giovedì 17 marzo 2016

ANNA DELLO RUSSO: CHE BURDELL

IL CORVO.
Il mondo della moda è strano, a tratti incomprensibile. Leggi giornali e non capisci se quest’anno ci si veste o ci si affida ai resti della raccolta differenziata, guardi le foto degli invitati alle sfilate e con 2 gradi e la pioggia che tira di traverso alcune hanno crop-top, sandali senza calze e sono cosparse di leggerissimi pizzi a Febbraio, poi però portano inserti di pelliccia a Giugno.
Un calderone di pessimo gusto un giorno e la fiera della bellezza quello dopo, l’unica soluzione è non vivere il sistema moda come una macchina da guerra a colpi di “AMO”, “ADORO”, “MIUCCIA GENIO”, ma farsi un’idea propria che possa portarci ad avere uno stile nostro, riconoscibile e fedele.
Perché io non credo che alcuni capi visti in giro tra i modaioili rispecchino davvero il loro stile, il loro gusto e la loro intelligenza, o forse sono io che ho troppe aspettative da questo sistema solare.

Scintillante alle 10 del mattino, lei può


Come spesso accade dopo qualche anno riguardiamo le nostre foto e quello che indossavamo ieri oggi lo bruceremmo sulla pubblica piazza rinnegando ogni singolo capo e maledicendo il momento in cui abbiamo strisciato la carta con così tanta leggerezza.
Ogni stagione siamo subissati di giornaliste o presunte tali che in punta di tacco si accalcano sul front row, indossano i capi spalla più cliccati, cinguettano con chi è sulla bocca di tutto il web, usano i filtri Instagram più adatti e diventano icone di stile nonostante di personalità nemmeno l’ombra.
E cosa trasmettono? NULLA. IL BUIO.
Con l’avvento di Snapchat mi sono potuto felicemente ricredere, perché nel dietro le quinte della maggior parte delle sfilate di New York si rideva come a una festa del liceo, addirittura le modelle correvano come gazzelle con un sorriso stampatissimo, nonostante indossassero vestiti che le persone dotate di buon senso userebbero per sgrassare il forno, o forse nemmeno.

venerdì 4 marzo 2016

IL BON TON DELLO SMART-PHONE

Era da qualche tempo che sentivo l’impellente necessità di stilare una piccola lista di buoni comportamenti sull’uso proprio e improprio di questo maledetto marchingegno che a tratti ci ha migliorato la vita, a tratti ci ha completamente allontanato dalla realtà: lo smartphone.
Nei panni di una Lina Sotis, ma senza attico in Brera, anzi Bveva, ho iniziato a pensare alla nostra vita di tutti i giorni dove l’uso spasmodico del telefono è ormai necessario.
Senza demonizzare nulla, al contrario rientro nella categoria di chi usa lo smartphone quasi al limite delle sue capacità, ho osservato le abitudini di chi frequenta una grande città come Milano, perché nella patria italiana del “Devo sfruttare ogni singolo istante della mia vita ottenendo il massimo” spesso vediamo usare il cellulare nei momenti meno opportuni.

Ecco dei piccoli accorgimenti:

SUI MEZZI PUBBLICI: che tu disgraziatamente prenda un autobus alle 7 del mattino per volare dall’altra parte della città o che possa sollazzarti a casa e presentarti in ufficio dopo le 10 trovando il suddetto autobus quasi vuoto, inciamperai sempre e dico sempre in qualcuno parla al cellulare. Le donne solitamente sono animose nei confronti delle colleghe e parlano, parlano, parlano di quella che ha fatto una smorfia a quell’altra, di quell’altra che come si è permessa di non ricordare quell’appuntamento così importante a quell’altra ancora.
Gli uomini invece amano incondizionatamente l’auricolare, perché si sentono Bill Gates e giocano con il mimo alle quotazioni in borsa. Parlano di lavoro con termini stranieri, organizzano conferences calls con l’Australia e alzano la voce quando il loro ego deve ingigantirsi davanti al popolo dell’autobus, anche se in realtà sono capo-cantieri a Marcallo con Casone e hanno i jeans che usano per imbiancare il cartongesso.
Non sarebbe meraviglioso prendere un tram, una metro, un autobus senza quel fastidioso vociare di persone che stanno sistematicamente al cellulare? Perché sarebbe ancora più bello alle 8.20 del mattino non dover esser distratto dalla lettura del proprio libro perché sul più bello senti lei che sale alla fermata di Cadorna e urla all’auricolare “HO APPENA FATTO UNA COLONSCOPIA”.