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mercoledì 13 luglio 2011

Sociologia della Foto profilo


Qualche tempo fa ho dato un esame. Sociologia dell’arte. E volevo che voi vi sentiste meno intelligenti di me dopo aver letto questo incipit assolutamente inutile.
Mi sono detto “Ma quante branchie della sociologia esistono?”. Sociologia dei consumi, sociologia della moda, sociologia dei processi comunicativi, sociologia della patatina fritta, sociologia dell’abbinamento dei colori più truci, sociologia Color Block, quest’ultima giunta a noi grazie a studi approfonditi di Franca Sozzani. Il fucsia abbinato all’arancio fluo? Esperimenti chimici di utilità secolare.

E perché non esiste la sociologia di Facebook? Perché certi studiosi non hanno avuto la brillante idea di indagare la psiche umana riguardo all’atteggiamento che si ha nella scelta della maestosa FOTO PROFILO? Non è un argomento su cui ridere, su cui scherzare con velata ironia. Io sono serio. Quindi provate ad immaginarmi con dei guanti di lattex, un camice e la penna rubata al pediatra infilata nel taschino. Vi guardo e vi spavento con le mie teorie osteopatiche. Mi piaceva la parola osteopatica, quindi evitate di fare la faccia perplessa.
Ho face book da tre anni, tre lunghissimi anni. “Tizio ha cambiato la foto del profilo”. Subito ti avvicini allo schermo per capire se vale la pena cliccarci sopra e scopri cose che non avresti voluto nemmeno immaginare. Ci sono molte categorie di foto profili ma ho cercato di sintetizzare il tutto.

Tamarri in fase di rimorchio:  
con l’avvicinarsi dell’estate si colonizzano nei vostri profili dei veri e propri esemplari di “tamarro Milano Marittima”. Per lui, palestrato che non vedeva l’ora di mostrare il pessimo risultato delle sue ore a sudare come un dromedario, lo standard rientra nei seguenti accessori: olio baby-johnson che gli da quell’aria da merluzzo sottolio, costume bianco che risalta l’abbronzatura da centro estetico di periferia al quale è abbonato e addominale “rilassato”. Lui infatti paonazzo sta cercando di non morire pur di trattenere il fiato. Aneurisma cerebrale? L’importante è la tartaruga. O almeno far finta di averla.