venerdì 1 giugno 2018

LA TATA: 20 ANNI DOPO

PAZZESCA

Che io sia un tipo nostalgico degli anni passati ormai è chiaro come il sole a mezzogiorno ma tutto questo mio sentimento per quello che teoricamente ci saremmo lasciati alle spalle è stato reso ancora più evidente da quando un mese e mezzo fa va in onda “La Tata” su Paramount Channel dal lunedì al venerdì dalle 19:40.
Quando ho visto la pubblicità ho gridato di felicità che quasi i vicini di casa si sono riuniti sul pianerottolo per capire se ero stato aggredito o avessi vinto alla lotteria, ma per me era ancora meglio di una grattata vincente perché Francesca Cacace è il mio spirito guida e aspettavo questo momento da decenni.
La Tata rappresenta quella mezz’ora di pace indisturbata che avevo prima di cena alle 19:30 quando ero ragazzino e tornavo dal centro estivo, erano gli anni ’90 e ricordo come fosse ieri la sensazione di totale spensieratezza che quegli attimi mi trasmettevano.
Felice, sereno, stavo fuori tutto il giorno, tornavo a casa, doccia, diario segreto e la Tata, fino a quando mio padre tornando dal lavoro si lamentava che sembravo uno scemo perché ridevo in sincrono con le risate finte della serie.
Era più forte di me, nella realtà mi è sempre bastata un’espressione di Francesca, un suo scendere le scale con un completo assurdo o l’ingresso trionfale in cucina di zia Assunta per farmi ridere come poche cose al mondo.

Capisco che per tanti è solo una stupida americanata  ma Tata Francesca era una di famiglia e adesso che posso tornare a cenare guardando le sue puntate tocco il cielo con un dito.
Da noi è arrivata nel 1995 ma è nel 1999 che hanno iniziato a trasmetterla su Italia 1 e sono quelli gli anni in cui noi figli degli anni ’80 l’abbiamo assaporata minigonna dopo minigonna.
E che trauma abbiamo subìto quando abbiamo scoperto che nella versione originale è un’ebrea di origine polacca e non una ciociara di Frosinone? Quando sono passato da Frosinone e non ho visto nella piazza principale una statua di Francesca ne ero abbastanza addolorato, il mondo lo meritava.
Questo dimostra però che noi italiani abbiamo creato un mito nel mito plasmando lo stereotipo dell’ebreo americano a nostro piacimento, da questa sovrapposizione sono nati zia Assunta, Lalla, la favolosa Zia Yetta, lo zio Antonio, la zia Frida e il Nonno di Francesca che con le pecore in Ciociaria ha fatto fortuna. E’ tutto geniale.

Arrederei la mia camera come la sua seduta stante.


Rivedendolo a vent’anni di distanza mi colpisce prima di tutto la modernità dei temi trattati, perché si parla apertamente di omosessualità, madri surrogate, adozioni, tutti temi che fanno certo sfondo a battute e ridicole messe in scena ma erano gli anni ’90 e se ne parlava, era all’avanguardia e ha fatto da apripista a tante sit-com che ancora oggi ci tengono incollati.
Prima di Sex and the city, prima di Gossip Girl, prima di Paris Hilton,  prima di blog e Instagram, Francesca Cacace ora avrebbe tutte le carte in regola per diventare un’influencer da podio, le sue discese di scale diventerebbero virali, i baci con il signor Sheffield il sogno di ogni millenials ma sono felice che sia rimasta quasi un nostro patrimonio, perché noi c’eravamo e senza poterlo condividere sui social ridevamo alle sue battute scoprendo in modo casuale che ci accomunava quell’appuntamento durante le sere d’estate.

MI FA SPACCARE
Rivedendo le puntate penso sempre che oggi la società convulsa e critica spesso senza ragione avrebbe da polemizzare molto sul personaggio, le battute e i messaggi sbagliati che forse in fondo potrebbero arrivare al pubblico. Francesca sarebbe vista come una sgualdrina arrampicatrice sociale con disturbi alimentari (magra e in formissima che però si abbuffa di torte alla crema direttamente dal frigo? Anoressia e bulimia, polemica immediata), zia Assunta continuamente accusata di mangiare tutto ciò che si trova sotto al naso sarebbe dichiarata curvy e direbbero che subisce bullismo quando le danno della cicciona, le femministe interverrebbero per difendere Cici Babcock e Niles tacciato di maschilismo se non fosse che anche lui è in stato di schiavitù e non è un messaggio positivo far vedere che il personale di servizio non ha spazi propri al di fuori della famiglia per cui lavora.
Non avrebbe avuto vita facile ma negli anni ’90 forse eravamo meno politicamente corretti e ragionavamo un po’ di più riuscendo a scorgere sempre il limite dell’ironia.
Dal set poi sono passate tutte le grandi star del firmamento fine anni ’90, personaggi come Barbra Streisand, mito imperituro di Francesca, Pamela Anderson, Ray Charles, Elton John, Elizabeth Taylor, Celine Dion e tantissimi altri, persino Diana che non appare ovviamente ma sempre citata  “Vado un po’ a vedere alla tele che combina Diana” dice Francesca e lì il mio cuore ha fatto il rumore di un cracker friabile.


A Parigi vestita Chanel come se fosse una campagna di Claudia Schiffer 
Ma parliamo dell’aspetto principale che ci importa più di ogni altra cosa: I VESTITI.
Se da ragazzino lo stile caleidoscopico di Tata Francesca e della sua eccentrica famiglia appariva di cornice per esasperare l’aspetto grottesco e kitsch delle sue origini, ora invece capisco l’avanguardia delle scelte per i costumi.
Come fa una Tata a permettersi un guardaroba così? Non è forse la stessa domanda che ci facevamo vedendo Carrie Bradshaw che con una rubrichetta su un giornale poteva indossare, e mai due volte,  abiti delle più importanti e costose maison di moda?
Francesca scende le scale in aderentissimi abiti di pailettes leopardate, minigonne vertiginose, completini arcobaleno, zebrati, con cerchietti in tinta su capelli cotonatissimi, non riesce mai a fare un passo più lungo del dovuto perché strizzata in tubini arrampicandosi su tacchi spillo anni ’90 tacco 12 ma sempre impeccabile con le calze.

Non sembra una campagna Gucci? 

Ineguagliabile
A primo colpo d’occhio sembrano assurdi e di cattivo gusto  ma studiando gli outfit capiamo quanto la moda non si inventa nulla ma si re-inventa perché tantissimi capi sono facilmente rintracciabili nelle collezioni di oggi ed è per questo che vent’anni dopo ancora siamo qui a impazzire per lei.
Pelliccia bianca, sintetica eh (non è avanguardia questa?), e occhiale ovale dolce vita  e mini in tinta, non sarebbe difficile incontrare qualche fashion editor milanese vestita così alle sfilate di febbraio, e sono passati più di 20 anni.

Francesca porta tailleur con orlo a spighetta Chanel, borse eccentriche di Moschino, abiti di Azzedine Alaia, top di Fendi in un potpourri di colore, stile e cattivo gusto ma con un’estetica così forte e divertente che con altre scelte non avremmo avuto questo meraviglioso risultato (così come non avrei una board dedicata su Pinterest).
Insomma non saranno argomentazioni sui massimi sistemi, non si affronteranno così le ultime crisi politiche del paese e non crescerà il mio quoziente intellettivo ma per quell’ora e mezza mentre brucio la cena rido a crepapelle e Francesca Cacace in tutta il suo splendore kitsch mi tiene una gran compagnia facendomi rivivere quei spensierati anni ’90 che lei sa restituirci.

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