venerdì 27 maggio 2016

KATE DAVANTI E DIETRO TUTTI QUANTI

FAMILY.
Ci sono due eventi della Royal Family che aspetto impazientemente: il Garden Party di Maggio nel giardino (che poi è qualcosa come 1000 ettari di erba finissima tagliata perfettamente con le forbicine delle unghie) e il Royal Ascot, le gare dei cavalli che ci interessano solo per lo sfoggio di cappellini di ogni forma e dimensione.
Al primo la Regina arriva a piedi, sempre con borsetta tenuta al gomito come se dovesse prendere la circolare 91 per andare a prendere una ricetta dal medico, ad Ascot invece su una deliziosa carrozza scoperta salutando la folla, accompagnata dall’ormai mummificato, ma sempre arzillo, Principe Filippo.
E puntualmente di chi si parla sempre se non di Kate Middleton? Due anni fa sfoggiò un abito giallo limone e che le stava anche un incanto maledetta lei e i suoi geni che dovranno studiare in laboratorio, quest’anno invece lo stesso abito con cui battezzò il principino George.
SATANA

Una scelta spontanea? Una svista? Macché, minimo ci sarà stato un conclave segreto con 8 guardarobiere armate di fogli exel e grucce meccaniche che urlavano alla semplicità di un abito di “seconda mano” per essere più vicine al popolo, decisione poi sigillata in Parlamento.
L’importante è che i giornali titolino “KATE UNA DI NOI”, “KATE INDOSSA UN ABITO DUE VOLTE”, “KATE ACQUISTA DA ZARA”, dove Zara non è l’altra nipote (anche lei bellissima) di Elizabeth.
Due sono le verità a riguardo: è tutto studiato e lei è fin troppo bella e perfetta. Così perfetta che può anche indossare un tacco 12 a un Garden Party senza sprofondare nelle viscere della Terra, perché ormai abbiamo constatato che è Satana in persona.
A sprofondare invece sono sempre le due povere cugine, Beatrice ed Eugenia, etichettate come le bruttine della famiglia, le figlie di quella che gentilmente è definita come “la mignotta di Buckingham Palace”, Sarah Ferguson.

lunedì 23 maggio 2016

IL FU DEFUNTO 2002

ICONICA.
Non mi era mai capitato di pensare tanto alla mia adolescenza come in questo periodo e da quando conosco Giulia (Rockandfiocc) molte volte ci troviamo a ricordare di quei pomeriggi interi avvolti nei poster dei nostri beniamini con la musica a tutto volume, senza interruzioni esterne se non quello delle nostre mamme che urlavano “ABBASSAAAAAAA”.
Non avevamo internet, i cellulari erano piccoli e bastavano a malapena a mandare un centellinato SMS, studiato nei minimi dettagli, privi di punteggiatura per rimanere nei caratteri e non sforare. Le nostre stanze erano grotte sporche e disordinate, dove quello che non mancava mai era un CD masterizzato da un amico di un’amica con una paghetta settimanale più alta della nostra e che aveva comprato l’originale alla Ricordi in Galleria per 20 euro.

Era il 2002 e una mattina di ottobre facevo la solita colazione con Latte & Nesquik sintonizzato su Mtv come sempre prima di andare in bicicletta al liceo, e a un certo punto è partito l’intro di un video di cui non avevo letto il titolo. All’inizio non capivo chi fosse, sentivo qualche gemito e ho pensato a Britney Spears ma appena ho visto l’inquadratura dell’occhio azzurro ho capito subito: CHISTINA AGUILERA.
Lei “vestita” con un bikini e i pantaloni strappati sul sedere da cui usciva la mutanda con la scritta DIRRTY, titolo soft di una canzone che ha lasciato traumi adolescenziali su giovani eterosessuali per la procacità delle immagini, su ragazzine in crisi con se stesse per quel fisico da urlo, e soprattutto per giovani omosessuali alle prime armi che in piedi sul letto imparavano parole e balletto a memoria.



Da quel momento la follia, ascoltavo quel cd, Stripped, di continuo, senza interruzione e senza pace. Mi ricordo che andavo con mia madre al Carrefour e mentre lei faceva la spesa io mi rintanavo nel reparto musica e ascoltavo il Cd quando meravigliosamente era in prova ascolto tra gridolini e urletti di cui non mi accorgevo nemmeno, ero troppo assorto.
Quel poco di inglese che sapevo l’ho dedicato a capire di più certe canzoni e su Fighter da lì all’eternità sapevo che sarebbe stata un po’ la colonna sonora delle mie pessime relazioni. Quando era mio fratello a occupare lo stereo mi rifugiavo ad ascoltarlo nella macchina di mio padre con strane perplessità dei vicini di casa che non capivano cosa ci facessi al posto guidatore con una penna in mano fingendo fosse un microfono.
Ore intere durante quel lungo inverno a scrivere, studiare e ad analizzare i miei psicodrammi da 15 enne con l’apparecchio e i primi peli sul labbro in funzione di quelle 21 canzoni andando oltre all’apparenza di una bionda provocante, e quelle canzoni ancora oggi dopo 14 anni mi ricordano le stesse emozioni.

martedì 10 maggio 2016

HO COMPRATO CASA: CAZZO SONO DIVENTATO GRANDE

Quando firmerò l'ultima rata del mutuo. 
Ebbene sì, ho comprato casa. E in realtà non so nemmeno bene come sia successo perché ho sempre pensato a me come uno zingaro di questa città in preda a case già vecchie quando era vivo Garibaldi, senza residenza propria, senza capacità cognitive su come scegliere un mutuo e inadatto a comprendere cosa fosse un tasso fisso e cosa un tasso variabile al 2,7%.
Io bevo ancora il Latte & Nesquik.
Per fortuna ho un padre accorto e attento che un giorno disse “Bisogna investire nel mattone” perché stufo di vedermi con le caviglie nell’acqua perché un giorno esplode la lavatrice e il giorno dopo piove per giorni dal sesto piano per una perdita in cucina. Così fissando un appuntamento con l’agente immobiliare ho visto questo 50 metri quadri (qui scatta la vocina da Paola Marella) al quarto piano di una zona che per darmi un tono chiamerò Lambrooklyn ma è comunemente chiamata Lambrate, che suona come una periferia più nera ma le cronache mondane dicono essere la nuova zona di Milano. A dirlo ovviamente è chi vive con le unghie e con i denti in Brera.
“No io non vado nemmeno a vederla mamma, dai, L-A-M-B-R-A-T-E, senti già come suona male”.
E invece.

Sono entrato dentro questo appartamento e volevo uscire, c’è chi dice che lo capisci subito quando è la casa giusta (Non si dice anche dei vestiti da sposa per poi scoprire che gli daresti fuoco con l’alcool?) ma non è stato così per me. Ci è voluto del tempo, vari sopralluoghi di una zona che non conoscevo e che invece mi piace sempre di più, il confronto con altre buie catacombe al primo piano “Scusi ma sparano i botti qui sotto?” “Sì ma non si preoccupi, non è nulla” ed erano le cinque del pomeriggio e secondo lui io potevo stare tranquillo a sorseggiare del vino su quel terrazzino 1 metro x 40 centimetri che lui definiva “Delizioso e ABITABILE”.
Ci sono voluti i consigli di mia madre, impareggiabile arredatrice di interni grazie a “Find Living” e imperiosa agente immobiliare, grazie alla suddetta Paola Marella, che una volta al centro di quella stanza tinteggiata di VIOLA-CON-SFUMATURE-LAVANDA, mi disse “Ha del potenziale, fidati di me”.
Papà Sergio è stato più difficile da convincere perché ogni acquisto non può essere compulsivo e di istinto ma richiama attente elucubrazioni, per cui con Mamma abbiamo dovuto intraprendere la strada della strategia femminile, ovvero: avviare una serie di ragionamenti per cui sarebbe stato lui a decidere che ok quella casa andava bene sostenendo vita natural durante che è stato lui a capire per prima che era la casa giusta, quando in realtà noi eravamo già convinti da qualche secolo.
Alcuni di voi potrebbero dire “Eh ma compri casa e decidono i tuoi genitori?”.

giovedì 5 maggio 2016

UNA VITA SENZA BOTOX: ALLEGRA CARACCIOLO DI CASTAGNETO

Le sorelle Caracciolo di Castagneto.

Quello che ormai manca è lo stile, lo charme, quella capacità intrinseca di essere nel posto giusto vestiti nel modo giusto, così andiamo al MET con un braccio meccanico, un perizoma di pizzo o un abito che non incastreremo mai sotto al tavolo durante la cena placèe.
(Notare il mio plurale, ANDIAMO, dove io al massimo vado a prendere la pizza da asporto dal cinese sotto casa di biscottino come massimo esempio di mondanità).
Più vedo cafone in giro con hot pants e una ritenzione idrica ostentata come fosse il pezzo forte della carrozzeria, con quel fare maleducata tra la cicca masticata e il mollettone di plastica in testa, e più andrò alla scoperta di icone del passato capaci di farci sperare nel mondo.

Vestiamoci così, sempre.


Forse ai tempi delle nostre nonne era più facile comportarsi a modo, essere educati, avere uno stile personale e ben definito nel vestirsi e nel porsi con gli altri, non lo so, sta di fatto che quando mi capita di sfogliare le fotografie di Avedon, di Beaton e Mulas, rimango spiazzato dall’incanto degli abiti, da quel sapore di estrema eleganza mai snob e mai antipatica, ecco.
Perché invece spesso vedo modelle e socialitè degli anni 2000 fotografate avvolte nei loro cappotti ultima stagione e quello che percepisco è antipatia, così a pelle, senza motivo e senza un perché.

mercoledì 20 aprile 2016

HO COMPRATO LE FRIULANE E NON HO PAURA A USARLE

Quando la piccola principessa Aurora è nata le tre fate le hanno donato bellezza da togliere il fiato, capacità canore degne di Mariah Carey quando sembrava stesse soffocando e invece cantava e una vita serena fino ai quei fatidici 16 anni che l’avrebbero portata a pungersi con l’unico arcolaio del regno, per poi esser risvegliata dall’aitante principe Filippo.
Quando sono nato io evidentemente qualcosa è andato storto e le tre fate erano troppo occupate a spargersi olio di cocco su qualche spiaggia e quel 18 agosto mi sono stati donati in ordine: una stempiatura progressiva, un occhio chiaro che ha fatto credere a mio fratello che io fossi solo un bambino adottato e un dubbio gusto sulle calzature.

Ora che è ufficialmente iniziata la stagione delle caviglie al cielo ho tirato fuori le mie scarpe estive, tra il mocassino da barca che reputo un must irrinunciabile anche se la barca non ce l’hai e al massimo sali su un pedalò a Cattolica, o le mie preferite della vita: le espadrillas.
Come un pellegrinaggio religioso, ogni anno appena richiudo il cassetto delle calze fino a Ottobre, vado in quello che a mio parere è il santuario della scarpa a Milano: Gallon in Piazza Sant’Eustorgio.
Uno di quei negozietti vecchio stampo di calzature dove i signori over 70 trovano sempre quello che fa al caso loro e alla loro lombosciatalgia, per una camminata più “fluida”, sempre di moda, estate dopo estate.


martedì 12 aprile 2016

IL (NON) FANTASMA DEL GALLIA

L'EDEN.
Una vita che conosco Milano e cerco di scoprirne angoli remoti, sfidando piccioni che volano pericolosamente ad altezza narice e facendo lo slalom tra quelli della troppa moda “Sai io lavoro CON Dolce & Gabbana” “Ah davvero e di cosa ti occupi?” “Sono sales business store manager” “Ah, quindi pieghi le magliette che tenti di vendere ai truzzi di Gaggiano, capisco”.
Ma c’è solo un luogo che mi ha sempre un po’ fatto venire i brividi e mi ha affascinato per quel suo sapore misterioso e soprattutto, maestoso.

L’albergo Gallia, quell’imponente palazzo che affianca la Stazione Centrale di Milano quasi a darsi una spallata per imporsi come protagonista di Piazza Duca D’Aosta.
Chi vince la gara di maestosità? È molto difficile definire quale dei due sia il più impattante, certamente la Stazione Centrale è uno di quei luoghi in cui l’architettura fascista del 1930 ha sfoggiato tutta la sua forza divenendo culmine di grandezza, di un egocentrismo sublime. Ecco perché ogni volta che ci troviamo su quelle scalinate pensiamo di essere Serena Van Der Woodsen paparazzata di ritorno a New York come vuole la prima puntata di Gossip Girl.


LA HALL (con divani di velluto di raso da togliere il fiato) 

Il Gallia invece sembra spostato nell’arco di tempo e invece è quasi un fratello gemello della Stazione Centrale, perché a ingannare è quel sapore liberty, con le sue decorazioni di fine Ottocento proiettate già nel futuro di quel 1927, data della costruzione del Palazzo Gallia.
È il 1932 quando viene inaugurato l’albergo che diventa subito un salotto mondo milanese, tra ospiti in partenza e ospiti in arrivo in questa città che ha tanto da sfoggiare, prima di tutto questa eleganza sofisticata che ci ha sempre contraddistinto.
Visto così lo si trova elegante e suggestivo ma nella mia mente da bambino era il perfetto luogo infestato da fantasmi, lo scenario di qualche storia horror con i suoi lunghi corridoi e le sale imperiali. Ecco il motivo di quel fascino che ha sempre esercitato su di me.
Così, poterlo ammirare in tutte le sue stanze dopo il restauro dell’architetto Marco Piva che ha reso l’albergo in Excelsior Hotel Gallia, è stata una grande emozione perché erano anni che volevo esaudire questo desiderio.

Il ristorante.

A farmi da guida una sorridente Domenica che ha avuto la pazienza di raccontarmi l’evoluzione di tutti gli spazi reinventati dall’architetto, tenendo conto però della storicità del palazzo. E io ero un continuo “Aspetta che faccio la foto”, “Oh questo lo voglio far vedere su Snapchat ai miei amici”, “OH CHE MERAVIGLIA VOGLIO VIVERE QUI”.
Il lusso ricercato e non ostentato, la bellezza del design tutto Made in Italy, dal lampadario alla poltrona della hall, perché sì, in Italia sappiamo fare tutto senza eguali. Elegante la zona bar, il ristorante curatissimo e anche intimo, così come splendida la terrazza che ha una vista sulla Stazione Centrale unica nel suo genere. Ti sembra di poter toccare con un dito cielo e Pirellone, e quando dico “dito” intendo anche il medio che avremmo potuto fare dalla terrazza quando è apparsa la scritta “Family Day” sul Pirellone.

1932, l'originale scalone monumentale del Gallia. 

Il dettaglio che più mi ha emozionato? Alcuni direbbero la SPA, altri la suite imperiale di 1000 metri quadri con terrazza privata, altri il cinema da 20 posti (sogno della vita: prendere una stanza e vedere Chi l’ha visto? al Gallia) ma io no.

Io mi sono emozionato davanti allo scalone monumentale, originale del 1932, lasciato a testimoniare i mille passi che ha visto e sostenuto, a rappresentanza che il passato e la storia hanno un valore inestimabile di cui spesso ci dimentichiamo.

Il Gallia è un vero gioiello di Milano, un luogo verso cui alzare gli occhi quando troppo di corsa e troppo in affanno ci troviamo in Stazione Centrale. 





giovedì 17 marzo 2016

ANNA DELLO RUSSO: CHE BURDELL

IL CORVO.
Il mondo della moda è strano, a tratti incomprensibile. Leggi giornali e non capisci se quest’anno ci si veste o ci si affida ai resti della raccolta differenziata, guardi le foto degli invitati alle sfilate e con 2 gradi e la pioggia che tira di traverso alcune hanno crop-top, sandali senza calze e sono cosparse di leggerissimi pizzi a Febbraio, poi però portano inserti di pelliccia a Giugno.
Un calderone di pessimo gusto un giorno e la fiera della bellezza quello dopo, l’unica soluzione è non vivere il sistema moda come una macchina da guerra a colpi di “AMO”, “ADORO”, “MIUCCIA GENIO”, ma farsi un’idea propria che possa portarci ad avere uno stile nostro, riconoscibile e fedele.
Perché io non credo che alcuni capi visti in giro tra i modaioili rispecchino davvero il loro stile, il loro gusto e la loro intelligenza, o forse sono io che ho troppe aspettative da questo sistema solare.

Scintillante alle 10 del mattino, lei può


Come spesso accade dopo qualche anno riguardiamo le nostre foto e quello che indossavamo ieri oggi lo bruceremmo sulla pubblica piazza rinnegando ogni singolo capo e maledicendo il momento in cui abbiamo strisciato la carta con così tanta leggerezza.
Ogni stagione siamo subissati di giornaliste o presunte tali che in punta di tacco si accalcano sul front row, indossano i capi spalla più cliccati, cinguettano con chi è sulla bocca di tutto il web, usano i filtri Instagram più adatti e diventano icone di stile nonostante di personalità nemmeno l’ombra.
E cosa trasmettono? NULLA. IL BUIO.
Con l’avvento di Snapchat mi sono potuto felicemente ricredere, perché nel dietro le quinte della maggior parte delle sfilate di New York si rideva come a una festa del liceo, addirittura le modelle correvano come gazzelle con un sorriso stampatissimo, nonostante indossassero vestiti che le persone dotate di buon senso userebbero per sgrassare il forno, o forse nemmeno.

venerdì 4 marzo 2016

IL BON TON DELLO SMART-PHONE

Era da qualche tempo che sentivo l’impellente necessità di stilare una piccola lista di buoni comportamenti sull’uso proprio e improprio di questo maledetto marchingegno che a tratti ci ha migliorato la vita, a tratti ci ha completamente allontanato dalla realtà: lo smartphone.
Nei panni di una Lina Sotis, ma senza attico in Brera, anzi Bveva, ho iniziato a pensare alla nostra vita di tutti i giorni dove l’uso spasmodico del telefono è ormai necessario.
Senza demonizzare nulla, al contrario rientro nella categoria di chi usa lo smartphone quasi al limite delle sue capacità, ho osservato le abitudini di chi frequenta una grande città come Milano, perché nella patria italiana del “Devo sfruttare ogni singolo istante della mia vita ottenendo il massimo” spesso vediamo usare il cellulare nei momenti meno opportuni.

Ecco dei piccoli accorgimenti:

SUI MEZZI PUBBLICI: che tu disgraziatamente prenda un autobus alle 7 del mattino per volare dall’altra parte della città o che possa sollazzarti a casa e presentarti in ufficio dopo le 10 trovando il suddetto autobus quasi vuoto, inciamperai sempre e dico sempre in qualcuno parla al cellulare. Le donne solitamente sono animose nei confronti delle colleghe e parlano, parlano, parlano di quella che ha fatto una smorfia a quell’altra, di quell’altra che come si è permessa di non ricordare quell’appuntamento così importante a quell’altra ancora.
Gli uomini invece amano incondizionatamente l’auricolare, perché si sentono Bill Gates e giocano con il mimo alle quotazioni in borsa. Parlano di lavoro con termini stranieri, organizzano conferences calls con l’Australia e alzano la voce quando il loro ego deve ingigantirsi davanti al popolo dell’autobus, anche se in realtà sono capo-cantieri a Marcallo con Casone e hanno i jeans che usano per imbiancare il cartongesso.
Non sarebbe meraviglioso prendere un tram, una metro, un autobus senza quel fastidioso vociare di persone che stanno sistematicamente al cellulare? Perché sarebbe ancora più bello alle 8.20 del mattino non dover esser distratto dalla lettura del proprio libro perché sul più bello senti lei che sale alla fermata di Cadorna e urla all’auricolare “HO APPENA FATTO UNA COLONSCOPIA”.

venerdì 12 febbraio 2016

MI PIACE IL ROSA E NON HO PAURA A USARLO

Tutto ebbe inizio da qui.
Nella lista delle fissazioni di questa settimana c’è senza ombra di dubbio la spasmodica ricerca dell’esatto punto di rosa perfetto per me.
Non penso ad altro, da quando per errore sono inciampato in quei siti dove uomini della troppa moda fingono di telefonare con le mani in tasca e l’occhialetto giusto fingendo ancora di più di non essersi accorti che un fotografo era lì a 15 centimetri di distanza a cogliere l’attimo.

Rosa antico, PERFETTO.
Da farci un pensierino

Quel dolcevita rosa mi ha stregato, ma è impossibile da trovare nonostante abbia pregato tutte le divinità in cui credo, da Subito.it a Depop ma sembra che l’uomo sia avulso dalla bellezza di questo rosa. Così mi sono accontentato di un maglione di cui voglio ignorare la manifattura, di un fucsia quasi frutto di bosco che non è proprio brutto come un tumore.
Qualche giorno dopo però sono tornato accidentalmente ad inciampare nel mondo fatato del rosa dopo che ho visto un altro capo della troppa moda, questa volta rosa cipria così leggero che mi ricordava le perfette nuances nelle case Pinterest.
Emozionato come il giorno di Natale, corro su Asos e la trovo, ma trovo anche una perfetta sfumatura di rosa antico che è uno dei miei colori preferiti fin da piccolo quando accarezzavo le tende in velluto della Nonna e la sua chaise longue perfettamente tappezzata in velluto di raso, ROSA ANTICO.
Che fare? Quale scegliere? Ma indosserò più quella sfumatura o quell’altra?

giovedì 4 febbraio 2016

QUANDO IL TUO MONDO ERA UNA STANZA

Il cabinet di Marie Antoinette.
Mi è tornata alla mente quella sensazione di felicità quando studiavi il pomeriggio ai tempi del liceo con la radio accesa e partiva la canzone del momento, quella che ti faceva dimenticare cosa fosse il pudore e la dignità.
Quella canzone che ripassavi nella testa tutto il giorno e che speravi passasse alla radio prima di andare in piscina e dopo la pausa merenda, così potevi spingere il tasto Rec e registrarla su una cassetta così consumata che il più delle volte pareva un messaggio di Satana dagli Inferi.
Mi sono sentito vecchio, molto vecchio.

All’epoca la tua vita si svolgeva nel tuo angolo di mondo, che era un confine invalicabile per gli altri e un fortino per te, una grotta, una tana, la tua stanza.
In quella stanza avrebbero potuto chiuderci dentro per giorni che saremmo stati felici perché era tutto lì quello di cui avevamo bisogno.
Perché l’adolescenza è così legata a quattro mura e perché quella porta chiusa rappresentava una salvezza e una necessità.
Anche Ariel aveva la sua grotta.