inverno, il giorno in cui i condomini accendono il riscaldamento e si inizia a dormire più coperti, poi in un batti baleno appare all’orizzonte novembre con la sua pioggerellina, la nebbia bassa, il cambio dell’ora e una stratificazione continua del letto con coperte e ancora coperte.
Così in una domenica piovosa e dalla luce cavernosa l’illuminazione, mettiamo il piumone.
Che tu lo abbia sottovuoto in solaio, arrotolato in un’anta dell’armadio che non hai più avuto il coraggio di aprire dall’ultima volta che l’hai spinto dentro con la forza o ancora dimenticato in tintoria, il giorno in cui lo dovrai tirar fuori automaticamente vorrai svenire dalla pigrizia ma fatti forza, è giunto il momento.
Per ovviare a questa infernale fatica in famiglia ci tramandiamo da generazioni e generazioni (due in realtà) il famoso “Metodo alla polacca”, un sistema che mi ha insegnato mia madre il cui nome è stato dato in onore ai campeggi che da giovani fecero con due ragazze polacche che lo utilizzavano sempre.
In pochi e semplici passaggi si riesce a mettere il copripiumone senza morire soffocati o senza trovarsi accartocciati a stella marina dentro al lenzuolo, poche regole, complice la geometria e un certo potenziamento di bicipiti e glutei.

Fase 1: sgombero e occupazione del territorio.
È necessario che il letto sia una sorta di sala operatoria ordinata e pulita con solo i ferri del mestiere, quindi no vestiti in giro, no federe e lenzuole sporche ma solo il piumone dal verso giusto ben disteso e pronto a cambiar l’abito.

Fase 2: sottosopra.
In questa fase si deve prendere il copripiumone e ribaltarlo all’inverso in modo che l’interno diventi esterno, sempre ben disteso dal lato giusto così che possa essere sovrapponibile al piumone.

Fase 3: inserimento.
Delicatissimo questo passaggio necessita di una chirurgica attenzione, infatti si devono inserire entrambe le braccia dentro al copripiumone fino al raggiungimento degli angoli opposti.

Fase 4: la vestizione.
Con le mani in corrispondenza degli angoli opposti si prendono gli angoli esterni del piumone e piano piano si fa scivolare esternamente il copripiumone sopra al piumone, come fosse un preservativo.

Fase 5: aerobica.
In questa fase si smaltiscono grassi e calorie, meglio della ginnastica e degli squat, infatti si consiglia di salire in piedi sul letto (che siano puliti) e si inizia a saltellare per favorire la discesa delle pieghe del copripiumone in modo che si arrivi a far combaciare tutti e quattro gli angoli.

Fase 6: estetica.
Come in tutte le cose ci vuole un tocco di stile e quindi in questa ultima fase si fa appello al proprio gusto estetico, si riempiono i vuoti del copripiumone e si appiana l’imbottitura così che sia bella omogenea per un risultato degno di un catalogo di AD.

È un’operazione veloce e prodigiosa, chi prova questo sistema poi difficilmente lo abbandona e quel cambio di piumone che di solito portiamo all’esasperazione con lenzuola consumate rimandando di settimana in settimana sarà invece una battaglia vinta.


venerdì 6 ottobre 2017

LE FIRME DELLA MODA

Franca Sozzani.
Il costellato e meraviglioso mondo della moda per l’immaginario collettivo è un ufficio luminoso con i corridoi tempestati di cover colorate con patinate modelle, titoloni allegorici e scatti dei più illustri obbiettivi fotografici che il pianeta abbia mai avuto. Tra questi spazi ben arredati, ben spolverati e con elementi perfettamente simmetrici e piante rigogliosissime si decidono le sorti per le prossime stagioni del glamour e del lusso il tutto cicaleggiando leggiadre e sorseggiando pinot in calici senza ditate. Cheers.
Il giornalismo di moda, quello autentico e professionale non è proprio come tentiamo di immaginare, patinato e frizzante in punta di tacco a spillo tra una sfilata, un cocktail e una serata di gala triangolate su Milano Parigi e New York, ma soprattutto, esistono ancora autorevoli firme di testata?

Anna Riva.
Siamo troppo abituati a veder scalpitare volti del mondo della moda che durante le sfilate si accalcano a presentazioni, defilé e front row instagrammando in diretta cappotti pellicce e modelline simbolo degli ultimi bienni e spesso confondiamo influencer e bloggers con le leggendarie giornaliste di testate che urlano a gran voce le novità di questo mondo sfavillante.

Isabella Blow.
Irene Brin
In passato le firme giornalistiche e le autorevoli penne del costume si presentavano senza sponsor e buonine osservavano tessuti, fogge e ispirazioni dello stilista che conoscevano perché lo avevano studiato, conosciuto approfonditamente o addirittura lanciato a suon di parole e riconoscimenti con trafiletti e titoli di supporto.
Ora è un po’ tutto cambiato, i giornalisti si appuntano sì parole chiave su cifrati taccuini ma più che le loro critiche intelligenti e sottili si attendono le loro mise, come se a rendere non fossero più gli articoli sulle stagioni proposte ma i vestiti indossati, spesso un po’ promozionali a seconda dello stilista che invita.

mercoledì 20 settembre 2017

LO CHARME NON HA ETA': FIONA CAMPBELL WALTER


Se nasci ricca e blasonata c’è una sola fortuna che ti fa fare bingo, nascere ricca, blasonata e bellissima. La storia ha sempre avuto una costellazione di donne celebri vissute sotto una buona stella che hanno passeggiato gloriosamente sulla strada del successo, chi per lo sfavillante lusso della moda, chi per un matrimonio da rotocalco, chi per charme e stile indiscusso.
Tra le bellissime Marella Agnelli, Allegra Caracciolo di Castagneto (di lei scrissi qui) brilla oltralpe anche Fiona Campbell Walter, classe (e che classe!) 1932 nata ad Auckland in Nuova Zelanda con un padre ammiraglio della Marina Reale inglese e una madre aristocratica che subito percepisce le potenzialità matrimoniali e non solo della sua bellissima figlia.
Armoniosa, bruna e con un fisico longilineo, Fiona in poco tempo diventa l’essenza reale e tangibile del gusto sofisticato dei folgoranti anni ’50, una modella che come nessuna ha incarnato un’epoca e il suo specchio, la moda.


Lasciata alle spalle la guerra, la distruzione e l’aria dimessa finalmente il risveglio culturale esprime la sua potenza con il design, l’arte e la moda con uno stile così aristocratico che ancora oggi tante fogge e colori lo si devono proprio a quella voglia di esaltare la bellezza femminile spensierata e sublime. Non il funebre nero che tanto ha vestito lutti e malinconie negli anni ’40 e sì al rosa, al ceruleo e a tutta una gamma di sfumature arricchite da velette, piume, guanti candidi e pellicce sventate.
È sempre la gonna il simbolo dei cambiamenti economici di un paese e se negli anni ’40 era stretta e fino al ginocchio, negli anni ’50 esplode in volume e fantasia, dando una nuova forma alla donna, come fosse un fiore sbocciato.
Fanno capolinea i grandi della couture, Christian Dior, Balenciaga, Schiaparelli, Givenchy e pongono le basi per la generazione futura, i vari Yves Saint Laurent, Valentino e Ferrè, perché la moda è come un abito che si forma bottone dopo bottone e ogni parte è necessaria e contingente per il risultato finale.



La sofisticata Fiona arriva prima di tutte a impossessarsi il titolo della modella più famosa degli anni Cinquanta, compare in copertina su Vogue e diventa musa del più ricercato fotografo dell’epoca, Cecil Beaton, il fotografo di corte che immortalò una lunga ma ben precisa lista di reali di casa Windsor tra cui una giovanissima Queen Elizabeth.
Scorrendo il suo “portfolio” si rimane incantati dall’aria raffinata ma non volutamente raffinata, si nota subito l’essere a suo agio tra abiti da sera, gioielli cesellati e stole di visone, è il suo pane quotidiano e il sapersi vestire per ogni occasione rappresenta il gusto di quegli anni.
Non si vedranno mai cappelli a tesa larga e guanti bianchi su una scogliera rocciosa ma espadrillas in corda e un foulard tra i capelli, in casa camicia e pantaloni capri con scarpe basse perché i giornali rappresentano sì il sogno, la classe e un’eleganza femminile a cui tutte aspirano, ma raccontano anche una verità, levrieri afgani inclusi.


Nel 1956 all’apice della sua carriera incontra il barone Thyssen-Bornemisza de Kászon incontrato 12 ore prima a Sainkt Moritz e si ritira dal mondo della moda salvo un sublime servizio fotografico firmato da Philippe Halsman del 1963 che la immortala tra le mura della sua Villa la Favorita a Lugano.
Nel 1965 si rifugia a Londra dopo il divorzio e inizia una relazione con il figlio di Aristotele Onassis morto però nel 1973. Da allora Fiona si ritira a vita privata e compare sempre meno a ricevimenti di lusso e su riviste patinate.

Questo è il fascino di chi sa mantenere la propria bellezza senza osteggiare il tempo che passa, la baronessa non ha cercato riparo nei ritocchi chirurgici ma ha saputo lasciare che gli anni scavassero rughe e imbiancassero i capelli rendendola ancora più elegante e carica di charme. 

martedì 12 settembre 2017

MILANO: IL VIVERE ELEGANTE


Tutti noi abbiamo un concetto personale di eleganza e raffinatezza anche se spesso si confonde questo chiaro tratto distintivo delle persone più fortunate con il sapersi vestire o nell’avere al braccio l’ultima delle borse più prestigiose proposte dalle maison di moda. Sbagliatissimo, quello che rende una persona sofisticata, elegante e raffinata è sempre il sapersi comportare a modo in ogni occasione facendosi riconoscere non per la capienza del portafoglio o il saldo complessivo di quello che si ha addosso ma per portamento, buona educazione e gentilezza.
Tutte caratteristiche che non solo non si comprano ma bisogna che ci si nasca o ci si venga abituati fin da piccoli. Così una Chanel può fare arricchita e un semplice vestitino del mercato delle pulci può fare signora di classe, sta tutto nell’atteggiamento.
Come dice sempre mia madre, i veri ricchi non ostentano e Milano, come spesso le grandi città, è un vero calderone dove lo struscio prepotente sui marciapiedi di Montenapoleone mischia cafoni da sabato pomeriggio col Ferrari rombante in doppia fila e ragazza appariscente da Vuitton a polso slogato, con anonimi milanesi che rimandato il fine settimana in Liguria si godono una passeggiata pomeridiana con scarpe comode senza griffe da labirintite.
Come in tutte le cose non si può essere estremi e non si può pretendere di non vedere accozzaglie di marchi lusso tutti insieme o di avere a che fare con sole persone che non ostentano assegni del papi o dell’ultimo sventurato marito, ma senz’altro si può cercare di frequentare luoghi dove assaporare un certo non so che d’eleganza e buon gusto, cose semplici alla portata di tutti, basta saper osservare.

Il tragitto del tram 1: ho sempre definito questo tram non un semplice mezzo di locomozione ma il simbolo di Milano, per la sua vettura scricchiolante anni ’20 e quel predellino che si lancia fuori in corsa come se non dovessi perdere tempo a volarci sopra o giù e soprattutto per il suo percorso che attraversa le meraviglie di Milano fermata dopo fermata. Qui salgono ancora gli anziani che si tolgono il cappello quando incontrano e salutano qualcuno di famigliare, i giovani che cedono il posto a sedere, gli innamorati di Milano con il naso incollato al vetro e gli appassionati di storie. Capita sull’1 che una signora racconti la sua vita dandoti confidenza perché hai tra le mani una cappelliera che l’ha incuriosita.

mercoledì 30 agosto 2017

LADY DIANA: VENTI ANNI DOPO

Lady D a Portofino poco prima di quel 31 agosto 1997. 

Domani saranno 20 anni da quel 31 agosto 1997, la mattina dopo ero a Vallombrosa e mentre giocavo sul piazzale di fronte all’appartamento di Nonna tra le sue ortensie e gli alberi rigogliosi una voce tuonò dall’alto, da una delle finestre del piano nobile, era la signora Grazzini che ogni estate prendeva in affitto la casa, si affacciò e disse con quella voce rauca tipica di chi fuma almeno 30 sigarette al giorno “E’ morta Lady D”.
Ero piccolo per comprendere l’enorme velo di tristezza che tutti più o meno provarono nel constatare che la principessa Diana era morta in quell’atroce incidente stradale a Parigi per scappare a tutta velocità dai paparazzi che la inseguivano in ogni sua mossa.
Tutti noi ricordiamo le immagini dell’auto, quel lenzuolo bianco tirato sulla portiera e gli ultimi fotogrammi di Diana accompagnata da Dodi Al Fayed mentre escono dal Ritz per poi salire su quella macchina che si sarebbe schiantata sotto al tunnel dell’alma.
Sono passati venti anni ma nessuno ha dimenticato quella figura patinata e gentile che tutti abbiamo continuato ad amare per il ricordo e la sua storia.

Nobile di origine e principessa per matrimonio il 29 luglio 1981 ha fatto sognare indossando un abito che ha segnato l’epoca, due enormi maniche a sbuffo, un corto caschetto biondo e uno strascico di 8 metri che l’ha accompagnata nella cattedrale di Saint Paul verso il suo destino, sposare l’erede al trono d’Inghilterra, il figlio primogenito di Elizabeth II, Carlo.
Se fosse stata una favola disegnata e animata dalla Disney ci sarebbe stato il “vissero felici e contenti” dopo quella trionfale uscita sul balcone di Buckingham Palace ma dietro quei sorrisi vittoriosi e quella comune riverenza si nascondevano segreti, artefatte gentilezze e un senso di inadeguatezza per quella vita da principessa reale.

Carlo è sempre sembrato un burattino nelle mani della monarchia e piano piano fu evidente che non amava Diana ma la sua ex fiamma Camilla Parker Bowles (poi sposata e divenuta duchessa di Cornovaglia), i due figli William e Harry crescevano di fronte ai suddetti, vicino alla madre durante le visite ufficiali erano perfetti, per garbo e simpatia soprattutto.
E sono loro due, 15 anni William e 13 anni Harry, a seguire il feretro della madre dando al mondo l’immagine più triste di questa storia, due principi orfani di una madre capace di svecchiare la polverosa sequenza di visite diplomatiche, feste reali e inchini desueti.
Diana piaceva al mondo ma non alla sua famiglia, il suocero, il principe Filippo la chiamava “La bambinaia” e la suocera, Elizabeth II, fu molto criticata per l’atteggiamento freddo e distaccato avuto nei giorni seguenti alla morte della principessa perché i sudditi si aspettavano tatto e sensibilità dalla sovrana ma ovviamente non si conoscono e mai si conosceranno i misteriosi retroscena dei rapporti che vegliavano sulle due.

giovedì 24 agosto 2017

IL LATO RIDICOLO DI INSTAGRAM

Uno dei migliaia di hashtag usati per questo genere di trend.
I social ormai sono parte effettiva e integrante della nostra vita e grazie a geotag, foto e condivisioni ogni giorno riusciamo a scoprire qualcosa di interessante, di nuovo e di curioso. Chi ha la fortuna di avere bene in mente cosa vedere e cosa no sui propri profili può scindere le cose di gusto e le cose totalmente estranee al proprio interesse, così gli amanti di gioielli sono invasi da diamanti e parures da brivido, chi invece opta per il food allora può sbizzarrirsi tra piatti minimal fotografati asettici dall’alto e ricette.
Instagram in particolare è diventato terra di tutti e terra di nessuno, un pianeta dove ognuno esprime creatività, dimestichezza con l’obbiettivo fotografico e un pessimo, tremendo gusto estetico.
Non voglio essere frainteso, Instagram è il social che più utilizziamo per rimanere in contatto con persone con cui abbiamo un feeling, virtuale e non, che ci permette di essere sempre sintonizzati su quello che fanno, su quello che visitano, su come vestono e che locali frequentano, così da arricchirci o ispirarsi.

Quante volte abbiamo visto la foto di un posticino carino dove fare una buona colazione nella nostra stessa città ed esserci andati? O uno scorcio di un museo che non conoscevamo e che ci ha fatto prenotare il treno per quella nuova città? Ecco, questo è un modo intelligente di utilizzare i canali social secondo le proprie passioni, aprire gli orizzonti ed essere spinti verso l’esterno.
Come tutte le cose però c’è un rovescio della medaglia che sta venendo a noia più dell’enorme quantità di sponsorizzazioni non pertinenti che ogni 3 foto compaiono nel nostro profilo, ovvero l’esagerata finzione a cui siamo soggetti.
Nessuna demonizzazione e nessuna critica specifica, la mia vuole solo essere un’analisi che penso sia comune a tanti. Instagram è sì la nostra immagine, un album fotografico delle nostre comuni vite e un fotoracconto aggiornato di quello che facciamo, e come tutte le immagini scelte a tavolino da mostrare agli altri è ovviamente un po’ “ritoccata”.
Com’è giusto che sia.

Se a una serata elegante mettiamo il nostro abito “buono”, lo stesso faremo su Instagram, mostreremo il lato elegante e ricercato di quello che facciamo, indossiamo, mangiamo e visitiamo. È più facile che fotograferemo un bel piatto e una bella tavola apparecchiata piuttosto di una ciotola di plastica in cui sbattiamo l’insalata della busta, ed è giusto così.
Il lato ridicolo però è l’esagerazione di questa ostentata perfezione che si trasforma in fastidiosa finzione percepita magari non al primo sguardo ma che non sfugge a un occhio un po’ più attento e osservatore.
L’esempio lampante sono le foto delle colazioni, trend del 2014, viste ancora nel 2015 e nel 2016 e straviste (purtroppo) nel 2017. Non è il cappuccino decorato dell’affezionato bar appoggiato sul bancone dove siamo soliti correre prima dell’ufficio, ma quei banchetti nuziali spacciati come spontaneo inizio-giornata piene di cose trovate in giro per casa per fare contorno allo scatto.
Il set è sempre quello, un lenzuolo, un piumone bianchissimo o un pianale di marmo con venature più scure, al centro dell’immagine un caffè una cioccolata un cornetto, fin qui tutto normale, se non fosse che attorno trovi di tutto.

lunedì 21 agosto 2017

E' COLPA NOSTRA?

HERE COMES THE SUN, il numero di Agosto
La digitalizzazione spesso ci fa dimenticare che prima non era tutto così e prima di spulciare distrattamente notizie di cronaca spettacolo o politica da accattivanti post selezionati sulle pagine Facebook e condivisi solo per il titolo senza nemmeno aver letto il contenuto, c’era il lento sfogliare del giornale al bar, a casa sul divano o sui mezzi pubblici.
Non credo ci sia un giusto o sbagliato, è l’evoluzione del progresso e la richiesta sempre più crescente di una fruizione “smart” di tutto quello che abbiamo intorno. Non c’è tempo di chiedere al giornalaio sotto casa la nostra rivista preferita ma la leggiamo tramite l’app o sul sito stellinato tra i preferiti, vogliamo conoscere l’ultima polemica in trend su Twitter quindi ci aggiorniamo velocemente per poi inserirci nella mischia come fosse un incontro di rugby australiano.
Prima delle frivolezze estive Condé Nast ha dichiarato che a breve si chiuderanno le riviste satellite della principale Vogue Italia per un ridimensionamento dell’editoria del gruppo che ha appena superato il lutto di Franca Sozzani rimpiazzata da Emanuele Farneti. Chiuderanno così Vogue Sposa, Vogue Bambino, Vogue Accessori e Vogue Uomo con un taglio drastico per giornalisti e pubblicisti.
A me dispiace perché nonostante siano riviste di settore dedicate a categorie ben definite hanno rappresentato l’editoria italiana e lo sviluppo di un sistema comunicazione variopinto non destinato solo a un preciso target di vendita. Vogue Uomo seppur non con la stessa forza di quello al femminile era un riflettore puntato sulla moda uomo che ha un mercato interessante e che merita una giusta attenzione, invece così sembra cadere nell’oblio di qualche breve trafiletto in occasione della settimana moda maschile e stop.
Per fortuna sono salve sia Vogue Italia che Vanity Fair che per contenuti e firme giornalistiche possono contare su un fidelizzato numero di abbonati e lettori, anche se con l’avvento di Internet e di siti sempre più veloci e soprattutto gratuiti si rischia il solito quesito, “Perché spendere 5 euro al mese se posso leggere dal telefono o dal pc?”.
Personalmente da pc o da telefono leggo sempre tutto con meno attenzione, la parola scritta e stampata l’assimilo di più, la seguo meglio e riesco a percepirne di più il significato e il filo conduttore tra le righe, così leggo libri e riviste solo se posso sfogliare e tenere con le dita le pagine. Sul metrò divoro i libri riuscendo a evadere da telefonate e il vociare dei più maleducati così come settimanalmente leggo Vanity Fair a cui sono abbonato da anni.
La notizia di Condé Nast mi ha fatto un po’ riflettere e se posso sostenere l’editoria che si fa portavoce della moda e del gusto italiano allora ben venga l’abbonamento annuale a Vogue Italia a partire proprio dal numero più interessante, quello di Settembre che da sempre per moda e stile è il mese dove si “ricomincia”.
D’altronde 30 euro per ricevere a casa mensilmente servizi fotografici dei più importanti obiettivi del mondo quali Steven Meisel o Bruce Weber, è un ottimo investimento.

E poi volete mettere poter fare le orecchie sulle pagine sfogliandolo comodamente sul divano e impilare i numeri fino a farli diventare un elemento decorativo dell’arredo? 

lunedì 14 agosto 2017

BALI E LE ISOLE GILI

D'altronde uno il viaggio lo fa anche per il proprio feed di Instagram, no? 
Non c’è nulla di più costruttivo, sensato e sospirato di un viaggio, di quelli importanti che non ti permetti nemmeno di sognare perché ti sembra irraggiungibile, di quelli che non sai cosa ti aspetta perché sono luoghi per cultura e paesaggio molto diversi dal tuo angolino protettivo di mondo.
Sono sempre stato più europeo che internazionale, il classico che si chiede perché andare in Madagascar se non si è mai visto le Cinque Terre o le nostre preziose città come Lucca, Verona, Mantova e Urbino. L’Italia è il più bel paese del mondo, ne sono più che consapevole, ma attraversare fusiorari, sorvolare continenti di cui spesso ci dimentichiamo e immergersi in un’atmosfera diversa è un arricchimento totalizzante.
Così quest’estate niente isoletta nell’Egeo, niente scogli in una vicina Croazia o niente tour della Sicilia, quest’anno ho preso un volo addirittura intercontinentale fino a Bali, che non è in Thailandia come ho scoperto il giorno prima di partire, bensì in Indonesia.
Inutile dirvi quanto mi ha emozionato questo viaggio e quanto questa piccola guida potrà solo ripercorrere in piccola parte il bagaglio di sapori, colori e felicità vissute in questa avventura.
Se poi volete immergervi per curiosità nei luoghi che ho visitato su INSTAGRAM trovate il geotag e la gallery aggiornata con i posti più belli.

Le risaie di Ubud

BALI è un’isola dell’Indonesia ma non immaginatevi un’isoletta da girare in poche ore, al contrario è gigantesca, molto abitata e anche turistica dopo il boom della moda zen / yoga degli anni ’70 ripresa poi più recentemente grazie al film “Mangia prega ama” con Julia Roberts, visione che consiglio sull’aereo così da entrare un po’ in atmosfera.
Ho viaggiato con la Qatar Airways da Milano Malpensa, scalo a Doha in Qatar e arrivo a Bali Denpasar, nella parte sud dell’isola, per un totale di 15 ore circa e 6 fusiorari in avanti rispetto all’Italia.
Abbiamo scelto come meta Ubud che è un po’ il centro più turistico e interessante di Bali perché da qui partono escursioni di vario genere, non è lontanissimo dal mare e si trovano degli alloggi meravigliosi adatti a tutte le esigenze.
La nostra sistemazione QUI ovviamente trovata come sempre su Airbnb (Avete anche uno sconto se vi iscrivete con questo codice promo) era a dir poco stupenda. Un piccolo angolo privato di paradiso che mi porterò sempre nel cuore, un giardino tropicale con la piscina e due casette separate composte da camera bagno e cucina (l’abbiamo usata per metterci le scarpe tanto amiamo cucinare), ognuna con patio arredato con divani e poltrone in stile balinese. Svegliarsi la mattina e trovarsi immersi a piante fiori e farfalle è qualcosa di impagabile, inoltre era fuori dal centro di Ubud quindi silenzio e tranquillità garantiti.

La nostra sistemazione a Ubud
Ubud è una sorta di grande villaggio balinese con giardini, templi e cortili lussureggianti, un ristorantino dietro l’altro e anche se molto turistica non è affatto resa brutta da negozi truci e ghettizzazione degli stranieri. Si trovano i motorini da affittare che consiglio perché il traffico che c’è a Bali forse è paragonabile alla circonvallazione di Milano alle 6 di sera, un inferno causato da poche strade e una guida un po’ frizzantina da parte dei locali.
Affittare il motorino a Bali significa spendere qualcosa come 3 euro al giorno e il pieno di benzina lo si fa con 1 euro fermandosi anche nel villaggio più sperduto dove sulla strada le persone del posto vendono le bottiglie di benzina e ti aiutano a versarla con un imbuto tra sorrisi e ringraziamenti.
In generale a Bali la vita costa pochissimo e la loro moneta, la rupia indonesiana, è circa 1 a 15.000 (15 mila rupie che loro intendono come 15 è 1 euro) per cui ci si può godere a pieno ogni cosa senza l’ansia di dilapidare un patrimonio.
A Ubud oltre al palazzo imperiale, al tempio vicino al ponte da cui poi parte una stupenda passeggiata fino alle risaie e al ninfeo del caffè Lotus bisogna vedere per forza il mercato dove tra souvenir e qualche paccottiglia si possono fare veri e propri affari conoscendo e indossando la cultura balinese. Tessuti meravigliosi, gioielli etnici in argento e una enorme quantità di cose realizzate con il bambù e in vimini, intrecciati da loro che hanno agili mani e tanta creatività. Qui la parola d’ordine è l’arte del contrattare, si scende di prezzo in un ribattere come al ping pong e poi ci si stringe le mani per fermare l’offerta condivisa.
Così una stola dai colori tipici la paghi circa 8 euro, una vestaglia con motivi balinesi tessuti a mano circa 11 e il cappello a cono che usano nelle risaie circa 7. E’ un luogo meraviglioso.

Sacred Monkey Forest
Il tempio di Taman Ayun
Le risaie terrazzate.

giovedì 27 luglio 2017

MONARCHIA CHE VAI, GIOIELLI CHE TROVI

Ossessione gioielli since 1987, presente!
Tutto quello che sbrilluccica risplende ed è costoso o ereditato a me piace ed è per questo che quando Kate da anziana getta il Cuore dell’Oceano nell’Atlantico oltre a urlarle cretina avrei voluto staccare la poltrona del cinema e scagliarla contro quelli che sostenevano fosse un gesto romantico.
Crescendo il mondo del gioiello è diventato anche il mio lavoro e ci sguazzo come una sirena in una baia silenziosa, è il mio ambiente.
L’ossessione dei gioielli però incontra un’altra ossessione, ovvero le teste coronate.
Visite di Stato, incoronazioni e matrimoni reali fanno uscire dalle cassette di sicurezza zaffiri e piogge di diamanti in un turbinio di emozioni che vanno dalla gioia forsennata all’isteria, di questi appuntamenti mondani e anche un po’ desueti se vogliamo mi piace l’aspetto storico e il senso di tradizione mista etichetta ancora molto rigorosa anche nel XXI secolo.
Ecco qui qualche esempio di monarchie che possono vantare gioielli davvero incredibili tra corone e tiare.

I BORBONE DI SPAGNA:
la Regina di Spagna, ex giornalista, un po’ la Lilli Gruber della penisola iberica ha il privilegio di indossare sulla sua testa ben acconciata qualche chilo di carati con una tale disinvoltura che ci fa quasi rabbia ma si sa, lo stile non si compra al mercato.

La tiara dei gigli: è il gioiello più prezioso di tutta la collezione dei Borboni di Spagna e la Regina Sofia l’ha dovuta cedere a Letizia, è stata realizzata nel 1906 su commissione di Alfonso XIII per regalarla alla fortunata consorte Vittoria Eugenia. E’ una tiara che disegna 3 meravigliosi gigli con diamanti taglio cuscino e platino. Una cosuccia. Letizia l’ha indossata qualche settimana fa durante la visita ufficiale ai reali inglesi, un segno di grande rispetto e un tocco di narcisismo spagnolo verso Elizabeth II che non è di certo una regina di primo pelo come Letizia.

Letizia di Spagna in visita ufficiale dalla Queen Elizabeth indossa la tiara dei gigli. 

La tiara prussiana
: la mia preferita in assoluto per quel dettaglio del diamante centrale a goccia e perché ricorda un po’ quella di Anastasia e La bella addormentata nel bosco, è più piccola e meno appariscente ma il disegno stile impero in voga nei gioielli d’epoca Liberty è qualcosa di meraviglioso. Realizzata nel 1913 su commissione del Kaiser Gugliemo II finì in Spagna per la strana genealogia che ha portato la Regina Sofia a sedere sul trono. Letizia la indossò per il suo matrimonio ed era radiosa.

Letizia Ortiz al suo matrimonio con la tiara prussiana.

La tiara Cartier:
partiamo dal presupposto che se fai parte di una casa reale è impossibile che tu non abbia nel cassetto un gioiello di Cartier degli anni ’20, quelli sono i veri gioielli sotto tutti i punti di vista. Taglio baguette, bracciali splendenti o come in questo caso una tiara di diamanti e perle che fu commissionata dalla Regina Vittoria Eugenia per indossare qualcosa di leggero e poco impegnativo. Beh direi che il risultato non è propriamente disimpegnato ma è uno splendore.

Sofia di Spagna con la tiara Cartier. 
Vittoria Eugenia di Spagna con la sua tiara di Cartier negli anni '50.

venerdì 14 luglio 2017

GIANNI VERSACE: 20 ANNI DOPO

Gianni Versace, 1947-1997
Era l’estate del 1997 e non avevo compiuto 10 anni, come spesso accadeva a Luglio andavo a Vallombrosa in Toscana dalla Nonna e dal Nonno che scandivano i loro tempi tra una passeggiata, il riposino del pomeriggio e l’ispettore Derrick del lunedì sera con noi nipoti che ci inventavamo qualsiasi gioco per arrivare a fine giornata.
Mi ricordo due momenti precisi di quell’estate, il 15 luglio quando appresi dal telegiornale della morte di Gianni Versace e il 31 agosto quando la signora che affittava un appartamento del nostro villino, la signora Grazzini di Firenze, si affacciò dicendo che era morta Lady D.

Che cosa sono state quelle due notizie per un bambino di 9 anni? Non me lo so spiegare, ero incuriosito e incredulo, non conoscevo il male del mondo e non sapevo nello specifico l’entità di questi due personaggi ma me lo ricordo bene.
Gianni Versace fu assassinato il 15 luglio del 1997 sulla scalinata della sua villa di Miami da Andrew Cunanon, un tossicodipendente omosessuale che si prostituiva ed era noto alle autorità per altri omicidi, venne trovato morto dieci giorni dopo suicidatosi con la stessa pistola che aveva usato per freddare Gianni.

Gianni e le top model degli anni '90.
Ricordo la notizia del Tg2 con quei sottotitoli in rosso, le immagini della scala bianca e candida, il lenzuolo che copriva il cadavere e l’enorme sgomento di tutti, Nonni compresi che conoscevano bene la storia dell’ascesa di Versace.
Risuonava poi in tutti i salotti quella parola “Omosessualità”, con cui si avvicendava la vita dello stilista e del suo carnefice come se fosse lo sfondo perverso di una conseguenza, come fosse colpa di una brutta frequentazione e un losco giro di affari sesso potere e soldi.
In realtà non era così, Gianni Versace si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato e il suo assassino era un pazzo armato che non venne fermato prima di commettere altri reati.




Così il mondo della moda e non solo si chiuse in uno strettissimo lutto e i funerali di Gianni Versace furono organizzati nel Duomo di Milano, tra quelle panche piansero il loro grande amico personaggi dal calibro di Elton John, Lady Diana e Naomi Campbell, amici e compagni di percorso di quell’ascesa che in pochi possono sognare
Gianni Versace nasce a Reggio Calabria nel 1947, sua madre era una sarta e da lei viene iniziato al mestiere che lo renderà celebre, nel 1972 si trasferisce a Milano e sei anni dopo si esibisce con una sua collezione al Palazzo della Permanente, era il 1978 e da quel momento nasce l’omonima maison.

venerdì 7 luglio 2017

LA SCIURA MILANESE

Santo Patrono di tutte le sciure milanesi, Camilla Cederna. 
Ormai è chiaro che il personaggio chiave di questo 2017 sia quella fu gentil donzella che zompetta per Milano e che da tutti viene identificata come “sciura” (Signora in dialetto) anche grazie a un profilo Instagram molto seguito che ne elogia gli aspetti più plateali. Ma chi è la sciura? E cosa rende sciura una milanese che passeggia indisturbata nel suo shopping mattutino? Qui qualche indizio per render omaggio a una categoria in via d’estinzione che abbiamo tutti molto a cuore in questa nostra amata città.
Partiamo da due presupposti, la sciura è milanese perché è qui che nasce cresce e si abbevera in quella fonte di stile e buon gusto, per storia e per tradizioni di famiglia, inoltre la sciura è ignara di essere tale perché è un allure inconsapevole e spontaneo, non un atteggiamento studiato a tavolino o forzato.

Sciura si nasce.

Il quartier generale della sciura è via Vincenzo Monti, sotto quel viale che si inerpica da Cadorna fino a Largo V Alpini si ripara all’ombra del filare degli alberi che svettano a sottolineare la bellezza dei piani alti di palazzi fine Ottocento con eleganti ingressi in ferro battuto e stucchi rivisitati. La vecchia e nobile Milano è tutta lì, lungo via XX settembre, via Ariosto, via Leopardi, una zona che la sciura milanese conosce bene perché scenografia della sua infanzia quando i tram sfrecciavano già e le periferie erano solo mondi leggendari e lontani.

La sciura prende l’1 e si gode lo scricchiolio dei sedili in legno e si ricorda quando da bambina chiedeva “Perché c’è scritto vietato sputare?” e salutava il signore che vendeva i biglietti seduto alla sua postazione, ora mantenuta per bellezza o addirittura smantellata.

Nata tra gli anni ’20 e i ’30 figlia di qualche industriale, ferro acciaio?, e di un’esponente di qualche elegante e in vista famiglia milanese, ha frequentato ottime scuole,  Orsoline San Carlo?, per poi seguire certi dettami rigidi d’etichetta per cui “Un buon matrimonio e via sulle ali della classe agiata” nel fiore degli anni ’50 tra ampie gonne e velette.

Il marito? Un avvocato, un ingegnere, un architetto, un notaio, un industriale del tessile o un bell’ammiraglio della Marina. La casa? Un quarto piano stabile signorile d’epoca (la sciura ama il Liberty, sogna lo stile umbertino ma impazzisce per il razionalismo anni ’30 con ampi androni, luccicanti corrimano in ottone e marmi intarsiati a terra) con servizio di portineria che saluta al mattino e le chiama l’ascensore non appena la vede in lontananza tornare dalle commissioni.

Le sue zone preferite? Crocetta, Porta Romana, Corso XXII marzo, Corso Venezia, via Sant’Andrea, Foro Bonaparte e immancabilmente Brera tra strette viuzze e botteghe storiche.
La sciura veste sartoriale, predilige gonne e giacche coordinate, non è una fanatica della moda ma ama gli accessori e stagione dopo stagione snocciola al polso Hermes, Chanel in vitello e Gucci in lucertola e fibbia gioiello, regali di suoceri amorevoli prima e di mariti giramondo dopo, soprattutto negli anni ’80 quando si portava con disinvoltura tutto un prezioso guardaroba. Mezzo tacco elegante e comodo, (Ferragamo?) o acquistato da fedeli esercizi commerciali che da sempre vestono i passi d’allure delle sciure, quali Gallon e De Martini. Non manca di veletta ai funerali e di cappello ai matrimoni, impazzisce per i foulard in seta e gli occhiali vintage sono la sua passione, come i guanti che non toglie quando si arrampica sul tram. La pelliccia? Solo dopo il 7 dicembre, astrakan di giorno e visone miele quando cala il sole.

giovedì 29 giugno 2017

IL (MIO) LIBRO DEI NOMI

Laudomia Del Drago Hercolani, detta DOMIETTA, quando un nome bellissimo ha un nomignolo ancora più bello.

C’è un particolare delle nostre vite che sopravvive a qualsiasi tempo e che ci appartiene davvero per sempre e non è quel brutto tatuaggio tribale voluto fortemente a 18 anni e nascosto a 27, ma il nostro nome.
Riflettiamoci, niente è più imperituro di un nome scritto sui nostri documenti, riecheggiato in tutte le salse in tutti gli anni della nostra vita e ricordato anche più avanti, negli almanacchi della nostra famiglia e nelle storie che si tramandano di generazione in generazione.
Quando si sceglie un nome quello è per sempre e dobbiamo ricordarcelo, non è un capriccio o una moda ma un segno indelebile di ognuno di noi, qualcosa che ci distingue dagli altri perché unico, come fosse un’impronta digitale.
A mio parere scegliere un nome è così difficile che ci vorrebbero delle regole ferree o dei consigli calzanti.
      
       - Scandagliare i propri alberi genealogici perché di nomi belli ce ne sono e se sono di famiglia ancora di più.
Della mia famiglia per esempio amo i nomi femminili Gilda (la bisnonna indiamantata), Costanza, (l’elegantissima proprozia) ma soprattutto quello delle mie prozie milanesi a cui ero molto affezionato, la Maria Giuditta (soprannominata Cicita) e la Ebe che da piccolo storpiavo in Bebe. Tra quelli maschili si parla sempre del prozio Ulrico, del bisnonno materno Oreste e di quello paterno Carlo Alberto.

- Scegliere tra personaggi storici che ci hanno colpito, nomi di re e regine, principi e principesse che han fatto la storia, culturale o di glamour.
Come Elisabetta (Sissi), Caterina (la Grande), Maria Teresa, Ludovica, Maria Sofia, Francesco, Diana, Edoardo, Filippo o Massimiliano.

- Il nome di qualcuno che ha una forte valenza positiva nella vostra vita.

- L’assonanza con il cognome, quello è fondamentale perché un nome e un cognome sono come il giorno e la notte, sono diversi ma vivono sempre l’uno in funzione dell’altro. 

Io sono fortunato, Lorenzo Bises, un nome semplice e storicamente importante, sposatosi alla perfezione (sì lo dico) con un cognome particolare di cui vado fiero per musicalità non solo alla francese (Non si pronuncia Bisé ma come si legge Bises)
Ho già deciso e tutti lo sanno che se dovessi avere una bambina la chiamerei Maria Vittoria che è il nome che più preferisco al mondo, insieme a Filippo se fosse un maschietto.
Siccome però al momento è un’ipotesi più che lontana scrivo qui un elenco dei nomi che mi piacciono molto e che per storia, cultura o affetto mi hanno colpito, chissà che qualcuno di voi lo usi per fare una cernita e sceglierlo per i vostri figli.  

martedì 20 giugno 2017

VIA MERAVIGLI E CORSO MAGENTA: IL TOUR

Corso Magenta 12
Tra le cose da scoprire di Milano c’è una sua fetta di torta molto speciale che spesso è un po’ dimenticata nel marasma generale di una grande città dove si pensa sempre che tutto quel che c’è da vedere sia Montenapoleone, lo struscio di San Babila e via della Spiga.
Niente di più sbagliato.

Era da tempo che volevo scrivere questo post ma non potevo farlo prima di aver visto con i miei occhi tutto quello che questa parte di Milano offre.
Via Meravigli e corso Magenta sono due strade, l’una la continuazione dell’altra, che davvero insieme raccontano tutti i passaggi storici e architettonici della nostra bella città e pare che in queste due vie si concentrino bellezze da capogiro in un tour che a parer mio è obbligatorio.
Via Meravigli si dirama a sinistra venendo da Duomo prima di incrociare via Dante, pare una via stretta e buia della vecchia Milano dove pavé e binari del tram amplificano il boato e i rumori del traffico e del passaggio. A parte Spizzico e Tiger subito all’inizio da vedere si trova la bellissima Galleria Meravigli che tutto esprime il lato dell’architettura ferro e vetro che non è solo la Galleria Vittorio Emanuele II. La Galleria Meravigli è un piccolo passaggio elegante e spesso sconosciuto e vuoto che unisce due strade senza la bruttezza di strisce pedonali, semafori e stop.

Palazzo Turati.

Qui si affaccia un carinissimo bistrot e la Fondazione Forma che ospita delle mostre sempre molto interessanti, uno spazio espositivo che rientra in quelli da visitare e da tener sotto controllo durante le stagioni.
Su quello stesso lato di marciapiede c’è poco più avanti l’ingresso del meraviglioso Palazzo Turati, sempre chiuso e sigillato come una cassetta di sicurezza se non in rare occasioni annuali come il Salone del Mobile dove tutti i milanesi si imbottigliano perché è davvero un capolavoro del nostro decorare. Palazzo Turati è sede della Camera di Commercio, è del 1880 ed è la ricostruzione in chiave moderna di un classico palazzo cinquecentesco tra Ferrara e Firenze, un po’ Palazzo dei Diamanti, con affreschi meravigliosi e ampi saloni di rappresentanza. Fu bombardato durante la seconda Guerra Mondiale ma tornò agli splendori ufficiali nel 1954 con gli architetti dello studio Castiglioni.
Poco più avanti il Bar Meravigli, tappa obbligata per uno spuntino veloce e un panino sobrio, i proprietari sono gentilissimi e il servizio molto a modino.
Sull’altro marciapiede poco più avanti ancora c’è la cappelleria Melegari, piccolina e deliziosa, altro non è che la succursale di quella grande e rappresentante che si trova in Paolo Sarpi, vera Mecca per chi ama i cappelli, le bretelle, le velette e tutto quanto sembra inutile ma necessario.

Santa Maria alla Porta.

Qualche passo e finisce via Meravigli, e ci si addentra nello splendido Corso Magenta che è un vero patrimonio a cielo aperto di tradizioni, storia, arte, spettacolo e instagrammabilità.
Subito c’è la Taschen, il negozio dove nessuno riesce a entrare senza desiderare un enorme libreria con tutti i volumi che spaziano dalla fotografia di moda alla storia dell’arte. Tappa obbligata, in particolare per l’ultimo volume “Gli ingressi di Milano” dove sono raccolte le fotografie degli androni più belli tra gli anni ’20 e gli anni ’70.
Poi c’è Marchesi, quella vera, la pasticceria che da oltre 100 anni fa angolo lì, immune da tutte le modernità che avanzano, vero capolavoro di estetica e qualità, fare colazione da Marchesi verso le 10 del mattino attorniati da sciure in visone è una gioia senza limiti.
Lì dietro c’è Santa Maria alla Porta, una piccola chiesetta bombardata durante la guerra che ha causato la distruzione dell’antica cappella circolare, oggi riscoperta e portata alla luce (nel vero senso della parola), che è lì a testimonianza di quante meraviglie sono state portate via per sempre e di quante si attaccano alla sopravvivenza dei posteri. E’ un angolo prezioso, soprattutto per la bellezza di quei marmi.
Consiglio culinario: il piccolo ristorantino “La Brisa”, in via Brisa (lì dietro) ideale per un pranzo chic.

lunedì 12 giugno 2017

L'AMORE CHE CAMBIO' IL DESTINO DI UNA MONARCHIA

Vi presento Wallis di Windsor
Siamo nati che lei era lì, i nostri genitori sono nati che lei era lì, sono 65 anni che lei è sul trono più ambito e ammirato del mondo, l’ Inghilterra. Non importa che non si paghino le tasse oltremanica e non si viva a Londra o nelle campagne circostanti, anche noi che abbiamo abolito sei anni prima dell’incoronazione di Queen Elizabeth la monarchia spedendo i Savoia in esilio, viviamo ammirando quella piccola donna che ha scandito il tempo tra cappellini variopinti e grandi passi nella storia.
Quello che spesso dimentichiamo è che non era lei a esser destinata al trono, non era lei la diretta erede di quella corona così difficile da portare e ingarbugliata da gestire.

Quasi un selfie
Elizabeth è nata il 21 aprile del 1926, suo padre era Albert, il secondogenito del Re Giorgio V, era la terza in linea di successione per il trono e non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe toccato a lei guidare la storia del suo paese diventando la regina più longeva del suo paese con un regno che ha superato addirittura quello della sua trisnonna, l’infaticabile Vittoria.
E’stato un amore, grande e immenso, a far tremare Buckingham Palace quando nel 1936 il Re Edoardo VIII (salito al trono il 20 gennaio dello stesso anno in seguito alla morte del padre Giorgio V) decise di abdicare l’11 dicembre, rinunciando così a un grande privilegio per poter sposare Wallis Simpson, una donna che per la famiglia reale  fu la rovina di un paese ma che per lui era tutto il suo mondo.





Niente Cenerentola o Pretty Woman, credo che questa sia l’esemplare favola moderna dello scorso secolo, un amore così desiderato e limpido che ha cambiato il corso della storia dell’Inghilterra tra una velata sofferenza e un’esistenza errante alla ricerca di un angolo di mondo dove esser loro stessi amandosi senza filtri.
Il prezzo da pagare era così alto e così non quantificabile che nessuno avrebbe mai potuto pensare che Edoardo VIII lo facesse davvero, non poteva abdicare per sposare una donna divorziata due volte e senza nemmeno un goccio di sangue blu di quelli che contano, poteva averla come concubina senza alcun problema gli dissero ma lui la voleva con sé, nella sua vita e accanto a un trono che nessuna regina avrebbe potuto colmare.
E invece davanti a tutto il suo regno disse “Dovete credermi quando vi dico che ho trovato impossibile portare il pesante fardello delle mie responsabilità e adempiere ai miei doveri di re, senza l’aiuto e l’appoggio della donna che amo. E voglio che sappiate che la decisione presa è stata mia e mia soltanto”.
Non era una cotta adolescenziale o un colpo di testa di un principe capriccioso che preferiva i piaceri della corona ai doveri di un imperatore, al contrario aveva sempre svolto i suoi obblighi cerimoniali e diplomatici fin da quando fu investito del titolo di Principe di Galles una volta che il padre divenne Re Giorgio V.

SENTI.

Edoardo e Wallis si amavano di un amore profondo, rispettoso e grande come grande è stato il coraggio di una simile decisione che sapeva di salto nel vuoto.
Il giorno dell’abdicazione Wallis risultava ancora sposata e dovettero passare ventidue mesi prima che i due si rincontrassero e ottenuto il divorzio di lei, si potessero sposare lontano da tutti gli affetti inglesi che non accettarono mai la loro relazione.
Vissero insieme tutta una vita passando da un paese all’altro, da una nazione all’altra, lui cercando un posto nel mondo per sentirsi utile alla sua terra natia e lei allontanando lo spettro di un senso di colpa che la attanagliava giorno dopo giorno.



Edoardo aveva rinunciato a tutto per lei, lei se lo meritava davvero? Ci sono stati giorni in cui lui abbia alzato gli occhi al cielo conclamando un “E’ stato un errore”? La risposta sta tutta in quella frase che le bisbigliò dopo aver visto un film sulla loro storia:
“Per tutto quello che ho ricevuto in cambio, ho rinunciato a molto poco”. Quel poco era un trono, quel poco era il “lavoro” che gli fu insegnato da quando era bambino perché il destino di un futuro erede alla corona è qualcosa che si legge nei libri di storia e non dipende da lui ma è un diritto e soprattutto un dovere di nascita.
Vagarono in giro per il mondo tutta la vita, vissero negli Stati Uniti, in Spagna e vennero adottati un po’ dalla Francia che però fu loro sempre un po’ ostile, con quel fare ipocrita ed elitario vennero sempre adulati e beffati, era bello e di prestigio averli come ospiti per un pranzo formale ma chi appoggiò la loro relazione e il loro matrimonio si contava sulle dita di una mano.
Wallis era una donna arguta, intelligente, dinamica e con un grande senso pratico, amava ricevere e teneva a mente gusti e preferenze di ogni ospite che varcava la soglia delle sue residenze, vestiva seguendo un suo stile che subito divenne copiato e ammirato, nel suo guardaroba si contavano soprattutto dei meravigliosi Schiaparelli, Balenciaga e Givenchy ma la sua regola cantava “Pochi capi perfetti alla volta per poi portarli finché non sono proprio andati”.