venerdì 3 marzo 2017

RITORNO ALLE ORIGINI

Luisa Beccaria 
Missoni 
Io di moda non so nulla, nel senso che non mi sento di appartenere a quella eterogenea categoria di tuttologi che sanno descrivere con minuzia da Tg2 costume e società le collezioni pret à porter o l’haute couture inneggiando a parole come “Una favola”, “Una donna contemporanea che veste la modernità quella di…” oppure frasoni alla “Una giungla di colori cool ispirati all’Asia gli abiti di…” dove aggettivi e sinonimi vengono utilizzati per ingigantire un concetto che forse c’è ma non è palpabile.
Vivendo a Milano la moda è una conditio sine qua non perché a meno che tu non sia chiuso dentro una scatola di cartone con paraocchi e meta da raggiungere con sguardo basso, la moda la si respira e spesso non la si tollera.

Tutto questo scalpitio riempie i luoghi del nostro quotidiano, addirittura uffici, teatri, cinema, palazzi storici, mostre e musei, fanno a gara per la location più giusta, l’installazione più luminosa e la madrina più fotografata. La settimana della moda combatte contro la nostra pigrizia, ci incuriosisce e spesso ci giudica perché non tutti sono invitati e non tutti sono parte di questo mondo scintillante.
Non conosco a memoria il calendario sfilate, capisco che sfila Fendi quando il 14 ci mette 45 minuti a fare due fermate, capisco che è Gucci ad invitare migliaia di persone perché sono in bicicletta contromano e la carta igienica appena comprata sottobraccio e non riesco a tornare a casa con facilità.
Quindi sì, Milano è davvero moda nonostante in tanti per snobismo o indifferenza verso quello che succede attorno alle loro cornee dicano il contrario e sbuffano tra modelle, party esclusivi di cui non ricevono l’invito e greggi di fashion influencers che tentano il suicidio sui binari dei tram.


Simonetta Ravizza 


Alberta Ferretti 
Sono un classicone io e sono tanto radicato nel gusto dell’antico che attenzione, spesso, è un grande difetto che ammetto di avere. Questa radicalizzazione non mi permette di vedere il nuovo perché credo che il “vecchio” sia sempre meglio e che la più splendente età della moda sia ormai passata e tramontata.
Ok, si dice che Valentino Garavani sia l’ultimo imperatore, che Yves Saint Laurent abbia vestito una donna che non tornerà mai più e che Dior abbia fatto versare lacrime per la bellezza di abiti che non saranno mai più indossati, eppure continuano a sfilare nonostante quei nomi altisonanti siano “griffe” e non le anime di chi disegna e cuce.
Ho notato però una tendenza ben visibile a queste sfilate, confermato poi da un articolo di giornale firmato da un autorevole Giuliano Deidda, ovvero quella per cui gli stilisti fortificano la loro immagine non stralunando nel nuovo ma valorizzando quello per cui sono diventati celebri.

E forse è il motivo per cui finalmente si sono visti abiti, calzature e dettagli da capogiro, perché se fai bene le scarpe perché spingerti nel mondo della biancheria intima? Se ottieni il successo con i grandi abiti da gala perché fare la collezione sportwear?
Credo che in passato gli stilisti abbiano evaso dalle loro inquadrature per paura che qualche giornalista appuntasse sul suo taccuino la parola “noia” e l’aggettivo “noioso” come se essere fedeli a se stessi sia per forza un errore.

Prada 

Dolce e Gabbana
Invece questa settimana della moda milanese è stata folgorante proprio per questo motivo, c’era una maggiore coscienza di quello che ognuno sa fare e sono tornati a splendere i Made in Italy che rendono celebre una casa di moda piuttosto che un’altra.
Fendi torna alle pellicce, Max Mara fidelizza il suo imperituro amore per il color cammello, i tailleur, le tute intere e i cappotti di cachemire, Gucci ripropone dettagli d’archivio come borse e scarpe (anche se estremizzate nel più delle volte), Missoni abbandona tessuti troppo leggeri e veste con la maglia tradizionale i corpi di modelle che non sembrano astronavi o automi.
Gucci 

Così anche Luisa Beccaria che realizza i sogni di qualsiasi principessa vera o presunta continua a vendere la favola e non la triste storia metropolitana, sfilano abiti che sembrano usciti da un quadro di Botticelli e non orrendi jeggins di elastene, perché l’identificazione della griffe è un porto sicuro dove tornare sempre.
Siamo stufi dell’aggressività, dell’alienazione, di abiti fatti da giornali, piatti di plastica o parafanghi di auto dismesse, vogliamo sognare di poter indossare quegli abiti e non ridicolizzarli a tal punto che quel marchio sarà etichettato come quello che fa show e non bei vestiti.
Vendeteci il sogno, fate sfilare desideri forse irrealizzabili, sarete ripagati da una nostra grande emozione nel vedere che ancora oggi sappiamo cucire incanti e che no, non tutto è stato già visto e non tutto quello già fatto è meglio di quello che ancora sarà.
Versace 
 
Max Mara



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