venerdì 20 novembre 2015

AUDREY A ROMA

Più che la parola icona a volte dovremmo usare “buon esempio”, perché troppe volte le fashion icon, le icon girls piuttosto che le dive di passaggio vengono assunte come incontrastate regine del glamour senza che ne sia spiegato davvero il motivo.
Un film, una foto, un’apparizione televisiva possono fermare il tempo e dare un’immagine eterna a una persona senza però scoprire chi era davvero, cosa pensava e cosa avrebbe detto a riguardo.

È il caso di Audrey, un’attrice che più di ogni altra è stata osannata ed elevata all’Olimpo della icone di bellezza e raffinatezza, giustamente eh, ma in modo a mio avviso errato.
Lo scrive proprio Luca Dotti, il figlio, che vedendo una gigantografia di sua madre con il cappello a tesa larga, gli occhialoni e il celebre tubino di Givenchy nei panni di Holly Golitghly, osannata dai nipoti che non ha mai potuto conoscere (Audrey muore a 63 anni nel 1992), decide di scrivere un bellissimo libro, “Audrey mia madre” e pubblicare foto inedite che non rappresentano affatto una diva del cinema, ma una donna bellissima, una madre gioiosa, innamorata della vita.

Perché Audrey non è Holly, non è Sabrina, non è quell’incantevole immagine stampata su borse di plastica e tazze da discount con frasi come “La moda passa lo stile resta” (che non è sua ma di Coco Chanel), ma è quella signora elegantissima che adorava andare al mercato e scegliere gli ingredienti per le ricette che il figlio Luca raccoglie nel suo libro, con aneddoti divertenti che solo l’affetto di un figlio possono far trovare le giuste parole.
Mi sono affezionato a quelle fotografie, in bianco e nero e a colori, in particolare a quelle che la ritraggono serena, felice e attorniata dall’amore della famiglia, in una città che l’ha vista nella sua più splendida semplicità: Roma.


È qui che cresce il secondo figlio Luca, nella città che l’aveva ospitata per il grande successo del film “Vacanze Romane” che ha fermato l’immagine elegante e sofisticata di Audrey che era metà olandese metà inglese, e di discendenza aristocratica.
A Roma Audrey si trasferisce, dal centro storico al più appartato quartiere dei Parioli, dove potrà sentirsi a casa, protetta da sguardi indiscreti e boom di paparazzi.
La parte più bella del libro, a mio parere, è proprio questa perché racconta luoghi che fanno parte di me e della mia bellissima infanzia e sapere di aver calpestato per 8 anni gli stessi passi di Audrey, beh, un po’ mi fa sentire speciale.


E poi c’è quel motivo sentimentale, Audrey negli ultimi anni della sua vita mi ricorda tantissimo la Nonna Giuliana, che viveva proprio lì, a due passi da lei e chi lo sa quante volte si sono incontrate per caso, frequentando le stesse vie.
Audrey viveva in Via San Valentino, la via in cui sono nato io e dove il bisnonno Carlo ha fatto costruire una palazzina nel 1936 che ancora domina la salita, il suo fiorista preferito era proprio quello davanti a casa nostra, ribattezzato “Il Bulgari dei fiori” visto che per due margherite devi chiedere un finanziamento decennale.



Il figlio Luca ricorda inoltre le passeggiate a Villa Balestra dove andavo quasi tutti i giorni con mamma e Nonna, e i suoi giri per il quartiere senza che nessuno le dicesse “MA LEI E’ AUDREY HEPBURN”, perché tutti sapevano, ma tutti la facevano sentire una di loro, protetta in un ambiente elegante, sofisticato e “normale”.
Molto divertente il racconto della sua cuoca sarda, Giovanna, la tuttofare di casa, che animava la cucina e adorava Audrey con cui si era creato un feeling unico, indissolubile. Mi ha ricordato i racconti di Nonna sulla sua cuoca storica, Michela, anche lei sarda. Divennero amiche, confidenti e per tutta la vita si sono sentite telefonicamente una volta la settimana.

Le domestiche sarde sono le filippine degli anni ’70-’80.
Si aggirava indisturbata e da quel penultimo piano in Via San Valentino si sono riuniti amici di Audrey tra cui aristocratiche romane che occupavano i rotocalchi di moda e attori di un’Hollywood lontana innamorati di questa città affacciata sul Tevere. Ma prima di tutto, erano amici.

Una cugina di mio Nonno, Anna, fuggita in Argentina per non soccombere alle leggi razziali, rientrò in Italia dopo la guerra e spesso faceva visita a Magazzino Bises che si trovava a Palazzo Altieri in via del Gesù, e proprio qui ha incontrato qualche volta Audrey Hepburn.
“Bella, elegante e molto distinta, con un magnifico sorriso”, la ricorda così, un po’ lontana da quell’aurea altera che tutti le associano. Ed è bello scoprire un nuovo lato, più umano, dolce e affettuoso di questa attrice che sì ha calcato le scene più belle del cinema ma si è anche occupata dei più deboli e fino alla fine delle sue forze ha cercato di migliorare il mondo diventando ambasciatrice dell’Unicef.
Questa era Audrey.





4 commenti:

  1. Cento volte bello e delicato questo tuo ritratto, bravo. M.

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  2. Ho passato la vita ad ammirarla proprio per questo suo lato umano, oltre che per i suoi film.
    Detesto quando viene presa come esempio solo per il cappello, la colazione, Moon River. Lei e Marilyn Monroe, persona molto diversa ma altrettanto piena di sfaccettature, hanno tappezzato la mia stanza fino ai miei 23 anni (e anche fino a quando non hanno cominciato a portarle tutt* su borse e accessori cafoni con citazioni improbabili).
    Grazie per aver espresso quello che cerco di spiegare da anni a tante persone, e per averci messo anche dei ricordi personali che rendono il tutto ancora più dolce :)
    Veronica

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  3. Molto interessante questo post, finalmente qualcosa sulla donna e non sui suoi personaggi che penso fossero ben lontani dal suo essere!

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  4. E' la donna più bella mai esistita, per quei lineamenti delicati e quella grazia innata

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