martedì 9 maggio 2017

QUANDO LA SORTE SI PRENDE GIOCO DELL'ARTE

Ci sono opere d’arte dal profondo valore simbolico che ci sono state tramandate per l’importanza del loro messaggio, mi viene da pensare alla Guernica o alla Libertà che guida il popolo, ma ne esistono altre ben più nascoste e frivoleggianti che però nascondono una storia di rivalsa nonostante la sorte è stata loro alquanto avversa.

Giovanni Boldini era già il simbolo della Belle Epoque, il pittore ferrarese poi trapiantato a Parigi dal 1872 divenne la mecca di qualsiasi avvenente signora desiderosa di lasciare ai posteri l’immagine più elegante e aristocratica di sè stessa e nessuno più di Boldini era adatto a render sulla tela il lusso, lo sfarzo e il dinamismo di questa sfolgorante epoca a cavallo tra l’800 e il ‘900.
Nel 1901 Boldini sbarcò a Palermo non solo per godersi la città simbolo della ricchezza siciliana ma per dipingere una donna considerata la Regina di Sicilia, Donna Franca Florio, nobile di nascita e ricca per matrimonio con l’allora magnate pre-Russia, Ignazio Florio, che aveva affari in tutti i campi, dalle tonnare più belle e attive dell’isola all’editoria.
La coppia viveva nel capolavoro Liberty, il Villino Florio, e fece costruire Villa Igiea, oggi hotel di lusso con l’affaccio direttamente sul porticciolo di Palermo, un luogo che si lega alla storia della famiglia con le vicende, i drammi e la futura decadenza.
Donna Franca vestiva gli abiti di Worth, il primo couturier della storia del costume, realizzati appositamente per lei a Parigi, indossava gioielli meravigliosi e il suo filo di perle aveva come unica rivale la Regina Margherita prima e la Regina Elena dopo, da cui fu peraltro nominata “dama di corte”. Era bellissima ma anche molto infelice a causa delle corna del marito, l’uomo più invidiato del regno.

Donna Franca Florio, Giovanni Boldini
Dettaglio.

Nel 1901 Boldini la dipinge in tutta la sua bellezza, con un lungo filo di perle, un’acconciatura ben curata, gli occhi distratti tra il grigio e un intenso azzurro e un abito che lascia intravedere spalle e caviglie allungate con una scarpa a punta molto moderna. La posa sofisticata e naturale la fa sembrare in procinto di uscire dalla tela e avvicinarsi allo spettatore.
È un’immagine eterna ed eterea che solo le pennellate rapide e sicure di Boldini avrebbero potuto imprimere con tutta la sua bellezza.
L’unico a non essere d’accordo è il marito Ignazio che scrive al pittore che non avrebbe pagato il quadro che considerava impudico e troppo seducente per poterlo esporre, così il ritratto dovette esser rifatto e nella nuova versione del 1903 Donna Franca indossava un abito lungo e nero custodito fino a oggi presso Palazzo Pitti, ed esposto in occasione di una mostra sui suoi abiti nel 1986. La seconda versione venne trafugata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale e se ne sono perse completamente le tracce, e la prima versione invece? Rimase nell’atelier parigino di Boldini fino al 1924, anno in cui lo comprò il Barone Rotschild, grande estimatore, ed è per questo che il quadro riporta questa data nonostante fosse stato dipinto più di 20 anni prima.

giovedì 4 maggio 2017

IL PRINCIPE FILIPPO VA IN PENSIONE


Partiamo dal presupposto che Queen Elizabeth è un robot a cui basta ricaricare le pile durante la notte e ogni tanto portare una batteria usb di ricambio per le emergenze nella borsetta, ma sua Maestà che ha appena festeggiato il 21 aprile i suoi 91 anni ha già stipulato insieme al Governo un accordo che elenca punto per punto cosa dovrà succedere, e succederà statene certi, quando purtroppo esalerà l’ultimo reale respiro.
Non voglio nemmeno immaginare cosa può essere il mondo e la Gran Bretagna senza di lei, in tanti nemmeno lo sanno perché il prossimo 2 giugno saranno ben 65 anni che è seduta là su quel trono che molti sottovalutano ma che ha più occhi addosso di qualsiasi altro angolo di terra e di cielo.
Oggi, 4 maggio, tutto il globo si è allarmato per una riunione segreta e urgente convocata a Buckingham Palace, un po’ spifferata dal gran ciambellano, che ha sparso il panico sui social e che ha creato un toto-notizia quasi delirante.

Queen Elizabeth è mancata? Abdicherà in favore di Carlo costringendolo però ad abdicare a sua volta perché piuttosto di vedere Camilla con una corona si farebbe congelare fino al 2056? Vuole rovinare le imminenti nozze di Pippa Middleton vendicandosi di quel vestito per cui fu più celebre il suo lato b che le nozze di sua sorella Kate?
Ci siamo tutti un po’ spaventati senza motivo, quando poi in effetti è stata declamata a gran voce la ragione di questa riunione urgente tutti abbiamo un po’ sospirato “Ah va beh”.
Buckingham Palace annuncia che il principe consorte, Filippo, si ritirerà un po’ a vita privata dal prossimo autunno e che da qui a quel momento non salteranno le sue partecipazioni agli eventi, mondani e non, di cui si era fatto impegno.

La casa reale inglese annuncia


Filippo è il consorte che accompagna Queen Elizabeth in tutte le visite ufficiali, in tutte le celebrazioni del Regno e in tutti i matrimoni, battesimi e funerali reali, siamo abituati a vederlo lì bello e sorridente accanto a lei radiosa e acclamata da tutti.
È un uomo distinto ed elegante, un po’ frizzantino lo è stato negli anni, ma il loro amore a mio avviso è fin troppo solido nonostante le scappatelle di lui e il peso della corona di lei.
Non credo sia facile stare accanto alla più longeva regina della storia della Gran Bretagna, una donna simbolo di due secoli, senza sentirsi un po’ messi all’angolo, ma il principe Filippo a 95 anni c’è arrivato fresco come una rosa e con un entusiasmo esemplare.
“Dal prossimo autunno mi ritirerò ma continuerò a seguire le associazioni di cui sono Presidente onorario”, suona un po’ come “Ora basta voglio giocare a bridge fino allo sfinimento, bere del tè super zuccherato e mettere addirittura i piedi sulla mia poltrona preferita guardando Beautiful, OH”.

A 95 anni pensare di arrivare addirittura al prossimo autunno quando io nemmeno prendo l’appuntamento per il dentista da qui a 3 mesi è incoraggiante e Filippo ha fatto bene, un po’ di meritato riposo e una pensione anticipata che saprà godersi al meglio. 

Quanto amore 

martedì 2 maggio 2017

QUELLE STREGHE DELLE MILLER

STREGHE.

C’erano una volta Anastasia e Genoveffa, le brutte ma ricche sorelle della povera Cenerentola, quest’ultima capace di toglier loro addirittura il principe azzurro che la cerca disperatamente conscio di aver solo una effimera scarpetta di cristallo sull’orlo della rottura. Quella però è una favola, la realtà è ancora più amara da digerire perché appare quasi come un’ingiustizia.
Nella realtà condividiamo lo stesso sistema solare delle tre sorelle Miller, Marie Chantal, Pia e Alexandra che nell’immaginario collettivo sono tre bionde magre alte e ricche, ereditiere ben prima di Paris Hilton, del padre Robert a cui dobbiamo i più grandi duty free del mondo negli aeroporti più strategici.

Pia Miller.
Marie-Chantal Miller

Alexandra Miller nel giorno del suo discreto matrimonio. 

Le nostre mamme e le nostre zie le hanno invidiato poco a poco, prima per gli studi esclusivi in Svizzera, poi per i matrimoni che sembrano alleanze di sangue come al tempo dei Tudor con famiglie che hanno blasone o potere, è indifferente.

Pia sposa Christopher Getty, magnate del petrolio, nel 1992 per esser sicura di cadere sempre in piedi, Marie Chantal però fa di più e cavalca l’altare nel 1995 con Pavlos di Grecia, il figlio dell’esiliato re di Grecia Costantino (dal 1973) mentre nello stesso anno la povera Alexandra  si deve quasi “accontentare” di Alexandre Von Furstenberg, figlio della stilista Diana e nipote di Clara Agnelli (sorella di Gianni Agnelli), tre famiglie che insieme potrebbero quasi bastare a soddisfare il prodotto interno lordo di una nazione.

“Sì però sai che noia esser solo ricche” commenteranno alcune invidiosette ma le sorelle Miller mettono a tacere anche loro, perché non stanno con le mani in mano al contrario sembra quasi che lavorino a tempo pieno. Pia per il gruppo Sephora, no non trucca le 15enni a gratis il sabato pomeriggio in corso Vittorio Emanuele, Alexandra nel campo della moda con la suocera e Marie Chantal fa la principessa a tempo pieno e ha una sua linea di abiti da bambini come tutte le aristocratiche che contano.

mercoledì 26 aprile 2017

MARCIA SU LIBERTY MILANESE

Questo post lo dedico con tutto il mio più sentito affetto a coloro che “Milano è brutta e grigia”, “A Milano non c’è nulla se non il Duomo, le vetrine di Via Della Spiga e il treno per tornare a casa”.
L’aspetto più sorprendente di Milano è che va scoperta e che non tutto appare sotto gli occhi convulsi di chi è lì ad aspettare che le meraviglie di una città cadano dal cielo senza informarsi, incuriosirsi e con le gambe in spalla andarle a cercare.

Un sabato pomeriggio di cielo azzurro limpido e di un sole caldo e alto ho studiato un percorso che attraversasse la Milano Liberty più bella, con i suoi palazzi scultura, riassaporando quella lontana e bellissima epoca in cui c’erano ancora le carrozze e le signore portavano lunghe piume su cappelli addobbati.
Un percorso che avendo a disposizione circa 5 ore potrete rifare anche voi armati di profilo Instagram e soprattutto di scarpe comode.

Casa Campanini

PARTENZA: da Piazza Cinque Giornate con spuntino pret à porter dal mio panificio preferito “Zanotti” al civico 6, oppure con un gelato di Umberto, al civico 4. Breve sosta pipì al Coin e via per il cammino prendendo via Donizetti.
Via Donizetti è una via che si addentra in un quartiere di palazzi signorili molto belli e soprattutto tranquilli, sembra di stare in una Milano non congestionata dal traffico, con del verde e un’atmosfera quasi da paesetto raccolto, al civico 14 e 16 si inizia a vedere qualche dettaglio Liberty con questi fregi che costeggiano i balconi, i ferri battuti delle ringhiere e i dettagli floreali.
Le due casette accostate azzurra e gialla sono il giusto antipasto perché il primo vero capolavoro Liberty della zona è a un tiro di schioppo, infatti continuando verso Via Donizetti si incrocia via Bellini dove si erge CASA CAMPANINI, via Vincenzo Bellini 11, prima tappa ufficiale di questo tour.
Questo palazzo è stato progettato dall’architetto Afredo Campanini come sua residenza ufficiale tra il 1904 e il 1906 ed è a mio parere l’esempio più bello di architettura Liberty di Milano, l’ingresso maestoso è decorato da queste due enormi figure femminili, le cariatidi, che sembrano quasi sfumare in un volteggio tra fiori, fronzoli e dettagli elegantissimi del ferro battuto, opera di Alberto Mazzucotelli. E’ un palazzo molto elegante di fronte alla chiesa della Passione, accanto al Conservatorio, da notare in tutta la sua bellezza anche di spigolo perché ogni balcone è un capolavoro di scultura dell’epoca.

Casa Berri Meregalli 
Ingresso di Casa Berri Meregalli con la scultura di Wildt

Proseguendo per via Conservatorio, incrociando Corso Monforte prima e via Vivaio dopo con l’Istituto dei Ciechi sulla sinistra a un certo punto si sbuca in via Mozart, una via straordinaria per la bellezza architettonica degli edifici, prima tra tutti la stupenda Villa Necchi, ma anche per la seconda tappa del tour.
CASA BERRI MEREGALLI, via Mozart 21, un edificio tardo liberty del 1910-1912 costruito da Giulio Ulisse Arata per gli imprenditori Nebo Berri e Innocente Meregalli.
Questo palazzo è una reminescenza del Liberty elegante e sofisticato avvolto da un misterioso e soprattutto fantasioso stile medievale, il mattone e le teste d’ariete che inghiottono i pluviali sono dettagli eclettici che costituiscono lo stile di questo architetto, il cosiddetto stile “Arata”.
Un altro palazzo 1911-1914 sempre costruito da Arata per gli stessi imprenditori si trova proprio lì dietro, al civico 8 di Via Cappuccini ( impossibile non notarlo soprattutto se passate di lì per vedere i fenicotteri di Villa Invernizzi venendo da Piazza Eleonora Duse) e il dettaglio più bello è l’ingresso, maestoso, quasi come fosse un castello ma decorato da elementi a mosaico molto suggestivi. Nell’androne si trova una porta a ferro e vetro decorata da Mazzucotelli e una statua a forma di testa alata realizzata da Adolfo Wildt che al numero 10 di Via Serbelloni aveva realizzato il citofono a forma di orecchio.

mercoledì 19 aprile 2017

LA SIGNORA DI PIAZZA TOMMASEO

Photo credit:
Quel pomeriggio a Milano si era alzato un vento anomalo, di quelli che improvvisamente fanno oscurare il cielo e poi lo rendono limpido, una folata d’aria così forte da far sibilare tutto e far tremare i vetri. In quel frangente c’ero io che pedalando sulla bicicletta pensavo che le alternative fossero due: farmi trasportare dal vento, ma ovviamente ero controcorrente, oppure prendere un tram.
La fortuna non è mai stata dalla mia, il tram 10 era appena passato e io che non voglio mai arrivare in ritardo agli appuntamenti decido che così pedalata dopo pedalata sarei arrivato sano salvo e cosparso di polvere alla mia meta: Piazza Tommaseo.
Chi ama Milano lo sa che Piazza Tommaseo è la pace dei sensi, per la quiete ovattata delle case avvolte da splendidi giardini, per i fregi Liberty di via Mascheroni e per quell’aria da quartiere con i bambini che scorazzano indisturbati giocando tra le magnolie che ad Aprile sono uno spettacolo meraviglioso.

E lì nello storico negozio che dal 1978 detiene il monopolio assoluto della piazza conosco finalmente questo personaggio quasi mitologico, la signora Pupi Solari in persona.
Accomodato nel salottino tra teiere d’argento ed eleganti ritratti di cagnolini la saluto quasi intimidito perché ne ho tanto sentito parlare negli anni e morivo dalla voglia di passare un po’ di tempo con lei per curiosità e simpatia.
Elegantissima e statuaria, tutti la chiamano Signora e non credo si possa fare altrimenti, con grandi occhi chiari e una chioma fiocco di neve tirata in modo perfetto, mi guarda e mi chiede “Che cosa posso raccontarle?”.
Quando squilla il telefono dice che sta facendo “l’intervista” e io sorrido perché non avevo delle vere e proprie domande per lei e non sono un giornalista professionista ma calato ormai in quel ruolo ho chiesto di raccontarmi un po’ che cosa l’ha portata a Milano e cosa secondo lei si è inventata.

La signora Pupi, cha ha compiuto 90 anni, si trasferisce da Genova, la sua città e la sua terra più cara, a Milano dove tra qualche vicissitudine e qualche lavoretto di salvataggio “La mia carriera da segretaria per fortuna è durata ben poco” decide di buttarsi e apre un piccolo negozietto di abiti per bambini in Largo V Alpini, si chiamava “Snoopy”, era il 1969.
“Piangevo tutti i giorni perché non sapevo come sarei arrivata al giorno dopo” ma la tenacia, l’intelligenza e il fiuto non le hanno fatto cambiare idea e piano piano quel piccolo negozio in una zona che non era commercialmente attraente come le pretenziose vie del centro quali Montenapoleone, Borgospesso e Brera, diventa un indirizzo per chi volesse vestire i bambini con garbo e gusto.
Nel 1978 l’occasione d’oro e il trasferimento in piazza Tommaseo, “Non mi sono mai pentita della scelta che ho fatto, economicamente sì perché gli affari sarebbero andati ancora meglio se fossi stata in Montenapoleone, ma non avrei visto gli alberi e la pace è impagabile” perché è un’oasi felice e come aggiunge “Qui ci sono solo io e non c’è nessun negozio accanto che controlla quello che faccio io, io qui non so nulla degli altri”, e forse è questo il segreto di longevità per un’attività commerciale, fidarsi del proprio lavoro e non mettersi (troppo) in competizione con gli altri.

martedì 11 aprile 2017

LA STORIA DEL COSTUME ITALIANO SECONDO DAMIANI

In un’altra vita dovevo essere una gazza ladra perché al primo sbrilluccico potente io vado in tilt, mi si appanna la vista e cado in un vortice. Questa è stata un po’ la sensazione prima di dormire sabato 8 aprile quando sono stato ospite della mostra di Damiani a Palazzo Reale.
La maison di gioielli ha infatti fortemente voluto questa esposizione che richiama la tradizione orafa in un angolo di Milano importante per la storia che rappresenta e soprattutto per i personaggi che l’hanno resa celebre, tra cui la regina Margherita.

Collier a pavone con diamanti bianchi, zaffiri e smeraldi 


Al piano nobile attraverso tre stanze si ripercorre così la storia del costume italiano osservando dettagli, ispirazioni e disegni in un secolo che ancora brilla nel nostro immaginario, basti pensare ai gioielli del 90esimo anniversario qui esposti che sono una vera e propria testimonianza per ogni decade.
Il collier oro bianco e diamanti che cade come una piuma a rappresentare l’elegante leggiadria degli anni ’20 o il bracciale Cascade per gli anni ’30, fino agli anni ’60 con un motivo geometrico a pavè di brillanti e smalto, oppure gli anni ’90 con Moon-shine e il D-side per l’atteso 2000.

Il mio preferito, "TWINS".
Tra una sala e l’altra un preziosissimo diamante giallo che come ci ha riferito uno dei responsabili della mostra “Ci si può perdere dentro osservando la profondità del diamante”, e io ho aggiunto che ho visto scorrere tutta la mia vita da quanto era bello e quasi incantato.
Difficile riprendersi ma se la prima sala vi ha messi in crisi, la seconda sala vi manderà in blackout.
Infatti qui sono esposti tutti i gioielli che hanno vinto gli oscar, sì proprio così, perché esistono gli oscar dei gioielli dove a esser premiata non è Tilda Swinton ma il bracciale di diamanti che ha indossato Tilda Swinton durante la notte degli Oscar. Ma non fraintendiamoci, il gioiello non vince perché indossato da un personaggio ma per la bellezza in sé del design, della preziosità e dalla maestria con cui è stato pensato e realizzato.

Un bracciale di 900 diamanti a spirale lungo tutto l’avambraccio, pensato come uno scheletro che si deforma durante i movimenti senza far saltare griffe e binari, oppure un meraviglioso bracciale disegnato come un fulmine e degno di Wonder Woman. Qui in una teca il mio preferito, un anello a fascia multiforme chiamato “Twins”, con 118 diamanti bianchi taglio baguette per 7 carati di meraviglia.

La tiara originale di Sveva Della Gherardesca quando nel 1952 sposò Nicola Romanov

giovedì 30 marzo 2017

IL MIO SALONE DEL MOBILE 2017

CI SIAMO.
Tra lo sbocciare dei fiori, gli alberi rigogliosi e una Milano che si risveglia da un torpore invernale lungo e lugubre, il periodo di Marzo-Aprile è il più bello in assoluto e si inizia a vivere come sopravvissuti a un letargo di mesi e mesi.
E il salone del mobile è il segnatempo di tutto questo, fa scoccare esattamente l’ora in cui bisogna uscire e godersi la città visitando quanto più è messo a nostra disposizione, in maglietta leggera e occhiale da sole. E’ il mio evento preferito perché meno elitario della settimana della moda e viene fruito da tutti perché ce n’è per tutti, dai più piccoli ai più grandi, in un formento totale in tutte le zone di Milano.

Se all’epoca il Salone del Mobile era un’esposizione quasi per gli “addetti ai lavori” che dovevano parlare di viti e di seggiole come un cultore d’arte di fronte alla Gioconda, ora è uno spazio più ampio dedicato ai curiosi e a coloro che amano vedere cose nuove, sia per storcere il naso sia per godere dei contenitori che Milano offre.
L’aspetto più interessante per me è la possibilità di vedere esposizioni immerse in palazzi, sale e monumenti che la maggior parte dell’anno rimangono chiusi e sigillati perché utilizzati da enti come banche, fondazioni e multinazionali gelose dei loro patrimoni.

Ho già dato un occhio al sito ufficiale e ho già una breve (?) lista di cose che non vorrei assolutamente perdere e che vale la pena vedere per il meraviglioso contenitore, stupendomi come sempre per il contenuto di cui non sono un esperto ma che per curiosità imparo a conoscere.

lunedì 27 marzo 2017

QUELL'ANGOLO DI MILANO CHE BRILLA: PENNISI

Via Manzoni 29. 
La tradizione vuole che Audrey facesse colazione da Tiffany osservando vetrine e diamanti annientando tormenti, malumori e pensieri scomodi, io faccio lo stesso ma davanti alle vetrine di Pennisi.
Chi vive Milano e si incuriosisce sulla città e la sua storia, non può non conoscere questo piccolo angolo di paradiso che vive là dove si spense Giuseppe Verdi, nell’edificio che ospita Il Grand Hotel de Milan, nel cuore pulsante del bel mondo milanese, via Manzoni 29.
Non è una gioielleria qualsiasi dove diamanti splendono a volte un po’ insapori e lugubri in attesa che qualche sciura li indossi, non è una boutique dove la testimonial della tale maison stampata su un 6 x4 ti guarda sensuale, non è un posto che può essere compreso da tutti, per fortuna.

Cartier a pioggia 
LA BELLEZZA. 
Qui i gioielli si portano appresso così tanta storia e arte orafa che pare di essere in un museo, nella sua accezione più alta, s’intende. Pennisi dal 1971 si occupa di gioielli antichi, dal 1780 al 1970 attraverso uno stile che è ben definibile, in particolare quello meraviglioso dell’art déco di cui è portavoce incontrastato.
Pezzi da lacrime agli occhi delle più importanti case del mondo come Bulgari e i Cartier degli anni ’20 perché è il simbolo di un’eleganza lontana e ammirata, dalle tiare dal sapore Romanov alle spille di brillanti e rubini che signore dell’alta borghesia indossavano più di 60 anni fa ereditate da nonne e bisnonne per cui i diamanti erano sì i migliori amici, ma rappresentavano anche uno status symbol e un investimento sicuro.

Ho chiesto a Emanuele Ferreccio Pennisi come mai chi ha la possibilità di avere tra le mani un gioiello simile riesca a venderlo, con quale coraggio aggiungo io, perché pezzi così importanti e di quel valore storico non sempre sopravvivono alle generazioni successive.
Mi ha risposto che le ragioni per cui qualcuno vende una tiara della bisnonna o una parure di smeraldi e diamanti grossi come noci sono svariati, dalla voglia di alleggerire cassette di sicurezza, dalla voglia di non pensare che quel gioiello fosse un dono di un ex marito, da una difficoltà economica o perché come disse una sua cliente “Quando me li metto questi smeraldi? Li indossavo alla prima della Scala ma ora si va in jeans”, così si monetizza e una parure liberty diventa un viaggio pazzesco, un appartamento nuovo per la nipote, un “fondo” per il futuro.

mercoledì 22 marzo 2017

LE MILLE INSIDIE NASCOSTE DIETRO UNA T-SHIRT BIANCA

Con il Levi's vintage, classica combo 

Anni '90 

Risolve qualsiasi abbinamento impossibile tipo scarpe di Paperina e kimono

In fondo sono un ragazzo semplice, uno di quelli che incontri nell’androne del tuo palazzo e che non solo ti saluta ma ti tiene aperto il portone, ti fa passare e addirittura ti dice “Buongiorno” sorridendo, che siano le 8 o le 11 del mattino, lunedì o sabato.
A volte ho manie di grandezze, vorrei abitare a Palazzo Serbelloni, indossare tiare di Pennisi, vestire solo Missoni e pigiami di seta, mangiare solo vitello tonnato di Peck, partire all’improvviso per Parigi e fare i capricci a San Pietroburgo, frequentare le aste di Christie’s e fare shopping nei migliori vintage del mondo senza preoccuparmi dei prezzi di alcunché.
Nella realtà sono un onesto lavoratore dipendente, vivo a Lambrooklyn in 50 metri quadri acquistati, ristrutturati e arredati sudando 8 t-shirt di H&M conscious, da Pennisi vado ad alitare sulle vetrine, a Peck preferisco il Pam dove posso pagare anche i fiori della domenica con i buoni ticket e lo shopping migliore che abbia mai fatto è quello ereditato dai vari nonni, prozii che pace all’anima loro mi hanno fatto avere un guardaroba pazzesco e di buon gusto.
Negli anni però ho capito che nell’abbigliamento il mio capo più importante, più apparentemente facile da indossare ma con mille insidie rimane e rimarrà sempre la maglietta bianca, la classica t-shirt che si ama o si odia ma che tutti hanno a dozzine nell’armadio.

Manica risvoltata casuale ma in realtà c'è uno studio ossessivo di tutto 

Maglietta bianca e bretelle, mio outfit preferito della vita 

venerdì 3 marzo 2017

RITORNO ALLE ORIGINI

Luisa Beccaria 
Missoni 
Io di moda non so nulla, nel senso che non mi sento di appartenere a quella eterogenea categoria di tuttologi che sanno descrivere con minuzia da Tg2 costume e società le collezioni pret à porter o l’haute couture inneggiando a parole come “Una favola”, “Una donna contemporanea che veste la modernità quella di…” oppure frasoni alla “Una giungla di colori cool ispirati all’Asia gli abiti di…” dove aggettivi e sinonimi vengono utilizzati per ingigantire un concetto che forse c’è ma non è palpabile.
Vivendo a Milano la moda è una conditio sine qua non perché a meno che tu non sia chiuso dentro una scatola di cartone con paraocchi e meta da raggiungere con sguardo basso, la moda la si respira e spesso non la si tollera.

Tutto questo scalpitio riempie i luoghi del nostro quotidiano, addirittura uffici, teatri, cinema, palazzi storici, mostre e musei, fanno a gara per la location più giusta, l’installazione più luminosa e la madrina più fotografata. La settimana della moda combatte contro la nostra pigrizia, ci incuriosisce e spesso ci giudica perché non tutti sono invitati e non tutti sono parte di questo mondo scintillante.
Non conosco a memoria il calendario sfilate, capisco che sfila Fendi quando il 14 ci mette 45 minuti a fare due fermate, capisco che è Gucci ad invitare migliaia di persone perché sono in bicicletta contromano e la carta igienica appena comprata sottobraccio e non riesco a tornare a casa con facilità.
Quindi sì, Milano è davvero moda nonostante in tanti per snobismo o indifferenza verso quello che succede attorno alle loro cornee dicano il contrario e sbuffano tra modelle, party esclusivi di cui non ricevono l’invito e greggi di fashion influencers che tentano il suicidio sui binari dei tram.