venerdì 22 giugno 2018

PRIDE: OGNI ANNO LA SOLITA SOLFA



Giugno è il mio mese preferito, per quella ormai passata e lontana nel tempo sensazione di pace e leggerezza per la fine della scuola, le prime corse in bicicletta, le prime t-shirt bianche che minimizzano la pezza sotto l’ascella e quel giorno che si allunga fino alle 21. E’ anche il mese del Pride, una celebrazione mondiale in cui per settimane le bandiere arcobaleno si affacciano in tantissimi paesi che sfilano per una cosa che forse dovrebbe starci più a cuore: la libertà.
Ogni anno si scatenano violente polemiche, sterili e sempre uguali senza neppure la fantasia di apportare “interessanti” novità, per quanto riguarda la mancanza di pudore e di discrezione di questi cortei, pacifici in ogni loro mossa, che a detta di alcuni paiono solo un grande circo in sfilata.

Non so quante volte ho visto sui social postate foto di personaggi così un po’ provocatori per costruire deprimenti post “Voi fareste adottare un bambino a questi!!111!!!1!” con l’esplicita volontà
di muovere la compassione e l’ignoranza della categoria buongiornissimo caffè.
La domanda che ricorre sempre nella mia testa è: ma voi ci siete mai andati a un Pride?
E non parlo di Gay Pride perché da tempo l’etichetta si è svelata contraddittoria spesso per gli stessi partecipanti che ogni anno vengono coinvolti in una marcia i cui valori sono molteplici.
Politici ancorati all’idea dell’omosessualità vissuta come una perversione molto lontana dalle mura delle loro casa in cui uomini vestiti in pelle mostrano chiappe all’aria, brandiscono malattie veneree e che non cercano il coinvolgimento sentimentale ma solo sesso promiscuo, è questa l’immagine che hanno di una “categoria” che come sempre viene dannatamente stereotipata e strumentalizzata per una medievale proposta politica.

venerdì 1 giugno 2018

LA TATA: 20 ANNI DOPO

PAZZESCA

Che io sia un tipo nostalgico degli anni passati ormai è chiaro come il sole a mezzogiorno ma tutto questo mio sentimento per quello che teoricamente ci saremmo lasciati alle spalle è stato reso ancora più evidente da quando un mese e mezzo fa va in onda “La Tata” su Paramount Channel dal lunedì al venerdì dalle 19:40.
Quando ho visto la pubblicità ho gridato di felicità che quasi i vicini di casa si sono riuniti sul pianerottolo per capire se ero stato aggredito o avessi vinto alla lotteria, ma per me era ancora meglio di una grattata vincente perché Francesca Cacace è il mio spirito guida e aspettavo questo momento da decenni.
La Tata rappresenta quella mezz’ora di pace indisturbata che avevo prima di cena alle 19:30 quando ero ragazzino e tornavo dal centro estivo, erano gli anni ’90 e ricordo come fosse ieri la sensazione di totale spensieratezza che quegli attimi mi trasmettevano.
Felice, sereno, stavo fuori tutto il giorno, tornavo a casa, doccia, diario segreto e la Tata, fino a quando mio padre tornando dal lavoro si lamentava che sembravo uno scemo perché ridevo in sincrono con le risate finte della serie.
Era più forte di me, nella realtà mi è sempre bastata un’espressione di Francesca, un suo scendere le scale con un completo assurdo o l’ingresso trionfale in cucina di zia Assunta per farmi ridere come poche cose al mondo.

Capisco che per tanti è solo una stupida americanata  ma Tata Francesca era una di famiglia e adesso che posso tornare a cenare guardando le sue puntate tocco il cielo con un dito.
Da noi è arrivata nel 1995 ma è nel 1999 che hanno iniziato a trasmetterla su Italia 1 e sono quelli gli anni in cui noi figli degli anni ’80 l’abbiamo assaporata minigonna dopo minigonna.
E che trauma abbiamo subìto quando abbiamo scoperto che nella versione originale è un’ebrea di origine polacca e non una ciociara di Frosinone? Quando sono passato da Frosinone e non ho visto nella piazza principale una statua di Francesca ne ero abbastanza addolorato, il mondo lo meritava.
Questo dimostra però che noi italiani abbiamo creato un mito nel mito plasmando lo stereotipo dell’ebreo americano a nostro piacimento, da questa sovrapposizione sono nati zia Assunta, Lalla, la favolosa Zia Yetta, lo zio Antonio, la zia Frida e il Nonno di Francesca che con le pecore in Ciociaria ha fatto fortuna. E’ tutto geniale.

Arrederei la mia camera come la sua seduta stante.


Rivedendolo a vent’anni di distanza mi colpisce prima di tutto la modernità dei temi trattati, perché si parla apertamente di omosessualità, madri surrogate, adozioni, tutti temi che fanno certo sfondo a battute e ridicole messe in scena ma erano gli anni ’90 e se ne parlava, era all’avanguardia e ha fatto da apripista a tante sit-com che ancora oggi ci tengono incollati.
Prima di Sex and the city, prima di Gossip Girl, prima di Paris Hilton,  prima di blog e Instagram, Francesca Cacace ora avrebbe tutte le carte in regola per diventare un’influencer da podio, le sue discese di scale diventerebbero virali, i baci con il signor Sheffield il sogno di ogni millenials ma sono felice che sia rimasta quasi un nostro patrimonio, perché noi c’eravamo e senza poterlo condividere sui social ridevamo alle sue battute scoprendo in modo casuale che ci accomunava quell’appuntamento durante le sere d’estate.

MI FA SPACCARE
Rivedendo le puntate penso sempre che oggi la società convulsa e critica spesso senza ragione avrebbe da polemizzare molto sul personaggio, le battute e i messaggi sbagliati che forse in fondo potrebbero arrivare al pubblico. Francesca sarebbe vista come una sgualdrina arrampicatrice sociale con disturbi alimentari (magra e in formissima che però si abbuffa di torte alla crema direttamente dal frigo? Anoressia e bulimia, polemica immediata), zia Assunta continuamente accusata di mangiare tutto ciò che si trova sotto al naso sarebbe dichiarata curvy e direbbero che subisce bullismo quando le danno della cicciona, le femministe interverrebbero per difendere Cici Babcock e Niles tacciato di maschilismo se non fosse che anche lui è in stato di schiavitù e non è un messaggio positivo far vedere che il personale di servizio non ha spazi propri al di fuori della famiglia per cui lavora.
Non avrebbe avuto vita facile ma negli anni ’90 forse eravamo meno politicamente corretti e ragionavamo un po’ di più riuscendo a scorgere sempre il limite dell’ironia.
Dal set poi sono passate tutte le grandi star del firmamento fine anni ’90, personaggi come Barbra Streisand, mito imperituro di Francesca, Pamela Anderson, Ray Charles, Elton John, Elizabeth Taylor, Celine Dion e tantissimi altri, persino Diana che non appare ovviamente ma sempre citata  “Vado un po’ a vedere alla tele che combina Diana” dice Francesca e lì il mio cuore ha fatto il rumore di un cracker friabile.