Questo post ha bisogno di alcune premesse.
PREMESSA 1: sono un poraccio capo e quindi il mio abbigliamento non può prescindere da questa caratteristica intrinseca che domina il mio essere.
PREMESSA 2: non guardate lo sporco indecente del pavimento di camera mia, quei batuffoli di polvere grossi come cocomeri. E’ sabato e notoriamente le pulizie le faccio la domenica, e tenendo conto che domenica scorsa ero ancora a Milano, beh, potete fare le vostre considerazioni. Potete anche insultarmi senza problemi, avete solo che ragione.
PREMESSA 3: ce ne sarebbero solo due ma siccome mi da fastidio il numero pari allora sto inventando parole a caso per riempire questo spazio.
Perché questo look tristissimo? Non ne ho idea. Volevo rendervi partecipe del modo truce che ho nel vestirmi, lo fanno tutti i veri blogger e quindi anche il sottoscritto.
| Meglio che mi adopero con l'aspirapolvere |
| Scarpe cinesi con mucillagine incorporata |
| Come in un quadro di Renoir, senza riuscirci. |
Partiamo dalla paglietta, dal cappellino. Erano mesi che sderenavo (uno dei verbi che invento) i maroni a tutti perché volevo un cappello come si usava all’inizio del secolo XIX secolo, di paglia, da canottiere con la classica banda larga come nei quadri di Renoir e Manet. Estivo, molto elegante e spiritoso. Era l’accessorio parigino per eccellenza e ogni uomo che si rispetti lo aveva nel suo guardaroba estivo. Alla cappelleria storica di Parma non potevo permettermelo perché avrei dovuto vendere parte del mio rene e sinceramente non mi sembrava il caso. Distrutto dall’impossibilità di averlo mi sono rassegnato. Casualmente in un giro di negozi per Milano ho visto questo, a soli 9,90 euro. Mi sono sentito un figo. Nonostante lungi da me esserlo. (Comprato da Tally Weijl, negozio tamarro).