mercoledì 27 gennaio 2016

I BISES NELLA MEMORIA


Il trisnonno Raimondo e a sinistra in piedi, il bisnonno Carlo.

Ogni anno nel giorno in cui ricordiamo cosa è successo agli ebrei, agli omosessuali, ai dissidenti politici, agli zingari e ai nemici del nazismo/fascismo, faccio lo stesso pensiero “Potrei non essere qui” e la tragedia che ha coinvolto con la morte 6 milioni di vite avrebbe potuto per sempre cambiare il destino della mia famiglia.
Potrebbero esserci più Bises tra quelle lapidi che ricordano i nomi degli italiani rastrellati e potrei non essere qui a preoccuparmi quale foto postare su Instagram o a lamentarmi della maleducazione dei condomini che mi incontrano nell’androne e non salutano.
I Bises sono stati più fortunati di altri, parenti e non, ed è ancora più giusto, oggi e non solo, ricordare quanto è accaduto, senza banalità e senza retorica alcuna.

Il bisnonno Carlo è nato e cresciuto a Roma al ghetto, suo padre Raimondo Rubens Bises era un elegante signorotto con una merceria e tessuti in via delle Botteghe Oscure ma ben presto quel piccolo negozietto divenne un impero grazie all’astuzia, al buon gusto e anche alle manie di grandezza proprio di Carlo che aveva un gran fiuto per gli affari.
Il bambino che non voleva andare a scuola per giocare alla fontana delle tartarughe divenne un imprenditore di successo aprendo un grande negozio a Via Del Gesù con il nome di BISES TESSUTI ed esponendo nel suo magazzino (ora lo chiameremmo show-room) al piano nobile di Palazzo Altieri, di proprietà di un principe romano erede dell’omonima famiglia papalina, tessuti preziosi per arredo, abbigliamento donna e uomo di alto livello.

Seduti primo piano la trisnonno Eugenia Sed e il trisnonno Raimondo Rubens Bises, morirono nel 1941-1942 al Grand Hotel, dove si erano trasferiti perché con le leggi razziali gli ebrei non potevano avere personale di servizio.

Sempre a Roma Carlo incontra una ragazza bellissima, Gilda De Benedetti, originaria di Asti, si innamora e quando esprime i suoi sentimenti le dice “Vorrei sposarti ma c’è un piccolo problema, sono ebreo” perché ovviamente la famiglia pretendeva che sposasse una ragazza ebrea e lei ridendo rispose felice “Anche io”. Può darsi che sia la versione romanzata che si tramanda di generazione in generazione ma mi piace pensarli così, innamorati e felici di appartenere alla stessa “razza”, come poi sarebbe stata crudelmente identificata.
Carlo Alberto Bises sposa Gilda De Benedetti nel 1919 alla sinagoga di Roma e poco dopo una sorella di Carlo sposerà un fratello di Gilda, un classico esempio di come le famiglie all’epoca tendevano a stringere delle vere e proprie corporazioni.
Da quest’unione nasceranno 4 figli maschi: due gemelli Ulrico e Luciano, mio nonno, Ruggero e Raimondo.
Gli affari diventeranno sempre più proficui così il bisnonno e la bisnonna Gilda decidono di far costruire la palazzina Bises in cui radunare tutta la famiglia ai Parioli sulla salita di Via San Valentino e nel 1936 inaugurano gli splendidi appartamenti disegnati dall’architetto Andrea Busiri Vici.
Con l’emanazione delle leggi razziali il colpo si fa sentire e iniziano le vere e proprie persecuzioni, il trisnonno Raimondo, ormai anziano, si trasferisce con la moglie al Grand Hotel perché gli ebrei non potevano avere personale di servizio. Entrambi muoiono (nel 1941, 1942) prima di vedere con i loro occhi antichi dove può arrivare la crudeltà umana nella città che hanno tanto amato.

Lui non so perché me lo immagino come quel vecchio aristocratico armato di tuba, bastone e smoking, che sul Titanic cede il posto ai giovani e affronta la morte come un vero signore.
La bisnonna Gilda invece, rapida penna ed elegante madama carica di brillanti e sentenze, indirizza a un noto giornale una fotografia del suo ultimo bellissimo figlio, biondo con gli occhi azzurri, chiedendo come poteva una creatura così bella appartenere a una razza inferiore.
Quando nel 1943 la situazione a Roma cominciò a peggiorare si dovette trovare una soluzione per scappare ai nazisti che assediavano i posti di blocchi per evitare che gli ebrei scappassero.
Alcuni Bises, De Benedetti, Piperno, riuscirono a fuggire in America e a Buenos Aires, cambiando radicalmente la loro vita e il loro destino, il bisnonno Carlo invece volle rimanere e vide anche 8 camion nazisti portargli via tutti i tessuti del magazzino e tutto quello che aveva costruito in una vita senza poter far nulla, se non fosse per il Principe Francesco di Napoli Rampolla, proprietario del Palazzo Altieri, che riuscì a nascondere parte dei tessuti preziosi restituendoli al bisnonno commosso alla fine della guerra, avrebbe perso tutto.
Dapprima si nascosero nella villa di campagna a Genzano dove furono sotterrati gli amati gioielli di Bulgari della Bisnonna Gilda DISPERATA, dopodichè nel convento a San Giuseppe a Roma, tranne mio Nonno Luciano e suo fratello gemello Ulrico detto Rirì che vennero nascosti sotto falso nome a Formello a casa della famiglia La Ragione dove vivevano anche due tedeschi che non si accorsero mai della vera identità dei due ragazzi.

A Formello il bisnonno aveva una casa che dominava il centro storico, era chiamato “Il castelluccio” che subito divenne il quartier generale dei nazisti. Al suo interno fu murata una stanza con un muro posticcio e nascosto gran parte del “tesoro” di famiglia, dai quadri ai mobili pregiati ecc, senza che i tedeschi se ne accorgessero mai, riuscendo a salvare così alcuni beni che altrimenti sarebbero andati perduti.
Sempre a Formello c’era una vera e propria ditta di falsari, tra cui il podestà Ugo Plini, il segretario comunale Antonio Petrillo, il vigile urbano Barocco, il calligrafo Alberto Bernabei e un tipografo in pensione che costruiva timbri falsi. Tutti loro hanno rischiato la vita per salvare tante famiglie ebree che non vennero mai tradite e che scamparono alla deportazione.

I documenti falsi per il bisnonno Carlo e tutta la famiglia vennero stampati a Formello e consegnati al Convento di San Giuseppe a Roma grazie al fedele autista di famiglia, Renato Fiaccadori, che oltrepassò anche dei posti di blocchi corrompendo, come già avveniva, la polizia fascista con prosciutti e salsicce.
Un solo documento non venne ritirato, quello di Bises Abramo Alberto, fratello del trisnonno Raimondo, che venne tradito da un “amico” e consegnato ai nazisti quel 16 ottobre del 1943 quando i tedeschi rastrellarono il ghetto di Roma e deportarono tutti gli ebrei ad Auschwitz.
E’ lì che morì una settimana dopo, il 23 ottobre del 1943, a migliaia di chilometri di distanza da dove era nato e cresciuto, all’età di 81 anni.

Lui è l’unico Bises tra le migliaia di vittime italiane della Shoah, ma ci sono tanti De Benedetti, Sed, Di Segni, Piperno, Milano, famiglie ebree imparentate con i Bises che furono più sfortunate.
Noi ci siamo salvati, e dico noi perché mi tocca da vicino.
Il Bisnonno Carlo riaprì il negozio e divenne un punto di riferimento per la moda e il tessuto, si comportava come un Papa ed era amato da tutti, la Bisnonna Gilda riuscì a recuperare i gioielli scavando mezzo giardino e facendoseli rubare a Napoli ricomprandoseli subito dopo diventando così una leggenda in famiglia anche tra i suoi pronipoti.
La religione ebraica venne abbandonata da questo ramo della famiglia, alcuni si convertirono al cattolicesimo, sposarono donne cattoliche e quella tradizione che prima della guerra fu fortemente radicata venne spazzata via per sempre.

Io il mio 25% di sangue ebreo lo porto con rispetto, ne sono fiero perché dietro alla mia generazione e prima ancora quella di mio padre, c’è una famiglia che ha subito l’indicibile e che ha avuto la fortuna di possedere i mezzi e di essere circondata da persone che non li hanno mai traditi rischiando la vita per loro.
Ci sono purtroppo tante famiglie che si sono spezzate, amputate di una madre o un padre, sopportando una miseria che non ci immaginiamo nemmeno, sofferenze che se a distanza di 70 anni siamo ancora qui a ricordare è perché hanno davvero sconvolto la nostra società.
Ricordare è quantomeno doveroso, così come una riflessione perché troppo spesso mi chiedo “E se fossi stato lì?” e mi viene un brivido.
Questo è il mio 27 gennaio.


1 commento:

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