mercoledì 28 maggio 2014

COME NUOVO, IN SOLI 30 MINUTI


Chiamatemi Heidi Klum.

Sapete quelle mattine in cui vedersi brutti è un’esperienza mistica, ci si alza dal letto, ci si specchia per puro caso e il risultato è Linsday Lohan ubriaca che posa per la foto segnaletica?
Ecco.
Quella mattina post pizza+patatine+budini alla vaniglia dell’Esselunga+ coca cola, con relativa notte di incubi, mi sono svegliato ed ero pallido, con i capelli da serial killer e una barba che mia madre avrebbe iniziato a farmi una serie di complimenti inqualificabili.
Serviva necessariamente un restauro.

Invitato come blogger (MA CHI IO?) all’inaugurazione del nuovo salone di bellezza (‘Mi faranno entrare?’) Maison Mamì di via Fieno, in zona Missori, mi è stato offerto di provare il trattamento dedicato alla barba, ora tanto di moda tra i milanesi bohemien.
Ecco la mano divina che si prende cura della mia persona.
Il salone, total black & white, è così raffinato e quasi luxury che  ti viene voglia di chiedere se devi toglierti le scarpe per non sporcare.
Le postazioni sono antiche toilette rivisitate in chiave moderna e sono splendide, Luigi Ciccarelli, il proprietario ha voluto ricordare così la nonna Antoniette, presenza piacevole che troneggia in un ritratto alla Warhol all’ingresso.

Al piano di sotto la sala for men, un piccolo angolo di relax con la postazione barba e capelli più elegante che abbia mai visto, il lavandino in pietra e un silenzio religioso.
È così che l’uomo si prende cura del proprio look, mentre le donne si immergono nel chiacchiericcio da parrucchiere e argomentano in metrica l’ultimo jeans strappato di Belen, lui nel cavò si dedica 15 minuti per sfoltire la barba parlando di finanza e politica.
Con Salì ho potuto scegliere la lunghezza della barba “Facciamo 4 millimetri?”, il taglio preciso sul collo “Sfumata naturale?” e addirittura l’essenza dell’olio usato per ammorbidire la pelle prima e dopo la rasatura.

domenica 25 maggio 2014

IL TRADIMENTO DEL PAM


IL REGNO.

Tutto ebbe inizio quando una sera la mia coinquilina entrò in casa urlando come una matta, felice come non mai.
Ho subito pensato “Ha un brillocco al dito” oppure “E’ incinta” o semplicemente ha ricevuto un complimento dal capo.
E invece no.

“HANNO APERTO UNA NUOVA ESSELUNGA BELLISSIMA VICINO CASA!”, ha esclamato pensando di darmi la più bella notizia del secolo.
Questo la dice lunga su quello che gli altri pensano mi possa far felice, il che fa presupporre che ultimamente le gioie scarseggiano.
Subito, scettico e snob, ho detto “Ah, ma tanto io sono fidelizzato al Pam, non potrei mai passare alla concorrenza” perché ormai per me è una lotta alla Montecchi & Capuleti.
Sono circondato da Esselunga-ossessivi, sono una vera setta dedita all’offerta più conveniente, alla raccolta di punti fragola che conservano in apposite cassette di sicurezza murate dietro a un finto Picasso.

Il Pam invece è come un hobby di nicchia, come la filatelia, il collezionismo di fortini medievali in riproduzione. Conosco tutti, il signore con la barba, la colf che spolvera le cornici della signora nel mio palazzo, la cassiera inacidita, è una piccola famiglia.
Come in tutte le famiglie però arriva il battibecco “Mi scusi, ma quando mi trasformate i punti in coupon?” ho chiesto per la quarta volta in una settimana, “Il 12 del mese prossimo”, scatenando così la mia ira più grintosa. IO LI VOGLIO ORA.
Così ho tagliato il cordone ombelicale e sono partito con il mio fagotto alla ricerca di me stesso.
Mentre mi avvicinavo all’Esselunga di Porta Vittoria mi sentivo in colpa, nella mia testa stavo davvero tradendo la fiducia del Pam che mi ha sfamato per mesi e mesi.

mercoledì 14 maggio 2014

LA 5 VISUALIZZAZIONE SENZA RISPOSTA


Sempre presente.

In questo mondo la varietà di professioni, attitudini e capacità intellettive è una gran ricchezza, c’è chi dipinge, chi fa i conti senza bisogno di una calcolatrice e chi pensa di averlo d’oro zecchino senza ricordarsi che ormai l’oro giallo fa zingara.
C’è un’arte che è di pochi ed è quella del flirt estremo.
Innanzitutto il flirt è come un tango, prevede ci siano due persone consenzienti che iniziano a ballare.
Già quello è un traguardo.
I segni distintivi di un flirt sono due:

1) Si trova una qualsiasi scusa per sentirsi, vedersi, immaginarsi
2) E’ una fatica mentale che nemmeno una partita a Trivial con il cugino-da-sempre-so-più-di-te

Trovare la materia prima, capire se ti piace, capire se puoi piacere o gli fai schifo quanto il sacchetto dell’umido, intavolare una strategia che poi non metti a frutto perché l’emotività ti frega sempre e farsi prendere dallo sconforto.
Tutto questo per magari farsi dare un 2 di picche stampato a caratteri visibili dallo spazio.
La situazione è questa, un po’ Ozpetek, un po’ film francese anni ’70.
Un quadro della nonna, un restauro necessario e un restauratore fascinoso che con tutta la sua maestria riporta la vita sulla tela danneggiata.
Qualche sguardo di intesa, qualche faccina simpatica su Whatsapp, arriva il primo “Quando vuoi passa pure a vedere come procede il lavoro”, poi arriva il fatidico “Quando vuoi berti un caffè la strada la conosci!”.

E lì scappa un “UNA BIRRA SERALE, NO?” come per dire che il caffè ok benissimo tutto splendido ma esiste anche un lasso temporale post cena che andrebbe riscoperto.
“Eh sì meglio” è la risposta a cui segue una programmazione definitiva “DOMANI SERA?”.
Sono dell’avviso che non devono passare ere giurassiche tra il lancio di una proposta di appuntamento e la sua realizzazione, altrimenti è tutto un casino.
Dopodiché il buio.
Così ho dato prova a me stesso che nulla più mi scalfisce e ragionando a tu per tu con il mio orgoglio ferito ho stabilito 5 step relativi alla visualizzazione senza risposta.

domenica 4 maggio 2014

I CASI UMANI



Partiamo dal presupposto che un po’ tutti siamo casi umani, solo che alcuni lo sono particolarmente e dimostrano di portare avanti questa loro qualità come segno distintivo.
I casi umani sono l’evoluzione degli “sfigati” del liceo, stessa specie.
Sono attorno a noi e forse vi apparteniamo più di quanto potremmo mai pensare, li osserviamo, impariamo a conoscere i loro movimenti e ci riconosciamo in tante cose, forse troppe.

Il caso umano è la dirimpettaia che parla solo di quante malattie è riuscita a collezionare durante l’inverno, è la signora che alle poste smarrita nel senso della vita, osserva la colonnina dei numeretti come potesse rivelarle il segreto di Fatima.
È il pennellone che aspetta il tram e sbaglia direzione nonostante tu gli abbia spiegato con parole semplicissime le dinamiche di tutta la linea, è la siciliana che il giorno di Pasqua chiama la famiglia riunita a migliaia di chilometri di distanza e urla sui mezzi pubblici perché la nonna sta guardando Caterina Balivo a un volume assurdo.
Tutti noi poi abbiamo avuto intimamente a che fare con un caso umano, o magari siamo solo riusciti a berci un drink, per fortuna.