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| Il trisnonno Raimondo e a sinistra in piedi, il bisnonno Carlo. |
Ogni anno nel giorno in cui ricordiamo cosa è
successo agli ebrei, agli omosessuali, ai dissidenti politici, agli zingari e
ai nemici del nazismo/fascismo, faccio lo stesso pensiero “Potrei non essere
qui” e la tragedia che ha coinvolto con la morte 6 milioni di vite avrebbe
potuto per sempre cambiare il destino della mia famiglia.
Potrebbero esserci più Bises tra quelle lapidi
che ricordano i nomi degli italiani rastrellati e potrei non essere qui a
preoccuparmi quale foto postare su Instagram o a lamentarmi della maleducazione
dei condomini che mi incontrano nell’androne e non salutano.
I Bises sono stati più fortunati di altri,
parenti e non, ed è ancora più giusto, oggi e non solo, ricordare quanto è
accaduto, senza banalità e senza retorica alcuna.
Il bisnonno Carlo è nato e cresciuto a Roma al
ghetto, suo padre Raimondo Rubens Bises era un elegante signorotto con una
merceria e tessuti in via delle Botteghe Oscure ma ben presto quel piccolo
negozietto divenne un impero grazie all’astuzia, al buon gusto e anche alle
manie di grandezza proprio di Carlo che aveva un gran fiuto per gli affari.
Il bambino che non voleva andare a scuola per
giocare alla fontana delle tartarughe divenne un imprenditore di successo
aprendo un grande negozio a Via Del Gesù con il nome di BISES TESSUTI ed esponendo nel suo magazzino (ora lo chiameremmo show-room) al piano nobile di Palazzo
Altieri, di proprietà di un principe romano erede dell’omonima famiglia
papalina, tessuti preziosi per arredo, abbigliamento donna e uomo di alto
livello.
Sempre a Roma Carlo incontra una ragazza
bellissima, Gilda De Benedetti, originaria di Asti, si innamora e quando
esprime i suoi sentimenti le dice “Vorrei sposarti ma c’è un piccolo problema,
sono ebreo” perché ovviamente la famiglia pretendeva che sposasse una ragazza
ebrea e lei ridendo rispose felice “Anche io”. Può darsi che sia la versione
romanzata che si tramanda di generazione in generazione ma mi piace pensarli
così, innamorati e felici di appartenere alla stessa “razza”, come poi sarebbe
stata crudelmente identificata.
Carlo Alberto Bises sposa Gilda De Benedetti nel
1919 alla sinagoga di Roma e poco dopo una sorella di Carlo sposerà un fratello
di Gilda, un classico esempio di come le famiglie all’epoca tendevano a
stringere delle vere e proprie corporazioni.
Da quest’unione nasceranno 4 figli maschi: due
gemelli Ulrico e Luciano, mio nonno, Ruggero e Raimondo.
Gli affari diventeranno sempre più proficui così
il bisnonno e la bisnonna Gilda decidono di far costruire la palazzina Bises in
cui radunare tutta la famiglia ai Parioli sulla salita di Via San Valentino e
nel 1936 inaugurano gli splendidi appartamenti disegnati dall’architetto Andrea
Busiri Vici.
Con l’emanazione delle leggi razziali il colpo
si fa sentire e iniziano le vere e proprie persecuzioni, il trisnonno Raimondo,
ormai anziano, si trasferisce con la moglie al Grand Hotel perché gli ebrei non
potevano avere personale di servizio. Entrambi muoiono (nel 1941, 1942) prima
di vedere con i loro occhi antichi dove può arrivare la crudeltà umana nella
città che hanno tanto amato.
Lui non so perché me lo immagino come quel
vecchio aristocratico armato di tuba, bastone e smoking, che sul Titanic cede
il posto ai giovani e affronta la morte come un vero signore.
La bisnonna Gilda invece, rapida penna ed
elegante madama carica di brillanti e sentenze, indirizza a un noto giornale
una fotografia del suo ultimo bellissimo figlio, biondo con gli occhi azzurri,
chiedendo come poteva una creatura così bella appartenere a una razza
inferiore.
Quando nel 1943 la situazione a Roma cominciò a
peggiorare si dovette trovare una soluzione per scappare ai nazisti che
assediavano i posti di blocchi per evitare che gli ebrei scappassero.
Alcuni Bises, De Benedetti, Piperno, riuscirono
a fuggire in America e a Buenos Aires, cambiando radicalmente la loro vita e il
loro destino, il bisnonno Carlo invece volle rimanere e vide anche 8 camion
nazisti portargli via tutti i tessuti del magazzino e tutto quello che aveva
costruito in una vita senza poter far nulla, se non fosse per il Principe
Francesco di Napoli Rampolla, proprietario del Palazzo Altieri, che riuscì a
nascondere parte dei tessuti preziosi restituendoli al bisnonno commosso alla
fine della guerra, avrebbe perso tutto.
Dapprima si nascosero nella villa di campagna a
Genzano dove furono sotterrati gli amati gioielli di Bulgari della Bisnonna
Gilda DISPERATA, dopodichè nel convento a San Giuseppe a Roma, tranne mio Nonno
Luciano e suo fratello gemello Ulrico detto Rirì che vennero nascosti sotto
falso nome a Formello a casa della famiglia La Ragione dove vivevano anche due
tedeschi che non si accorsero mai della vera identità dei due ragazzi.
A Formello il bisnonno aveva una casa che
dominava il centro storico, era chiamato “Il castelluccio” che subito divenne
il quartier generale dei nazisti. Al suo interno fu murata una stanza con un
muro posticcio e nascosto gran parte del “tesoro” di famiglia, dai quadri ai
mobili pregiati ecc, senza che i tedeschi se ne accorgessero mai, riuscendo a
salvare così alcuni beni che altrimenti sarebbero andati perduti.
Sempre a Formello c’era una vera e propria ditta
di falsari, tra cui il podestà Ugo Plini, il segretario comunale Antonio
Petrillo, il vigile urbano Barocco, il calligrafo Alberto Bernabei e un
tipografo in pensione che costruiva timbri falsi. Tutti loro hanno rischiato la
vita per salvare tante famiglie ebree che non vennero mai tradite e che
scamparono alla deportazione.
I documenti falsi per il bisnonno Carlo e tutta
la famiglia vennero stampati a Formello e consegnati al Convento di San
Giuseppe a Roma grazie al fedele autista di famiglia, Renato Fiaccadori, che
oltrepassò anche dei posti di blocchi corrompendo, come già avveniva, la
polizia fascista con prosciutti e salsicce.
Un solo documento non venne ritirato, quello di
Bises Abramo Alberto, fratello del trisnonno Raimondo, che venne tradito da un
“amico” e consegnato ai nazisti quel 16 ottobre del 1943 quando i tedeschi
rastrellarono il ghetto di Roma e deportarono tutti gli ebrei ad Auschwitz.
E’ lì che morì una settimana dopo, il 23 ottobre
del 1943, a migliaia di chilometri di distanza da dove era nato e cresciuto,
all’età di 81 anni.
Lui è l’unico Bises tra le migliaia di vittime
italiane della Shoah, ma ci sono tanti De Benedetti, Sed, Di Segni, Piperno, Milano,
famiglie ebree imparentate con i Bises che furono più sfortunate.
Noi ci siamo salvati, e dico noi perché mi tocca
da vicino.
Il Bisnonno Carlo riaprì il negozio e divenne un
punto di riferimento per la moda e il tessuto, si comportava come un Papa ed
era amato da tutti, la Bisnonna Gilda riuscì a recuperare i gioielli scavando
mezzo giardino e facendoseli rubare a Napoli ricomprandoseli subito dopo diventando così una leggenda in famiglia anche tra i suoi
pronipoti.
La religione ebraica venne abbandonata da questo
ramo della famiglia, alcuni si convertirono al cattolicesimo, sposarono donne
cattoliche e quella tradizione che prima della guerra fu fortemente radicata
venne spazzata via per sempre.
Io il mio 25% di sangue ebreo lo porto con
rispetto, ne sono fiero perché dietro alla mia generazione e prima ancora
quella di mio padre, c’è una famiglia che ha subito l’indicibile e che ha avuto
la fortuna di possedere i mezzi e di essere circondata da persone che non li
hanno mai traditi rischiando la vita per loro.
Ci sono purtroppo tante famiglie che si sono
spezzate, amputate di una madre o un padre, sopportando una miseria che non ci
immaginiamo nemmeno, sofferenze che se a distanza di 70 anni siamo ancora qui a
ricordare è perché hanno davvero sconvolto la nostra società.
Ricordare è quantomeno doveroso, così come una
riflessione perché troppo spesso mi chiedo “E se fossi stato lì?” e mi viene un
brivido.
Questo è il mio 27 gennaio.









