lunedì 21 dicembre 2015

COME SCEGLIERE UN PAIO DI OCCHIALI AH BOH NON CHIEDETELO A ME

L’ultima volta che ho scelto un occhiale da sole l’avevo appositamente raccontato QUI sul blog perché fu un’esperienza di caos, buon gusto e dubbi amletici. All’epoca avevo scelto i Persol per due motivi: il primo è che è un occhiale non convenzionale e che non tutti scelgono di indossare, il secondo perché è un marchio italiano e visto che gli italiani fanno tutto meglio io non sconfino all’estero quando posso.
Così quando mi hanno chiesto di vedere la nuova collezione di occhiali del negozio “Vision Ottica” in Piazza De Angeli a Milano ero felicissimo ma allo stesso tempo nervosissimo.

Non sai mai quanto quegli specchi e quelle luci possano farti sentire favoloso o bello come uno sturalavandini e quasi tremavo come una foglia all’idea di rimettere in discussione quale modello di occhiali mi stanno meglio.
Terrore all’idea di sentire la frase “HAI IL VISO ROTONDO” perché sembro una palla o “NON HAI IL VISO MAGRO”  con successiva testata contro la vetrina.
In negozio una gentilissima Michela mi accoglie e mi mette subito a mio agio “Che onore averti qui” e mi sono sentito un po’ la principessa Anna che inaugura ospizi e visita gli orfanotrofi.

mercoledì 16 dicembre 2015

GESU' VESTE DIOR

Ogni anno la stessa scena e ogni anno lo stesso pensiero, perché dai basta con questi piccoli presepini umili e pieni di pagliericci per i suoi abitanti.
Dov’è l’oro sontuoso? L'ostentazione? Il benessere sfacciato un po' Dubai?
Ecco allora che in uno dei miei viaggi mentali mi sono immaginato una sacra famiglia alternativa, con qualche piccola (?) accortezza non ho avuto la presunzione di indagare la Bibbia ma l’ho proprio riscritta a modo mio.

Perché un uomo importante come Gesù, figlio di un boss come Dio, dovrebbe girare a piedi nudi, con una sorta di tunica zozza e logora? Non è giusto, rendiamogli omaggio. Gesù deve vestire un sartoriale Dior, un abito ben tagliato con bow tie e classiche stringate lucide in pelle nera, il capello un po’ folto, un po’ da selvaggio-into-the-wild però con l’addominale scolpito e un po’ di pelo incolto che piace alle fedeli. Poi la corona di spine può diventare una creazione su misura di Philip Tracy, con qualche fiorellino a rendere tutto un po’ più lezioso.
La Madonna è il fulcro, che sia una Vergine non significa che sia una povera derelitta, togliamole il velo da timorata di Dio e lasciamo che mostri la sua lunga chioma rinvigorita da colpi di luce, un taglio sfilacciato e qualche cappellino, versione veletta o tesa larga per quando l’estate si trasferisce al mare in Costa Azzurra.
Di gusto classico, non esce senza la Kelly di Hermes e ama i completi giacca e gonna al ginocchio di Yves Saint Laurent, negli anni ’90 era la numero uno quando si parlava di spalline imbottite, nessuna era più tronco-di-piramide di lei.  

La Maddalena invece è più vamp, capello ossigenato (un po' di ricresciuta si nota eh) lasciato ai boccoli selvaggi, ama il rouge potente o il fucsia, ogni tanto esagera con il leopardo e anche con la nail art. Ai piedi solo Louboutin altissime, quando fa finta di strapparsi i capelli ai piedi della Croce le toglie e le ripone.
Giuda, che ricordo essere il cattivo della soap, è un po’ il Gabriel Garko della situazione, bello esteriormente, immorale interiormente, un po’ faccia da pirla ma con la schiena muscolosa, ecco come mai nelle scene de l’Ultima Cena è sempre di spalle e isolato dal resto degli apostoli.
Lui indossa solo intimo Calvin Klein, gli da' un’aria da boss malavitoso, da poco si è tatuato una lacrima sotto l'occhio sinistro, sicuramente un messaggio profetico. San Giuseppe predilige Armani ed è un industriale molto rinomato, pare che abbia una villa a Tropea incantevole e che sia imbattibile sulle piste da sci a Cortina.
Quindi, per l’allestimento del vostro annuale presepe consiglio uno chalet dall’aria calda e accogliente a Gstaad in cui la Madonna, avvolta in una splendida pelliccia di volpe argentata, legge Vogue davanti al caminetto, Giuseppe guarda le lezioni di golf sull’iPad e il bambinello viene cullato dall’istitutrice tedesca, Frau Gherda.

Basta con il bue e l’asinello che scaldano il piccolo neonato, c’è un impianto di riscaldamento ultima generazione nello chalet e sul tetto addirittura i pannelli solari, al loro posto mettiamoci due pettinatissimi levrieri afghani che in posa Sfinge sembrano due adorabili mobili di luxury design.
I Re Magi li facciamo alti, belli e muscolosi, portano omaggi pesanti così il bicipite è sempre gonfio, il pastore diventa lo spazzaneve personale della sacra famiglia e quello che di solito tira su l’acqua dal pozzo ora è l’addetto alla piscina che d'inverno si trasforma in una splendida pista di pattinaggio sul ghiaccio.
Quanto lusso sfrenato a Betlemmestaad quest’anno.
Finalmente.

giovedì 3 dicembre 2015

QUANDO VIENE DICEMBRE

Per tutto il mese così.
Per anni ho soffocato la magia del Natale e l’attesa dell’arrivo di Dicembre perché un po’ mi intristiva, perché erano lontane le cene della Vigilia a casa di Nonna Giuliana con Babbo Natale che suonava alla porta mentre noi nipoti distratti guardavamo un cartone nel salottino.
Quando si è grandi cambiano le aspettative e tra il brodo, i cappelletti e un cappone ripieno che durerà fino alla Befana, riscaldato più volte, si rischia di perdere il piacere dell’atmosfera natalizia. Il significato cattolico del Natale ha quel sapore antico e tradizionale, ok, ma chi come me non crede a niente se non ad Alberto Angela, festeggia questo momento come “Sto in famiglia”, perché a Natale si sta in famiglia.
Famiglia è quello che noi riteniamo tale, quel nucleo di protezione che può essere un genitore, un cane, un’amica, un amico, un compagno, un mascalzone con cui sto accidentalmente uscendo, una prozia affezionatissima, una compagna di banco del liceo, un buon libro o il mio cd preferito di Mariah Carey, quello che si vuole.

Nessuno potrà dirti cosa devi essere e a quali convenzioni sociali devi appartenere e se lo fanno, spallucce e via a canticchiare “All I want for Christmas is CAZZOCENE” davanti al caminetto.
Negli ultimi anni ho riscoperto invece quanto sia bello entusiasmarsi per un albero ben illuminato a casa tua o nella tua piazza preferita, quanto sia divertente camminare per la strada e sentire le musichette di Natale, che ogni anno sono identiche ma ogni anno ci fanno voglia di cantarle a squarciagola con un maglione in lana carico di renne e slitte.
Niente regali, o meglio, vanno bene se sono cose piccole, studiate, ricercate e buffe, che quando scarti il fiocco ti fanno pensare “Solo tu potevi regalarmi una cosa così” perché cucita su di te, con un biglietto (obbligatorio anche se si regalano soldi, tessere di Zara o un pugno sul muso) che è sempre la parte più bella.
NB: per il bigliettino usate una carta da lettere “speciale”, così chi lo leggerà sa che quello non è il primo foglio trovato nel cassetto ma la famosa carta da lettere per le persone speciali (cit.)

giovedì 26 novembre 2015

CHE BELLO CHE FAI L'ISTRUTTORE DI NUOTO

Stagisti si nasce, si diventa e ci si mummifica. Uscire dal tunnel di stage registrati a caso, in qualità di apprendisti, schiavi liberi o domestiche referenziate è davvero difficile. Così ci si inventa la qualunque per risparmiare o semplicemente rimboccarsi le maniche perché i genitori non sono bancomat a chiamata e l’indipendenza economica è uno dei momenti più belli che si possano vivere.
Vuoi mettere la felicità di andare da Prada con la carta del Papi e poi finire da H&M kids con la tua postepay in fase di autodistruzione? UN SOGNO.
Lavoro da quando ho 19 anni in piscina e ormai la puzza di cloro, le infradito e quell’umidità da equatore sono parte di me, e alla fine stanco o no, mi congratulo con me stesso perché le giornate sono lunghe, le fermate della metro infinite e le gambe sempre rotte, ma almeno me la cavo da solo.
Ufficio+ 50 minuti di metropolitana + 2 ore di corsi di nuoto + 2 ore di fitness + 45 minuti per tornare a casa e poi la pace sotto al piumone guardando Chi l’ha Visto?
In alternativa Ufficio + 30 minuti di mezzi + merenda al volo + 7,5 chilometri in bicicletta + 2 ore di fitness + 7,5 chilometri in bicicletta, sempre per finire a vedere Chi l’ha Visto? Sotto al piumone.
Tanti mi dicono “Ma che bello che lavori in piscina” oppure “Che sexy istruttore di nuoto” perché forse hanno delle aspettative diverse dalla realtà, che non voglio distruggere, ma solo portare a regime.

L’istruttore di nuoto non sempre è quello più fisicamente predisposto alla bonaggine, infatti dopo 5 ore passate a urlare, a dire “VIAAAA”, “ALZA LE GAMBEEEEE”, “MATTEO, PIETRO, GIUSEPPE E CAMILLAAAAAA” magari non ha voglia di nuotare e rientrare nuovamente nell’acqua all’impatto gelida. Quindi forse è l’ultimo dei suoi pensieri riattivare il bicipite o irrigidire il gluteo.
Noi istruttori accogliamo sorridenti i bambini, facciamo le mamme, le baby sitter, i padri affettuosi, le badanti e anche gli psicologi. “No Gaia, non piangere che oggi non facciamo i tuffi promesso”, poi appena la famiglia si dilegua un po’ nazi “ALLORA UN TUFFO E POI FACCIAMO IL MISSILE” perché il primo insegnamento è non traumatizzare il bambino.
Abbiamo timpani perforati, costumi sempre bagnati e un pallore giallo dovuto alla combo acqua azzurra+luce al neon che ci fa sembrare in procinto di morire di epatite.
“Lorenzo stai bene?”
“Ma certo, non mi trovi in formissima?” con sorrisone, sudato fradicio dopo due ore di gambe/addominali/salti perché le sciure dell’acqua fitness non si ritrovino molli come capesante la prossima estate a Jesolo.  Perché delle responsabilità in vasca, tra cui quella di combattere la loro cellulite come fosse mia.

venerdì 20 novembre 2015

AUDREY A ROMA

Più che la parola icona a volte dovremmo usare “buon esempio”, perché troppe volte le fashion icon, le icon girls piuttosto che le dive di passaggio vengono assunte come incontrastate regine del glamour senza che ne sia spiegato davvero il motivo.
Un film, una foto, un’apparizione televisiva possono fermare il tempo e dare un’immagine eterna a una persona senza però scoprire chi era davvero, cosa pensava e cosa avrebbe detto a riguardo.

È il caso di Audrey, un’attrice che più di ogni altra è stata osannata ed elevata all’Olimpo della icone di bellezza e raffinatezza, giustamente eh, ma in modo a mio avviso errato.
Lo scrive proprio Luca Dotti, il figlio, che vedendo una gigantografia di sua madre con il cappello a tesa larga, gli occhialoni e il celebre tubino di Givenchy nei panni di Holly Golitghly, osannata dai nipoti che non ha mai potuto conoscere (Audrey muore a 63 anni nel 1992), decide di scrivere un bellissimo libro, “Audrey mia madre” e pubblicare foto inedite che non rappresentano affatto una diva del cinema, ma una donna bellissima, una madre gioiosa, innamorata della vita.

Perché Audrey non è Holly, non è Sabrina, non è quell’incantevole immagine stampata su borse di plastica e tazze da discount con frasi come “La moda passa lo stile resta” (che non è sua ma di Coco Chanel), ma è quella signora elegantissima che adorava andare al mercato e scegliere gli ingredienti per le ricette che il figlio Luca raccoglie nel suo libro, con aneddoti divertenti che solo l’affetto di un figlio possono far trovare le giuste parole.
Mi sono affezionato a quelle fotografie, in bianco e nero e a colori, in particolare a quelle che la ritraggono serena, felice e attorniata dall’amore della famiglia, in una città che l’ha vista nella sua più splendida semplicità: Roma.


È qui che cresce il secondo figlio Luca, nella città che l’aveva ospitata per il grande successo del film “Vacanze Romane” che ha fermato l’immagine elegante e sofisticata di Audrey che era metà olandese metà inglese, e di discendenza aristocratica.
A Roma Audrey si trasferisce, dal centro storico al più appartato quartiere dei Parioli, dove potrà sentirsi a casa, protetta da sguardi indiscreti e boom di paparazzi.
La parte più bella del libro, a mio parere, è proprio questa perché racconta luoghi che fanno parte di me e della mia bellissima infanzia e sapere di aver calpestato per 8 anni gli stessi passi di Audrey, beh, un po’ mi fa sentire speciale.

giovedì 12 novembre 2015

NON SI RICEVE PIU' COME UNA VOLTA

Proprio così, sì.
Il fulcro del problema è proprio questo: non si riceve più come una volta. Dove per ricevere non si intende “Dai vieni a casa che ordiniamo la pizza dall’egiziano bravissimo sotto casa”, ma quella sottile e raffinata arte dell’invitare per un tè, per un cocktail, per una cena gustosissima, facendo sfoggio di quanto più bello abbiamo in casa.
Come diceva Irene Brin nel suo libro, “Le visite” sono un momento antico e un lontano sapore nostalgico ci pervade quando capiamo che tempi come quelli sembrano ormai demoliti.

La coccola all’ospite, il servizio di posate ereditate della Nonna che lucidiamo quando siamo isterici ma che non mostriamo a nessuno per paura che spariscano coltelli e forchettine da dolce nelle tasche di amici velociraptor e quel sedersi in punta di culo perché affossarsi sul divano a gambe all’aria è quanto di meno chic si possa pensare.
Gli ospiti non arrivano mai in anticipo, così come una buona padrona di casa non si fa trovare sull’uscio della porta o in cucina ai fornelli. Il personale di servizio, quando c’è, apre la porta, prende i cappotti ed eventuali vivande in dono per sistemare il tutto e servirle al momento giusto. 

martedì 3 novembre 2015

CLOCHARME: STILE & POVERTA'


Fermi tutti. Clocharme è l’evoluzione Super Sayan di Pezzenti con il Papillon, che non è solo un modo di dire o un personaggio cucitomi addosso per favorire like, al contrario la maggior parte delle volte che mi chiedono “Come si chiama il tuo blog?” lo bisbiglio quasi vergognandomene.

Forse avrei dovuto chiamarlo “Sfigati con il cravattino” come mio padre è convinto che si intitoli. Pezzenti con il papillon è più uno stato mentale che economico, si tratta di stile più che personaggio, ci si nasce non si diventa.

Perché ci sono alcuni comportamenti che evidenziano questa patologia cronica:

-         Non aggiornare l’estratto conto, perché parlare di soldi è volgare ma nella realtà c’è poco da aggiornare.

-         Preferire i vestiti al cibo.

-         Vivere nel passato, perché i pezzenti sono i decaduti del nuovo millennio. Coloro che provengono da generazioni di buona famiglia in cui il personale di servizio indossava sempre la divisa, la Nonna le perle e la bisnonna diamanti grossi come mele. Famiglie con una storia da raccontare, in cui c’era grazia, ottima educazione, i “buongiorno” sempre sorridenti e i “buonasera” precisi all’ora del tè nel salotto buono. Non esistevano tute da ginnastica ma mocassini college, i bermuda in velluto rigorosamente intonati al papillon e le camicie a fiorellini fino alla pubertà.

Più che nostalgia è rispetto per il passato, che sia decaduto o ancora in fiore.

-         Impazzire per tutto ciò che i Non-Pezzenti-con-il-Papillon lancerebbero nel fuoco: dalle tazzine dipinte a mano con lo scorcio di castelli inglesi del 1700 agli argenti cesellati, dalle architetture Liberty alle velette.

-         Osservare l’arte contemporanea, struggersi nel dolore più profondo pur di capirla, farla propria, rifletterci per giorni, mesi e anni, fino ad arrivare alla commiserevole conclusione che ti fa cagare e che preferisci di gran lunga un bellissimo Hayez o un Boldini.

-          Sognare con il grande Cinema degli anni ’50 e fregarsene a mani piene dei film cult del XXI secolo in cui si scopre Marte o la Terra viene minacciata da un meteorite infuocato. Nulla può battere l’immagine di Rossella O’Hara o Holly Golitghly sotto un diluvio che urla “GATTOOOOO, GATTOOOOO”.

-         Impazzire, stare male fisicamente, perdere il senso logico di fronte a una bancarella di un mercatino vintage, riuscendo a trovare una quantità informe di cose apparentemente inutili, scarti di case altrui, che diventano essenziali per te e per la tua casa.

-         Più che Lady Gaga, la Marchesa Luisa Casati.

-         Più che “50 sfumature di grigio”, “La signora delle Camelie”.

-         Vestire con disinvoltura abiti dismessi da cugini, prozii, nonni, bisnonni, nipoti e figli.

-         Portare una Chanel come fosse un sacchetto e un sacchetto come fosse una Chanel (cit. Nonna di Sarinski).

-         Non ostentare mai e poi mai un abito, una borsa, o una cospicua eredità.

-         Meglio ereditare stile e grazia piuttosto che i soldi, con quelli non c’è eleganza che si possa comprare.

-         Avere come fashion icon la Nonna e non l’ultima it-girl di Instagram.

-         Autoironia, così quella volta che ti ritrovi scalzo per strada perché le scarpe comprate a 1 euro da una zingara a un mercatino si sono aperte come una banana, fai Snapchat e non piangi in un angolo minacciando il suicidio.

Proud to be Pezzenti con il Papillon, oggi come domani.

martedì 27 ottobre 2015

56 ANNI DI GIOVINEZZA

"HO 56 ANNI LO GIURO".
Barbie è un'eroina del mondo contemporaneo, un bagliore di luce e speranza con due tette che stanno esattamente nei flute di champagne. Quante, ma anche quanti, di voi non facevano altro che passare con lei tutto il pomeriggio facendole assaporare almeno dieci vite diverse? Poteva andare al mercato, due minuti dopo partire per la spedizione della Nasa (sempre coi tacchi ovviamente) e cinque secondi dopo arredare la sua casa tutta rosa coronando il sogno di un'esistenza senza mutuo.
 
Com'è nata la famosa Barbie? Barbie non ha mica un nome così comune, all'anagrafe infatti è Barbara Millicent Roberts, quasi aristocratica la ragazza.
Barbara era la figlia di Ruth Handler che insieme al marito creò la Mattel, l'idea le venne guardando la figlia che alle sue bambole di carta dava il ruolo di donne adulte, si era stufata di giocattoli che rappresentavano neonati. "Basta cacche e pannolini, io voglio che la mia bambola vesta come una ballerina di lap dance con una tutina leopardata" avrà urlato in lacrime.
 
Era il 9 Marzo 1959 quando Barbie fece il suo ufficiale debutto in società. Venne costruita in Giappone, ecco il segreto dei suoi capelli liscissimi (lontani ancora gli esperimenti liscio perfetto di Yuko Yamashita). Il suo primo outfit? Degno di una vera ragazza di buona famiglia, un costume zebrato, tacco a spillo e una lunga coda e ne vennero vendute 350 mila in un tempo record.
Il dilemma della nascita di Barbie è che ha decine di sorelle ma non una madre, un po’come Brooke Logan. C’è Skipper, odiata da tutti perché è l’unica coi piedi piatti e non le stavano le scarpe con il tacco, poi le sconosciute Stacie, Shelley & Krissy. La sua migliore amica, altra sconosciuta, è Midge, che si è anche sposata con Alan ma Barbie non era presente altrimenti ci sarebbe una “Barbie testimone di nozze”. Barbie è un esempio da seguire, non è razzista visto la quantità di amiche e amanti giapponesi, africani e indiani. La più famosa è Christie, la bellissima ragazza di colore con gli occhi neri neri vestita Benetton. Inoltre ha rappresentato 50 nazionalità diverse, diventando lo specchio del mondo.
 
 
La sua più grande passione è la moda. Vestita dai migliori stilisti, da Valentino a Versace, da Benetton a Yves Saint Laurent. Migliaia le scarpe di tonalità rosa/fucsia, vestiti cortissimi e top che scoprivano la pancia, un addome piatto scolpito dalle lezioni di Pilates. Un sedere sodo e a mandolino, mutandoni perenni e un sorriso da starlette. Il trucco sfumato, le ciglia lunghe disegnate e i CAPELLI. Il suo punto forte erano proprio questi capelli, biondi, lunghi e setosi che tutti noi pettinavamo spezzandole l’osso del collo, fino a rasarla a zero prima ancora di Britney Spears.
Ha avuto 38 animali tra cani, gatti, conigli, addirittura un panda, una zebra e un cucciolo di leone. La sua più grande storia d’amore è Ken, il californiano abbronzato e muscoloso, sorridente come un ebete e un ciuffo all’avanguardia. Ken perennemente nudo perché era inutile vestirlo, non ho mai conosciuto qualcuno che comprasse i vestiti a Ken. Aveva sempre e solo una camicia di jeans, al massimo a quadretti da boscaiolo. Inenarrabili le storie di sesso che si improvvisavano, ricordo che Barbie andava al mercato a fare la spesa con la sua Ferrari bianca e una volta tornata trovava Ken nudo come un verme che al posto di lavare il Camper rosa era sempre sdraiato a non far nulla. Cazziatone poi sesso.
 
Barbie invece non si ferma un attimo, è stata ginnasta, astronauta, acrobata, papessa, cantante gospel, esploratrice, pilota d'aereo, hostess, veterinaria, primo ministro, principessa, sirena, infermiera, pizzaiola, professoressa, cantante, bagnina, cuoca, imprenditrice. Non è affatto snob, al contrario si adatta ad ogni situazione.
 
Ken e Barbie sono stati una coppia di fatto fino al 2006, quando si sono sposati ufficialmente. 43anni di fidanzamento sono lunghi e difficili ma  loro si sono sempre amati, hanno avuto una sola crisi in cui Barbie si è fatta affascinare dall’esotico surfista Blaine, un flirt durato poco, un’avventura estiva consumata sotto una palma di Miami, poi è tornata strisciando da Ken in versione “Barbie adultera” con un sufflè di mele.
Da quel giorno in cui nacque Barbie sono passati 56 anni e sul suo viso non sono comparse rughe ma zigomi alti, trucco perfetto e una forma fisica invidiabile. Forse è un modello estetico sbagliato, forse è solo un timore di genitori apprensivi, forse è la sorella, l’amica o la nemica che avremmo voluto avere, ma tutti abbiamo vissuto con lei un’avventura frutto della nostra arguta immaginazione.
E quanto era divertente, quanto.
A celebrarla una mostra “BARBIE THE ICON” che ripercorre la sua storia al Museo Mudec di Milano dal 28 ottobre 2015 al 13 Marzo 2016.
Io ci vado, e se vedo la villa rosa con l’ascensore mi metto a piangere, perché ancora la sto aspettando da Babbo Natale.
 
 

 

giovedì 15 ottobre 2015

SCARPA DA VECCHIA FA BUON BRODO

Cosa direbbe Coco?
È arrivato quel momento dell’anno in cui vestirsi può essere una scommessa, un po’ per il tempo, un po’ perché ancora non abbiamo capito cosa dall’alto ci venga imposto come tendenza assoluta. Chi segue le mode e butta ogni stagione via quel che ha comprato pochi mesi prima perché su Instagram non va più e la socialite di turno disse che è out, sicuro è come un giocoliere in bilico.
Le riviste un giorno danno per scontato quello stile colorato ed eccentrico anni ’60 per poi rivalutare subito, senza preavviso, appena 1 mese dopo, i pantaloni oversize, le mantelle da Nonna di Cappuccetto Rosso e le scarpe dal tacco quadrato.
E in tutte le case c’è quel momento in cui una madre al cambio di stagione mostra alcuni abiti alla figlia che segue la moda ma ancora non ha quella personalità evoluta per cui riesce a scegliere senza essere influenzate dalle pseudo bloggers e dalle it-girls dei social.
“Ti piace questa o la do’ via?” alzando in volo una pochette di coccodrillo anni ’40.
“Ma no Mamma, quest’anno va la lucertola dai, che roba brutta”.
E via il prossimo pentimento quando improvvisamente si scopriranno tutte intenditrici di vintage e chi non possiede una borsetta da giorno in coccodrillo a clip rimane una derelitta.
“E queste scarpette aperte dietro con tacco 7 quadrato? Sono nuove”.
“DAI MAMMA FANNO CAGARE CHE SCHIFO”.
E sono le classiche Chanel bicolor, le slingback.
Non so chi sia.
E qui si consuma la tragedia. Dovrebbero studiare quello strano fenomeno per cui durante la vita a periodi alterni odi dei vestiti che poi però cerchi disperatamente e ti mangi anche la tibia quando ti ricordi di averli regalati a chissà chi.

venerdì 9 ottobre 2015

UOMINI: VESTITEVI COSI'

Non sono affatto uno di moda. Non lo sono mai stato e credo sarà difficile diventarlo in un prossimo futuro, perché troppo abituato ai classiconi del guardaroba piuttosto che alle frivolezze dell’evolversi di ogni stagione sfilata dopo sfilata. Un anno va il tartan e ce lo annunciano come fosse un nuovo mondo scoperto, così come altre banalità di moda che affondano le proprie radici nella storia del costume, che di certo non ha inventato Jeremy Scott con le magliette stampate con il Cif sgrassatutto.
A mio modestissimo parere l’uomo può avere nel guardaroba mille cianfrusaglie da buttare ogni stagione ma ci sono alcuni capi intramontabili che per risparmiare dovremmo comprare oggi e indossare fino a quando andremo a controllare i lavori in corso ai cantieri.
Questo è un vademecum per chi ha quello stile un po’ vecchio, non per chi segue le mode e veste Frankie Morello.
 Il BORSALINO
O più in generale il cappello, che sia la coppola, la bombetta, il Borsalino a tesa piccola, quello a tesa più larga o il classico Fedora. Perché lo indossiamo adesso con le Stan Smith e una giacca più sportiva e lo porteremo domani con il cappotto spigato per andare a giocare a bridge con gli amici sopravvissuti. Un uomo senza il cappello è un uomo senza pelo sullo stomaco.
Un classicone.
 
 
IL LODEN
In un solo cappotto l’espressione della vecchiaia ma anche dell’estrema disinvolta eleganza. Verde con i bottoni tirolesi in cuoio, con il taglio alle spalle e con la pences sulla schiena, così quando farete una giravolta l’effetto sarà una deliziosa ruota. E’ proprio facendo una giravolta con il mio nuovo Loden che ho tirato giù mezzo scaffale in un negozio di scarpe del centro, d’altronde goffo come Pippo è il mio secondo nome.
Il mio preferito.
 
LA RENNA
Altro intramontabile classico, se avete la fortuna di indossarlo prima dei 30 anni perché ereditato o comprato in un mercatino, vi accorgerete quanto in giro per strada lo usino solo pensionati e signori bene, distinti e impeccabili. E vi sentirete parte della crew.
Quella del Papà è sempre più bella.
 
IMPERMEABILE
Più che trench. E il bavero alzato solo se siete Cary Grant o avete 69 anni compiuti.
Che sia Allegri o Burberrys
 
IL BARBOUR
E’ molto borghese ma è la giacca usata dagli inglesi per andare a caccia nei loro manieri di campagna, e chi siamo noi per non sentirci un Lord nelle praterie del Devonshire anche quando torniamo a casa con la carta igienica sottobraccio? Lo indosso da quando avevo 7 anni ed era il mio preferito. Avvertenza: le sue tasche sono così grandi che le chiavi di casa saranno l’ultima cosa che riuscirete a tirare fuori all’occorrenza.
A caccia nel Devonshire.
 

lunedì 28 settembre 2015

IL COMPLETO DA PIOGGIA


Il mio completo da pioggia preferito.
Fin da piccolo i giorni di pioggia mi destabilizzavano in quanto “meteoropatico” è un aggettivo che hanno voluto coniare sulla mia persona. La pioggia è scomoda e quando sei in giro sotto l’acqua a catinelle ti accorgi di quanto la gente non sappia più stare al mondo.

Traffico impazzito, strade allagate, ombrelli usati come stuzzicadenti per inforcare l’ultima tartina cruditè al party esclusivo dove si beve ma non si mangia, la Galleria che diventa scivolosa e a ogni passo rischi di sembrare Carolina Kostner sull’orlo di un malore.
 
Audrey & Givenchy.
Vogue 1974.
Per non parlare dell’orrenda poltiglia che si creava con la segatura che gettavano a terra all’ingresso della scuola quando pioveva. Ecco, quella è per me l’immagine più esplicita dei giorni di pioggia.

Poi crescendo, in particolare in autunno, ho cominciato ad apprezzare la pioggia, o meglio, più che la pioggia la troppa moda nei giorni di pioggia.

Chi mi conosce sa quanto il mio guardaroba perfetto implica capi che sono uguali e intramontabili da almeno metà secolo e che rappresentano un po’ l’élite tra i 70 e gli 80. I vestiti da “vecchio” insomma.

Non c’è giorno di pioggia senza impermeabile. È come dire che con la neve si esce con il bikini, l’impermeabile è stato pensato proprio per coloro che come me odiano l’ombrello e che preferiscono prendersi l’acqua piuttosto che avere quell’affare che scola e che potrebbe uccidere qualcuno a ogni angolo. Il must è Burberry che però non ha il cappuccio ma il perché è ovvio.
GATTOOOOOO.

mercoledì 23 settembre 2015

VOGLIO SVEGLIARMI LAUREN BACALL


SENZA PAROLE.
Ci sono due momenti nella vita di ogni donna che un po’ rimpiange la bellezza e l’eleganza degli anni ’50. Il primo è quando davanti allo specchio ci si confessa “Oh, se fossimo negli anni Cinquanta potrei tenermi un po’ i fianchi che sarei considerata bellissima, altro che queste modelle taglia 38”.
Il secondo quello in cui prima di andare a dormire si esprime il desiderio “DOMANI VOGLIO SVEGLIARMI LAUREN BACALL”.
Ogni foto, ogni film, ogni inquadratura, è come un colpo di tizzone ardente sulla pelle nuda contro l’autostima di ognuna di voi. Era troppo bella per essere anche brava, troppo sensuale per essere anche elegante e di una raffinatezza così innata che di certo non si impara a furia di divorare Vogue o studiando i rotocalchi.
Classe 1924, metà polacca e metà rumena, EBREA, emigrata di America con i genitori. Diventa negli anni ’50 una delle attrici più ammirate e apprezzate di tutta Hollywood e fa capolinea nell’Olimpo delle dive nel giro di pochissimo.
Se Marylin aveva l’aria biricchina ed era il prototipo americano del sogno proibito, Lauren Bacall aveva quel gusto europeo e quello stile, quello charme, inconfondibile. Nei suoi film il dettaglio più di rilievo è il suo sguardo, così forte e profondo che sarebbe stata più adatta a lei l’altissima citazione “NESSUNO METTE BABY IN UN ANGOLO”.

giovedì 17 settembre 2015

IL RITO DEL TE' A MILANO

IO CON LE MIE AMICHE ALL'ORA DEL TE'.
Ci sono tempi e pause che nel mondo contemporaneo sembrano essersi ormai dissolte, quasi come se non ci fossero più quelle lievi tradizioni che invece scandivano le giornate dei nostri nonni e delle generazioni precedenti. L’ora del brandy, l’ora del cocktail che guai a chiamarlo “Apericena” perché ancora si facevano dello chic un vero e proprio mantra di vita e le parole dovevano richiamare quel senso di raffinatezza. Tutto aveva un codice, dall’abito allo stile, dall’arte del ricevere a quello dell’invitare.
Sembrano sottigliezze frivole se si pensa alle difficoltà della vita ma a parer mio, l’educazione e il savoir faire servono a migliorare la vita di ognuno di noi e di chi ci sta intorno. Perché se tutti ruttassimo e se tutti buttassimo le cose a terra come fossimo degli scimpanzè del Burundi, non so quanto sarebbe bello vivere e avere a che fare con gli altri.
Ora che l’autunno è alle porte e non saremo più in giro a fare gli insiders tra un aperitivo, un sushi e un pic nic al parco perché desideriamo più una zuppa o un minestrone, finalmente iniziano le merende della domenica pomeriggio con tè caldo e biscotti.
La cosa più bella dell’inverno è proprio riunirsi in un caffè dall’aria stantia e decadente con una buona compagnia, che sia il fidanzato di turno a cui si dice “Perché non ti piace il nome Laudomia?” iniziando a litigare, oppure un gruppo di amici con cui si argomentano temi seri quali “Io faccio la cacca SEMPRE dopo la colazione, altrimenti non posso uscire di casa” con successive domande più specifiche. Che sia a casa, con delle tazzine così che fanno esploderePinterest, degne della migliore padrona di casa mai esistita, o in giro per la città.
Un vero e proprio salotto aristocratico che si riunisce nelle sale da tè di Milano, ecco le mie preferite.
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martedì 8 settembre 2015

QUEEN ELIZABETH 1 - QUEEN VICTORIA 0

GOD SAVE THE QUEEN.
La storia si ripete. Non vivo in Inghilterra ma con il cuore mi sento un po’ suddito di Queen Elizabeth II e se solo venissi ricevuto per un tè delle cinque a casa Windsor le leggerei i numerosi post di questo blog che millanta quasi una sezione dedicata alla famiglia reale inglese.
Il 9 settembre è una data importante per lei, classe 1926 e primogenita di Giorgio VI, inaspettatamente divenuta Regina del trono più ambito del mondo, perché è il giorno in cui diventa leggenda. Il 9 settembre supera ufficialmente la Regina Vittoria che regnò per 63 anni e 216  giorni, dal 1837 al 1901. (Vi consiglio la biografia “La piccola Regina” di Carolly Erickson).
Da sinistra la principessa Margareth, Elizabeth e la Regina Madre.
Elizabeth supera quindi i 63 anni e 216 giorni di Regno incontrastato ed è un peccato non poter ricordare quel 2 giugno 1953 quando a 27 anni divenne Regina d’Inghilterra, per un segno del destino, perché lei si aspettava di essere la nipote coccolata di Edoardo VIII ma la sua improvvisa decisione di abdicare per sposare Wallis Simpson ha ribaltato la storia. E il destino di questa giovane e ignara Principessa.

lunedì 7 settembre 2015

MERCATINI DELLE PULCI A MILANO: IL VADEMECUM


Sentirsi ricco ma vivere da povero è un po’ il mio stile, quella sottile allure per cui mi sento un Lord inglese dell’epoca vittoriana improvvisamente catapultato nel XXI secolo senza carrozza, senza domestici e senza bastone con il pomo d’avorio. E Milano non è Londra, ma qui mi sono ben ambientato e ho quegli indirizzi segreti per cui ci si può vestire con poco, a volte pochissimo, ma rimanendo sempre in ordine e quasi alla moda.
Cresciuto a pane, Sissi e mercatini dell’usato ho acquisito da mia madre, vero mastino quando si tratta di spulciare l’affare nelle bancarelle, quel fiuto da cane da tartufo che mi permette di portarmi a casa sempre qualcosa di buono. Così, solidale e altruista, voglio condividere con voi gli indirizzi dei miei mercatini dell’usato preferiti.

VIALE PAPINIANO: martedì e sabato mattina (Metro Sant’Agostino)
Ricordi un po’ del liceo, un po’ dei tempi dell’Università, è il classico mercato cittadino in cui bancarelle di frutta e verdura bio, ambitissime mete di sciure milanesi con borse in vimini e Chanel che fanno la spesa per la settimana, si alternano a quelle di pigiami, mutande, scarpe. C’è di tutto ma di qualità. I banchi dell’usato sono mucchi informi di vestiti anche a 1-2 euro e la mia preferita è quella dei jeans Levi’s lunghi o corti dall’aria un po’ ‘80s ma che con la scarpa giusta danno un tocco vintage impareggiabile. CONSIGLIATISSIMO, sia per la frutta e la verdura, sia perché andare al mercato di Viale Papiniano è un’attitudine molto milanese.
 
VIA BENEDETTO MARCELLO: martedì e sabato mattina (Metro Lima)
E’ una parallela di Corso Buenos Aires, all’incrocio con via Vitruvio. Mentre tutta Milano si affolla nei classici negozi del centro, pochi invece conoscono il mercato di Benedetto Marcello, secondo a quello di Viale Papiniano, a mio parere, ma con una buona dose di fortuna e occhio guardingo ci si porta a casa facilmente qualche maglione informe a 2 euro, qualche jeans, t-shirt dai colori sbiaditi e un bel cappotto a 7 euro. Preferibile il martedì mattina, con una bella colazione grassa e felice alla Pasticceria San Gregorio.
 
VIA PIETRO CALVI: giovedì mattina (Piazza Cinque Giornate, tram 9, 12, 23, 27, autobus 60-73)

La Mecca per le vere sciure della cerchia dei bastioni, quelle belle imperlate e a volte anche un po’ incartapecorite, con badante al seguito o Birkin al polso. È un mercato dove fare degli affaroni risulta difficile ma se state cercando un capo firmato, ben tenuto e a una fascia di prezzo abbordabile, allora vale la pena farsi un giro. In particolare c’è la bancarella dei cappotti tirolesi, Loden e cappe, per l’inverno, che ha sempre delle chiccherie impareggiabili. Non è il mio preferito ma se un giovedì mattina bigiate la scuola o il lavoro è una destinazione che consiglio anche per la bellezza delle vie del circondario, prima tra tutte Via Lincoln.

giovedì 3 settembre 2015

HVAR: L'ISOLA CHE C'E'

Hvar vista dal porto.
 
Angoli da Poser.
Se siete nella fase azzurro/blu/bianco di Instagram, l'isola di Hvar in Croazia è il luogo giusto per un pellegrinaggio cromatico. E' infatti uno di quei luoghi al mondo dove arrivi senza aspettative vacanziere, dettate dalla tua pigrizia, e rimani semplicemente sbalordito dalla meraviglia del paesaggio, dagli scorci che sembrano suggestive cartoline, dalla bellezza di ogni singolo angolo.
Partendo da Pescara con la compagnia Snav, un catamarano in sole 4 ore di navigazione vi farà attraccare a Hvar, considerata una delle dieci isole più belle al mondo insieme a Capri, Ponza, Mykonos, Zanzibar, Bora Bora ecc.
 
(Consiglio: se soffrite il mal di mare meglio prendere questa pasticchetta, la XAMAMINA, che vi rintontirà talmente tanto da trovare la pace dei sensi e non sentire il dondolio della barca. Se invece state molto male, potrete sempre fare amicizia con lo staff napoletano e ritrovarvi a fare un aperitivo privato con il comandante nella cabina di pilotaggio, come è successo a noi).
Oltre al viaggio in prima classe sono stato fortunatissimo con l'alloggio, perché se a Rimini ho dormito in una stanza dai muri gialli spugnati che è un vero incubo estetico, a Hvar abbiamo trovato una splendida casetta nel pieno centro storico, ai piedi dell'antica fortezza con una piccola veranda, due camere, due bagni, l'angolo cottura e una strana cosa che perde sangue nel surgelatore di cui è meglio non approfondire la provenienza. La casa l'ho trovata su Airbnb che risolve sempre problemi di budget e povertà, ed è QUESTA con la possibilità di ospitare fino a 6 persone.
Portoni azzurri per il bene del vostro Instagram.
 
Hvar è un'isola affascinante e ricca di storia, il suo centro è un costante viaggio nell'atmosfera mediterranea in cui la pietra locale si scontra con il profondo blu del mare, un'altura viene sovrastata dalla fortezza che con le sue mura abbraccia l'intero profilo dell'isola. Vista dal mare poi è qualcosa di suggestivo, obbligatorio.
 
Più che la macchina vi consiglio il motorino ma se avete pochi giorni a disposizione allora meglio vivere senza mezzi cingolati e godersi lo sciabattare dei sandali di cuoio sulla pietra e le escursioni in barca. Con 40 kune infatti (poco meno di 6 euro) si può fare andata e ritorno per le isolette intorno che sono raggiungibili in 20 minuti e sono guidate da aitanti 12 enni del posto che fanno manovra uscendo dal porto bevendo un frappuccino. Giuro.
Bellissime le escursioni a Mlini e a Palmizana, due isole dove l'acqua è talmente bella che passerete la giornata a dire "MA GUARDA CHE ACQUA" e a fare milioni di foto senza filtri perché solo la realtà rende giustizia a quei colori.