mercoledì 27 gennaio 2016

I BISES NELLA MEMORIA


Il trisnonno Raimondo e a sinistra in piedi, il bisnonno Carlo.

Ogni anno nel giorno in cui ricordiamo cosa è successo agli ebrei, agli omosessuali, ai dissidenti politici, agli zingari e ai nemici del nazismo/fascismo, faccio lo stesso pensiero “Potrei non essere qui” e la tragedia che ha coinvolto con la morte 6 milioni di vite avrebbe potuto per sempre cambiare il destino della mia famiglia.
Potrebbero esserci più Bises tra quelle lapidi che ricordano i nomi degli italiani rastrellati e potrei non essere qui a preoccuparmi quale foto postare su Instagram o a lamentarmi della maleducazione dei condomini che mi incontrano nell’androne e non salutano.
I Bises sono stati più fortunati di altri, parenti e non, ed è ancora più giusto, oggi e non solo, ricordare quanto è accaduto, senza banalità e senza retorica alcuna.

Il bisnonno Carlo è nato e cresciuto a Roma al ghetto, suo padre Raimondo Rubens Bises era un elegante signorotto con una merceria e tessuti in via delle Botteghe Oscure ma ben presto quel piccolo negozietto divenne un impero grazie all’astuzia, al buon gusto e anche alle manie di grandezza proprio di Carlo che aveva un gran fiuto per gli affari.
Il bambino che non voleva andare a scuola per giocare alla fontana delle tartarughe divenne un imprenditore di successo aprendo un grande negozio a Via Del Gesù con il nome di BISES TESSUTI ed esponendo nel suo magazzino (ora lo chiameremmo show-room) al piano nobile di Palazzo Altieri, di proprietà di un principe romano erede dell’omonima famiglia papalina, tessuti preziosi per arredo, abbigliamento donna e uomo di alto livello.

Seduti primo piano la trisnonno Eugenia Sed e il trisnonno Raimondo Rubens Bises, morirono nel 1941-1942 al Grand Hotel, dove si erano trasferiti perché con le leggi razziali gli ebrei non potevano avere personale di servizio.

Sempre a Roma Carlo incontra una ragazza bellissima, Gilda De Benedetti, originaria di Asti, si innamora e quando esprime i suoi sentimenti le dice “Vorrei sposarti ma c’è un piccolo problema, sono ebreo” perché ovviamente la famiglia pretendeva che sposasse una ragazza ebrea e lei ridendo rispose felice “Anche io”. Può darsi che sia la versione romanzata che si tramanda di generazione in generazione ma mi piace pensarli così, innamorati e felici di appartenere alla stessa “razza”, come poi sarebbe stata crudelmente identificata.
Carlo Alberto Bises sposa Gilda De Benedetti nel 1919 alla sinagoga di Roma e poco dopo una sorella di Carlo sposerà un fratello di Gilda, un classico esempio di come le famiglie all’epoca tendevano a stringere delle vere e proprie corporazioni.
Da quest’unione nasceranno 4 figli maschi: due gemelli Ulrico e Luciano, mio nonno, Ruggero e Raimondo.
Gli affari diventeranno sempre più proficui così il bisnonno e la bisnonna Gilda decidono di far costruire la palazzina Bises in cui radunare tutta la famiglia ai Parioli sulla salita di Via San Valentino e nel 1936 inaugurano gli splendidi appartamenti disegnati dall’architetto Andrea Busiri Vici.
Con l’emanazione delle leggi razziali il colpo si fa sentire e iniziano le vere e proprie persecuzioni, il trisnonno Raimondo, ormai anziano, si trasferisce con la moglie al Grand Hotel perché gli ebrei non potevano avere personale di servizio. Entrambi muoiono (nel 1941, 1942) prima di vedere con i loro occhi antichi dove può arrivare la crudeltà umana nella città che hanno tanto amato.

Lui non so perché me lo immagino come quel vecchio aristocratico armato di tuba, bastone e smoking, che sul Titanic cede il posto ai giovani e affronta la morte come un vero signore.
La bisnonna Gilda invece, rapida penna ed elegante madama carica di brillanti e sentenze, indirizza a un noto giornale una fotografia del suo ultimo bellissimo figlio, biondo con gli occhi azzurri, chiedendo come poteva una creatura così bella appartenere a una razza inferiore.
Quando nel 1943 la situazione a Roma cominciò a peggiorare si dovette trovare una soluzione per scappare ai nazisti che assediavano i posti di blocchi per evitare che gli ebrei scappassero.
Alcuni Bises, De Benedetti, Piperno, riuscirono a fuggire in America e a Buenos Aires, cambiando radicalmente la loro vita e il loro destino, il bisnonno Carlo invece volle rimanere e vide anche 8 camion nazisti portargli via tutti i tessuti del magazzino e tutto quello che aveva costruito in una vita senza poter far nulla, se non fosse per il Principe Francesco di Napoli Rampolla, proprietario del Palazzo Altieri, che riuscì a nascondere parte dei tessuti preziosi restituendoli al bisnonno commosso alla fine della guerra, avrebbe perso tutto.
Dapprima si nascosero nella villa di campagna a Genzano dove furono sotterrati gli amati gioielli di Bulgari della Bisnonna Gilda DISPERATA, dopodichè nel convento a San Giuseppe a Roma, tranne mio Nonno Luciano e suo fratello gemello Ulrico detto Rirì che vennero nascosti sotto falso nome a Formello a casa della famiglia La Ragione dove vivevano anche due tedeschi che non si accorsero mai della vera identità dei due ragazzi.

A Formello il bisnonno aveva una casa che dominava il centro storico, era chiamato “Il castelluccio” che subito divenne il quartier generale dei nazisti. Al suo interno fu murata una stanza con un muro posticcio e nascosto gran parte del “tesoro” di famiglia, dai quadri ai mobili pregiati ecc, senza che i tedeschi se ne accorgessero mai, riuscendo a salvare così alcuni beni che altrimenti sarebbero andati perduti.
Sempre a Formello c’era una vera e propria ditta di falsari, tra cui il podestà Ugo Plini, il segretario comunale Antonio Petrillo, il vigile urbano Barocco, il calligrafo Alberto Bernabei e un tipografo in pensione che costruiva timbri falsi. Tutti loro hanno rischiato la vita per salvare tante famiglie ebree che non vennero mai tradite e che scamparono alla deportazione.

I documenti falsi per il bisnonno Carlo e tutta la famiglia vennero stampati a Formello e consegnati al Convento di San Giuseppe a Roma grazie al fedele autista di famiglia, Renato Fiaccadori, che oltrepassò anche dei posti di blocchi corrompendo, come già avveniva, la polizia fascista con prosciutti e salsicce.
Un solo documento non venne ritirato, quello di Bises Abramo Alberto, fratello del trisnonno Raimondo, che venne tradito da un “amico” e consegnato ai nazisti quel 16 ottobre del 1943 quando i tedeschi rastrellarono il ghetto di Roma e deportarono tutti gli ebrei ad Auschwitz.
E’ lì che morì una settimana dopo, il 23 ottobre del 1943, a migliaia di chilometri di distanza da dove era nato e cresciuto, all’età di 81 anni.

Lui è l’unico Bises tra le migliaia di vittime italiane della Shoah, ma ci sono tanti De Benedetti, Sed, Di Segni, Piperno, Milano, famiglie ebree imparentate con i Bises che furono più sfortunate.
Noi ci siamo salvati, e dico noi perché mi tocca da vicino.
Il Bisnonno Carlo riaprì il negozio e divenne un punto di riferimento per la moda e il tessuto, si comportava come un Papa ed era amato da tutti, la Bisnonna Gilda riuscì a recuperare i gioielli scavando mezzo giardino e facendoseli rubare a Napoli ricomprandoseli subito dopo diventando così una leggenda in famiglia anche tra i suoi pronipoti.
La religione ebraica venne abbandonata da questo ramo della famiglia, alcuni si convertirono al cattolicesimo, sposarono donne cattoliche e quella tradizione che prima della guerra fu fortemente radicata venne spazzata via per sempre.

Io il mio 25% di sangue ebreo lo porto con rispetto, ne sono fiero perché dietro alla mia generazione e prima ancora quella di mio padre, c’è una famiglia che ha subito l’indicibile e che ha avuto la fortuna di possedere i mezzi e di essere circondata da persone che non li hanno mai traditi rischiando la vita per loro.
Ci sono purtroppo tante famiglie che si sono spezzate, amputate di una madre o un padre, sopportando una miseria che non ci immaginiamo nemmeno, sofferenze che se a distanza di 70 anni siamo ancora qui a ricordare è perché hanno davvero sconvolto la nostra società.
Ricordare è quantomeno doveroso, così come una riflessione perché troppo spesso mi chiedo “E se fossi stato lì?” e mi viene un brivido.
Questo è il mio 27 gennaio.


martedì 19 gennaio 2016

DOVEVO NASCERE ZARINA

La famiglia imperiale dei Romanov, uccisa nel 1918 dai bolscevichi.
Nella mia totale fissazione per le casate reali, gli intrighi di corte e le magnificenti toilettes del passato, non mi dimentico mai di leggere le descrizioni storiche di quello che più rendeva onore all’eleganza e all’opulenze delle famiglie regnanti: la collezione di gioielli.
E se in Italia nel primo Novecento Donna Franca Florio sfidava la Regina Margherita a chi aveva il filo di perle più lungo e le corna più alte, si dice infatti che ogni giro di perle corrispondesse a un’avventura extraconiugale del marito, oltre confine non vi era dubbio, vincevano i Romanov.

Una tiara di perle e diamanti.

Se nel presente i russi hanno il grano sonante e lo ostentano così apertamente che è abbastanza lampante, vedi il Ferrari per lui e la borsa griffata di pitone rosa delle Amazzoni da 45 mila euro per lei, è anche perché la loro cultura della ricchezza è sempre stata spettacolare, fin dai tempi della famiglia imperiale.
Sto leggendo un meraviglioso libro di Stefano Papi, esperto studioso di gioielli per le case d’aste più famose del mondo, Sotheby’s e Christie’s. che si intitola proprio “Jewels of Romanovs, family & court”, dove sono raccolti i più celebri gioielli della casa imperiale, forgiati e creati per la testa degli Zar e delle Zarine che hanno fatto la storia di questo paese.

Una tabacchiera appartenuta alla zarina Maria Feodorovna.

I Romanov prima di cadere nelle mani dei bolscevichi diventando così il simbolo del crimine anti-monarchico, furono la famiglia imperiale russa dai grandi fasti che regnò per 400 anni, trasformando la corte di San Pietroburgo in una fucina di ricchezza, sfarzo ed eleganza.
Dalla Grande Caterina, la sovrana illuminata, che cercò di ingentilire il popolo russo e di radunare attorno a sé scienziati e letterati da tutta Europa, fino a Maria Feodorovna, moglie di Alessandro II e madre di Nicola II l’ultimo sfortunato Zar, che con la sua passione per i gioielli fu la rovina delle casse dell’impero e la pupilla del celebre gioiellerie Peter Carl Fabergé, divenuto nel 1885 l’orafo ufficiale di casa Romanov con le sue leggendarie uova.
Nella collezione imperiale ci sono diamanti e zaffiri blu da far interrompere la salivazione a chi come me è attratto inesorabilmente dal luccichio.
Nel 1762 la Grande Caterina si fa incoronare con un’enorme corona tempestata di brillanti e diamanti sormontata da un rubino dell’India da 400 carati. Una pietra che in confronto il Cuore dell’Oceano sembra il nocciolo di un chicco d’uva.


ZAFFIRI ENORMI.

Più sobria invece la sopra citata Maria Feodorovna che per l’incoronazione del figlio Nicola II indossò una corona realizzata dal gioielliere di corte Louis David Duval, qualcosa come 2,052 diamanti, 37 mila rubini e qualche spicciolo di zaffiro blu delle Indie e del Brasile. Poverina.
Non tutte le signore di casa Romanov però apprezzavano la pesantezza e l’estrema opulenza di quei bagni di diamanti, come la Granduchessa Olga, sorella di Nicola II e figlia di Alessandro II che non tollerava le chilate di parures e quelle tiare da cerchio alla testa, al contrario preferiva qualche semplice perla.

Ma va beh, in ogni casa imperiale che si rispetti c’è la scema ricca che vuole fare la povera e si lamenta di appartenere a una famiglia di livello.
Fu proprio lei a divorziare dando grande scandalo a corte per vivere sotto lo stesso tetto con l’uomo che amava anche se apparteneva a un rango inferiore, ma leggendo la storia probabilmente fu anche fortunata e scampò alla ferocia bolscevica che uccise suo fratello e tutta la sua famiglia.

lunedì 11 gennaio 2016

CRONACA DI UN FURTO

Non mi era mai successo di essere derubato così stupidamente e in un posto che io avevo definito meraviglioso 5 minuti prima su Snapchat.
La domenica mattina sono di casa a Piazzale Cuoco, perché l’idea di ravanare tra mucchi di vestiti usati alla ricerca dell’ultima chicca di stagione per quello è già uno strabordante guardaroba mi riempie il cuore di gioia.

Questa volta l’obbiettivo era un montone perché biscottino ne sentiva il bisogno e il giorno prima quando ha detto “Ah dai, ho visto un montone a 90 euro in quel negozio, non è molto” io ho subito urlato “MA SEI MATTO, A PIAZZALE CUOCO CON 90 EURO TI PORTI A CASA ANCHE LA CERATA DELLA BANCARELLA”.
E infatti ci siamo addentrati tra mille bancarelle, mille cumuli di roba, trovando il famoso montone a 15 euro. Il ragazzo arabo della bancarella mi aveva proposto a 30 euro un Loden che mi stava a pennello ma che era tutto sgualcito, gli ho detto “Tu sei matto, è tutto rotto, facciamo 10” e lui ha ribattuto con 15 e ho detto “Ci penso”.

Nel pensarci siamo finiti nella parte più tremenda del mercatino, dove si vendono pezzi di qualsiasi cosa, motoseghe, gomme per auto, cose rubate e Kinder Bueno spacciati come droga da zingare con la gonna di velluto e le ciabatte ai piedi.
Aveva piovuto la notte ed era tutto un misto fango e sassi che addirittura avevano messo delle passerelle di legno per fare gli equilibristi. Ero un po’ restio, non volevo addentrarmi ma il fascino di quello che si può trovare lì dentro e l’assoluta tranquillità con cui sono sempre andato al mercato di Piazzale Cuoco mi hanno fatto avanzare.
A una bancarella mi fermo a provare un montone che costava 3 euro ma che era enorme, nel frattempo il proprietario chiede a Luca “Scusa, puoi farmi il ripristino di questo cellulare? Sei capace?” perché probabilmente lo aveva appena acquistato da qualcuno che lo aveva appena rubato e c’erano ancora le tracce di numeri e foto del legittimo proprietario.
Subito ho pensato a quel poverino a cui era stato rubato e al dispiacere, alla rabbia, di un simile accaduto.

Un minuto dopo, a due passi da quella bancarella, vengo acciecato dalla bellezza di un Loden austriaco nuovo che provandolo si è rivelato il Loden della vita. Guardo il ragazzo che mi dice “Sono 25” e io “Dai facciamo 10”, “Ok dai”, un affarone.
Mi tolgo il Loden, glielo porgo “Ce l’hai un sacchetto?”, Luca intanto mi passa il cappotto dove nella tasca interna c’era il mio telefono, me lo rimetto e nel momento in cui il cappotto girava intorno alle mie spalle per infilare la manica, sento che qualcuno mi si appoggia come se per sbaglio mi fosse venuto addosso.
1 secondo dopo sento che il telefono non era più nella tasca, mi avevano derubato.

Comincio a inveire, a cercare tra la folla quella mano lesta ma era impossibile, nessuno davanti a me si era reso conto e poco dopo il telefono è stato spento e probabilmente rivenduto al migliore offerente.
Il ragazzo che mi stava vendendo il cappotto ha urlato “Che bastardi”, e le signore musulmane con il velo sulla testa che mi hanno visto così arrabbiato erano dispiaciutissime dell’accaduto, perché sanno cosa si dice su quel mercatino delle pulci e si sono sentite male per me.

Con lo sguardo perso nel nulla, lo sguardo di chi scopre per la prima volta che cosa sia un furto lesto, non sapevo davvero cosa fare. D’istinto però ho tirato fuori i 10 euro, perché almeno questa brutta giornata non finisse senza aver portato a casa quel Loden bellissimo che mi stava una favola.
Mi sono sentito stupido, mesi e anni a millantare “A Piazzale Cuoco non ti succede nulla, figurati” e poi tradito dalle mie stesse parole. E’ un dispiacere non tanto per il mio meraviglioso Zenfone 2 con cui ho catturato bellissimi momenti in questo anno, ma per la perdita dell’ingenuità, perché ora in un posto vagamente affollato e in qualsiasi mercatino, avrò sempre paura che qualche uomo vile allunghi la mano nelle mie tasche.

Ma non finirò di urlare al mondo quanto io sia orgoglioso di indossare jeans e cappotti comprati a due euro e non finirò di andare a Piazzale Cuoco la domenica mattina.

Senza il telefono e con i soldi negli slip, però. 

lunedì 4 gennaio 2016

QUANDO DRAMMA NON C'E'


Per molto tempo ho vagato per questa città pensando che è più romantica di quanto sembri, che ci sono degli scorci, degli angoli e dei palazzi che meriterebbero uno sguardo addolcito e una mano nella mano. Perché lo scorrere delle stagioni e le bellezze di Milano creano un incredibile sfondo per metropolitane romanticherie.
Siamo tutti assorti e presi dalla velocità delle nostre giornate con corse furibonde per prendere il tram, pagare le bollette, addirittura cambiare la bacinella di quella famosa perdita della cucina, che spesso non ci accorgiamo della bellezza di quello che abbiamo intorno e sotto al naso.
Abituato a una vita a cento all’ora con pedalate forsennate tra Viale Zara e Porta Venezia ogni tanto il desiderio più grande non è vincere alla Lotteria ma riposare le stanche membra e in quei momenti capisci quanto sia bello il rallentamento delle cose.
Che sia comprare il giornale e leggerlo al sole nel nostro giardinetto preferito, che sia oziare sotto una coperta di pelliccia insieme a Lucrezia Borgia o godersi un pomeriggio al cinema, cosa che non facevi dai tempi delle medie.
Quando vivi tanto tempo a uno è difficile poi pensare di fare tutto questo a due, perché pensi che il tuo piccolo cuore egoista non potrà fare abbastanza spazio per un’altra persona che giustamente pretende attenzioni, sguardi non in fuga, e TEMPO.
E nel momento in cui dici a voce alta “Non sono fatto per le relazioni, starò bene da solo, ho tanti amici e un profilo Instagram da curare” ritrovandoti poi a parlare con la tua pianta di gelsomino, improvvisamente conosci qualcuno per cui non solo trovi lo spazio nel tuo cuore egoista, ma addirittura nell’armadio.
 
La vita ti frega sempre e ti mette nella condizione di dover rivedere i piani più e più volte, e le cose inaspettate  si sa sono quelle che più ti renderanno felice anche se ti fanno sprecare chilometri di cancelleria.
Dopo la prima fase di pura diffidenza in cui pensi “E’ uguale a tutti gli altri” e immagini già quale meravigliosa scusa troverà per darti buca al terzo appuntamento, piano piano svaniscono tutte le conoscenze che hai sull’argomento perché incredibile ma vero, non è come tutti gli altri.
Non c’è una regola con cui si può stabilire se dietro l’angolo c’è una fregatura o un bidone, altrimenti ci sarebbero app e studi scientifici di qualche università americana, ma sicuramente c’è un fattore che non mente e che è la base di un buon incontro: IL TEMPO.
Se ti dedica un po’ del suo tempo e si rattrista quando questo tempo passa troppo velocemente, allora vuol dire che prova per te un piccolo sentimento in crescita, in espansione rapida, che magari finisce dopo 24 ore o che magari ti porta all’altare o davanti al Sindaco in comune.
Dall’altro canto un cuore indurito potrebbe aver paura di non riuscire più a provare un battito per qualcuno che non sia il gatto a causa delle sconfitte e dei dolorosi trascorsi che l’hanno visto lanciare sedie, scendere le scale di casa alle sei del mattino e addirittura cambiare operatore telefonico, ma non è così, perché l’animo umano è così fesso che alla seconda moina e al quarto “Mi piaci davvero” già pensa ai papabili nomi delle vostre quattro figlie femmine: Maria Vittoria, Laudomia, Alberica e Gilda, per l’appunto.

lunedì 21 dicembre 2015

COME SCEGLIERE UN PAIO DI OCCHIALI AH BOH NON CHIEDETELO A ME

L’ultima volta che ho scelto un occhiale da sole l’avevo appositamente raccontato QUI sul blog perché fu un’esperienza di caos, buon gusto e dubbi amletici. All’epoca avevo scelto i Persol per due motivi: il primo è che è un occhiale non convenzionale e che non tutti scelgono di indossare, il secondo perché è un marchio italiano e visto che gli italiani fanno tutto meglio io non sconfino all’estero quando posso.
Così quando mi hanno chiesto di vedere la nuova collezione di occhiali del negozio “Vision Ottica” in Piazza De Angeli a Milano ero felicissimo ma allo stesso tempo nervosissimo.

Non sai mai quanto quegli specchi e quelle luci possano farti sentire favoloso o bello come uno sturalavandini e quasi tremavo come una foglia all’idea di rimettere in discussione quale modello di occhiali mi stanno meglio.
Terrore all’idea di sentire la frase “HAI IL VISO ROTONDO” perché sembro una palla o “NON HAI IL VISO MAGRO”  con successiva testata contro la vetrina.
In negozio una gentilissima Michela mi accoglie e mi mette subito a mio agio “Che onore averti qui” e mi sono sentito un po’ la principessa Anna che inaugura ospizi e visita gli orfanotrofi.

mercoledì 16 dicembre 2015

GESU' VESTE DIOR

Ogni anno la stessa scena e ogni anno lo stesso pensiero, perché dai basta con questi piccoli presepini umili e pieni di pagliericci per i suoi abitanti.
Dov’è l’oro sontuoso? L'ostentazione? Il benessere sfacciato un po' Dubai?
Ecco allora che in uno dei miei viaggi mentali mi sono immaginato una sacra famiglia alternativa, con qualche piccola (?) accortezza non ho avuto la presunzione di indagare la Bibbia ma l’ho proprio riscritta a modo mio.

Perché un uomo importante come Gesù, figlio di un boss come Dio, dovrebbe girare a piedi nudi, con una sorta di tunica zozza e logora? Non è giusto, rendiamogli omaggio. Gesù deve vestire un sartoriale Dior, un abito ben tagliato con bow tie e classiche stringate lucide in pelle nera, il capello un po’ folto, un po’ da selvaggio-into-the-wild però con l’addominale scolpito e un po’ di pelo incolto che piace alle fedeli. Poi la corona di spine può diventare una creazione su misura di Philip Tracy, con qualche fiorellino a rendere tutto un po’ più lezioso.
La Madonna è il fulcro, che sia una Vergine non significa che sia una povera derelitta, togliamole il velo da timorata di Dio e lasciamo che mostri la sua lunga chioma rinvigorita da colpi di luce, un taglio sfilacciato e qualche cappellino, versione veletta o tesa larga per quando l’estate si trasferisce al mare in Costa Azzurra.
Di gusto classico, non esce senza la Kelly di Hermes e ama i completi giacca e gonna al ginocchio di Yves Saint Laurent, negli anni ’90 era la numero uno quando si parlava di spalline imbottite, nessuna era più tronco-di-piramide di lei.  

La Maddalena invece è più vamp, capello ossigenato (un po' di ricresciuta si nota eh) lasciato ai boccoli selvaggi, ama il rouge potente o il fucsia, ogni tanto esagera con il leopardo e anche con la nail art. Ai piedi solo Louboutin altissime, quando fa finta di strapparsi i capelli ai piedi della Croce le toglie e le ripone.
Giuda, che ricordo essere il cattivo della soap, è un po’ il Gabriel Garko della situazione, bello esteriormente, immorale interiormente, un po’ faccia da pirla ma con la schiena muscolosa, ecco come mai nelle scene de l’Ultima Cena è sempre di spalle e isolato dal resto degli apostoli.
Lui indossa solo intimo Calvin Klein, gli da' un’aria da boss malavitoso, da poco si è tatuato una lacrima sotto l'occhio sinistro, sicuramente un messaggio profetico. San Giuseppe predilige Armani ed è un industriale molto rinomato, pare che abbia una villa a Tropea incantevole e che sia imbattibile sulle piste da sci a Cortina.
Quindi, per l’allestimento del vostro annuale presepe consiglio uno chalet dall’aria calda e accogliente a Gstaad in cui la Madonna, avvolta in una splendida pelliccia di volpe argentata, legge Vogue davanti al caminetto, Giuseppe guarda le lezioni di golf sull’iPad e il bambinello viene cullato dall’istitutrice tedesca, Frau Gherda.

Basta con il bue e l’asinello che scaldano il piccolo neonato, c’è un impianto di riscaldamento ultima generazione nello chalet e sul tetto addirittura i pannelli solari, al loro posto mettiamoci due pettinatissimi levrieri afghani che in posa Sfinge sembrano due adorabili mobili di luxury design.
I Re Magi li facciamo alti, belli e muscolosi, portano omaggi pesanti così il bicipite è sempre gonfio, il pastore diventa lo spazzaneve personale della sacra famiglia e quello che di solito tira su l’acqua dal pozzo ora è l’addetto alla piscina che d'inverno si trasforma in una splendida pista di pattinaggio sul ghiaccio.
Quanto lusso sfrenato a Betlemmestaad quest’anno.
Finalmente.

giovedì 3 dicembre 2015

QUANDO VIENE DICEMBRE

Per tutto il mese così.
Per anni ho soffocato la magia del Natale e l’attesa dell’arrivo di Dicembre perché un po’ mi intristiva, perché erano lontane le cene della Vigilia a casa di Nonna Giuliana con Babbo Natale che suonava alla porta mentre noi nipoti distratti guardavamo un cartone nel salottino.
Quando si è grandi cambiano le aspettative e tra il brodo, i cappelletti e un cappone ripieno che durerà fino alla Befana, riscaldato più volte, si rischia di perdere il piacere dell’atmosfera natalizia. Il significato cattolico del Natale ha quel sapore antico e tradizionale, ok, ma chi come me non crede a niente se non ad Alberto Angela, festeggia questo momento come “Sto in famiglia”, perché a Natale si sta in famiglia.
Famiglia è quello che noi riteniamo tale, quel nucleo di protezione che può essere un genitore, un cane, un’amica, un amico, un compagno, un mascalzone con cui sto accidentalmente uscendo, una prozia affezionatissima, una compagna di banco del liceo, un buon libro o il mio cd preferito di Mariah Carey, quello che si vuole.

Nessuno potrà dirti cosa devi essere e a quali convenzioni sociali devi appartenere e se lo fanno, spallucce e via a canticchiare “All I want for Christmas is CAZZOCENE” davanti al caminetto.
Negli ultimi anni ho riscoperto invece quanto sia bello entusiasmarsi per un albero ben illuminato a casa tua o nella tua piazza preferita, quanto sia divertente camminare per la strada e sentire le musichette di Natale, che ogni anno sono identiche ma ogni anno ci fanno voglia di cantarle a squarciagola con un maglione in lana carico di renne e slitte.
Niente regali, o meglio, vanno bene se sono cose piccole, studiate, ricercate e buffe, che quando scarti il fiocco ti fanno pensare “Solo tu potevi regalarmi una cosa così” perché cucita su di te, con un biglietto (obbligatorio anche se si regalano soldi, tessere di Zara o un pugno sul muso) che è sempre la parte più bella.
NB: per il bigliettino usate una carta da lettere “speciale”, così chi lo leggerà sa che quello non è il primo foglio trovato nel cassetto ma la famosa carta da lettere per le persone speciali (cit.)

giovedì 26 novembre 2015

CHE BELLO CHE FAI L'ISTRUTTORE DI NUOTO

Stagisti si nasce, si diventa e ci si mummifica. Uscire dal tunnel di stage registrati a caso, in qualità di apprendisti, schiavi liberi o domestiche referenziate è davvero difficile. Così ci si inventa la qualunque per risparmiare o semplicemente rimboccarsi le maniche perché i genitori non sono bancomat a chiamata e l’indipendenza economica è uno dei momenti più belli che si possano vivere.
Vuoi mettere la felicità di andare da Prada con la carta del Papi e poi finire da H&M kids con la tua postepay in fase di autodistruzione? UN SOGNO.
Lavoro da quando ho 19 anni in piscina e ormai la puzza di cloro, le infradito e quell’umidità da equatore sono parte di me, e alla fine stanco o no, mi congratulo con me stesso perché le giornate sono lunghe, le fermate della metro infinite e le gambe sempre rotte, ma almeno me la cavo da solo.
Ufficio+ 50 minuti di metropolitana + 2 ore di corsi di nuoto + 2 ore di fitness + 45 minuti per tornare a casa e poi la pace sotto al piumone guardando Chi l’ha Visto?
In alternativa Ufficio + 30 minuti di mezzi + merenda al volo + 7,5 chilometri in bicicletta + 2 ore di fitness + 7,5 chilometri in bicicletta, sempre per finire a vedere Chi l’ha Visto? Sotto al piumone.
Tanti mi dicono “Ma che bello che lavori in piscina” oppure “Che sexy istruttore di nuoto” perché forse hanno delle aspettative diverse dalla realtà, che non voglio distruggere, ma solo portare a regime.

L’istruttore di nuoto non sempre è quello più fisicamente predisposto alla bonaggine, infatti dopo 5 ore passate a urlare, a dire “VIAAAA”, “ALZA LE GAMBEEEEE”, “MATTEO, PIETRO, GIUSEPPE E CAMILLAAAAAA” magari non ha voglia di nuotare e rientrare nuovamente nell’acqua all’impatto gelida. Quindi forse è l’ultimo dei suoi pensieri riattivare il bicipite o irrigidire il gluteo.
Noi istruttori accogliamo sorridenti i bambini, facciamo le mamme, le baby sitter, i padri affettuosi, le badanti e anche gli psicologi. “No Gaia, non piangere che oggi non facciamo i tuffi promesso”, poi appena la famiglia si dilegua un po’ nazi “ALLORA UN TUFFO E POI FACCIAMO IL MISSILE” perché il primo insegnamento è non traumatizzare il bambino.
Abbiamo timpani perforati, costumi sempre bagnati e un pallore giallo dovuto alla combo acqua azzurra+luce al neon che ci fa sembrare in procinto di morire di epatite.
“Lorenzo stai bene?”
“Ma certo, non mi trovi in formissima?” con sorrisone, sudato fradicio dopo due ore di gambe/addominali/salti perché le sciure dell’acqua fitness non si ritrovino molli come capesante la prossima estate a Jesolo.  Perché delle responsabilità in vasca, tra cui quella di combattere la loro cellulite come fosse mia.

giovedì 12 novembre 2015

NON SI RICEVE PIU' COME UNA VOLTA

Proprio così, sì.
Il fulcro del problema è proprio questo: non si riceve più come una volta. Dove per ricevere non si intende “Dai vieni a casa che ordiniamo la pizza dall’egiziano bravissimo sotto casa”, ma quella sottile e raffinata arte dell’invitare per un tè, per un cocktail, per una cena gustosissima, facendo sfoggio di quanto più bello abbiamo in casa.
Come diceva Irene Brin nel suo libro, “Le visite” sono un momento antico e un lontano sapore nostalgico ci pervade quando capiamo che tempi come quelli sembrano ormai demoliti.

La coccola all’ospite, il servizio di posate ereditate della Nonna che lucidiamo quando siamo isterici ma che non mostriamo a nessuno per paura che spariscano coltelli e forchettine da dolce nelle tasche di amici velociraptor e quel sedersi in punta di culo perché affossarsi sul divano a gambe all’aria è quanto di meno chic si possa pensare.
Gli ospiti non arrivano mai in anticipo, così come una buona padrona di casa non si fa trovare sull’uscio della porta o in cucina ai fornelli. Il personale di servizio, quando c’è, apre la porta, prende i cappotti ed eventuali vivande in dono per sistemare il tutto e servirle al momento giusto. 

martedì 3 novembre 2015

CLOCHARME: STILE & POVERTA'


Fermi tutti. Clocharme è l’evoluzione Super Sayan di Pezzenti con il Papillon, che non è solo un modo di dire o un personaggio cucitomi addosso per favorire like, al contrario la maggior parte delle volte che mi chiedono “Come si chiama il tuo blog?” lo bisbiglio quasi vergognandomene.

Forse avrei dovuto chiamarlo “Sfigati con il cravattino” come mio padre è convinto che si intitoli. Pezzenti con il papillon è più uno stato mentale che economico, si tratta di stile più che personaggio, ci si nasce non si diventa.

Perché ci sono alcuni comportamenti che evidenziano questa patologia cronica:

-         Non aggiornare l’estratto conto, perché parlare di soldi è volgare ma nella realtà c’è poco da aggiornare.

-         Preferire i vestiti al cibo.

-         Vivere nel passato, perché i pezzenti sono i decaduti del nuovo millennio. Coloro che provengono da generazioni di buona famiglia in cui il personale di servizio indossava sempre la divisa, la Nonna le perle e la bisnonna diamanti grossi come mele. Famiglie con una storia da raccontare, in cui c’era grazia, ottima educazione, i “buongiorno” sempre sorridenti e i “buonasera” precisi all’ora del tè nel salotto buono. Non esistevano tute da ginnastica ma mocassini college, i bermuda in velluto rigorosamente intonati al papillon e le camicie a fiorellini fino alla pubertà.

Più che nostalgia è rispetto per il passato, che sia decaduto o ancora in fiore.

-         Impazzire per tutto ciò che i Non-Pezzenti-con-il-Papillon lancerebbero nel fuoco: dalle tazzine dipinte a mano con lo scorcio di castelli inglesi del 1700 agli argenti cesellati, dalle architetture Liberty alle velette.

-         Osservare l’arte contemporanea, struggersi nel dolore più profondo pur di capirla, farla propria, rifletterci per giorni, mesi e anni, fino ad arrivare alla commiserevole conclusione che ti fa cagare e che preferisci di gran lunga un bellissimo Hayez o un Boldini.

-          Sognare con il grande Cinema degli anni ’50 e fregarsene a mani piene dei film cult del XXI secolo in cui si scopre Marte o la Terra viene minacciata da un meteorite infuocato. Nulla può battere l’immagine di Rossella O’Hara o Holly Golitghly sotto un diluvio che urla “GATTOOOOO, GATTOOOOO”.

-         Impazzire, stare male fisicamente, perdere il senso logico di fronte a una bancarella di un mercatino vintage, riuscendo a trovare una quantità informe di cose apparentemente inutili, scarti di case altrui, che diventano essenziali per te e per la tua casa.

-         Più che Lady Gaga, la Marchesa Luisa Casati.

-         Più che “50 sfumature di grigio”, “La signora delle Camelie”.

-         Vestire con disinvoltura abiti dismessi da cugini, prozii, nonni, bisnonni, nipoti e figli.

-         Portare una Chanel come fosse un sacchetto e un sacchetto come fosse una Chanel (cit. Nonna di Sarinski).

-         Non ostentare mai e poi mai un abito, una borsa, o una cospicua eredità.

-         Meglio ereditare stile e grazia piuttosto che i soldi, con quelli non c’è eleganza che si possa comprare.

-         Avere come fashion icon la Nonna e non l’ultima it-girl di Instagram.

-         Autoironia, così quella volta che ti ritrovi scalzo per strada perché le scarpe comprate a 1 euro da una zingara a un mercatino si sono aperte come una banana, fai Snapchat e non piangi in un angolo minacciando il suicidio.

Proud to be Pezzenti con il Papillon, oggi come domani.