domenica 24 novembre 2013

ESSELUNGA: IL FLIRT SELVAGGIO


Pantofole De Fonseca e vino: la domenica perfetta, l'Esselunga lo sa.

Immaginate una di quelle domeniche in cui l'unico sforzo che vorreste fare è mettervi la giacca da camera alla Hugh Hefner e rotolarvi dal letto al divano come un tappeto IKEA. E stare lì, inermi, facendo zapping tra “Mela Verde” e “Alle falde del Kilimangiaro”.
E invece vieni dominato da una serie di inviti scegliendo l'opzione più raffinata.

"Merenda da Vanilla Backery" h 17, un luogo tutto rosa, pieno di colori pastello, muffin colorati, cupacakes con strass e lustrini, una casa delle bambole versione culinaria. Due ragazzoni al banco e una cameriera colombiana vestita come un confetto di Barbie.

"Che cosa prendete ragazzi?"

"Io un té Fleur de Geisha" che è ovviamente la cosa più da gay che si può ordinare in un luogo che farebbe diventare omosessuale anche il più virile dei giocatori di rugby. Pareva di essere nella camera di Marie Antoniette durante la scelta delle piume di struzzo per uno dei suoi stravaganti look.

Parlando di situazioni sentimentali che vanno dal disastro ambientale alle calamità eccezionali, si scopre che i luoghi deputati al flirt estremo non sono più le discoteche dove al massimo puoi tornare a casa con un bacio decente incluso nei 15 euro d'ingresso, ma spazi che nell'immaginario collettivo vengono associati alla noia, alla quotidianità più bieca.
Come l'Esselunga. Non una qualsiasi, ma quella di Viale Papiniano che alcuni sondaggi hanno definito il luogo d'incontro per antonomasia a Milano.
E se da Vanilla Backery ti lamenti della tua vita socio/sessuale azzannando qualsiasi cosa abbia una glassa di cioccolato, sulla via del ritorno non fai un salto là dove si rimorchia per un'indagine di mercato verificabile in prima persona?

domenica 17 novembre 2013

DOPPIA P: PIGIAMA & PELLICCIA


L'inverno è alle porte, le prime nebbie invadono la Pianura Padana e il rischio di sfasciare la macchina a causa di una nutria in mezzo alla strada è altissimo. Quindi con i primi freddi giungono in ordine di apparizione: i primi dolori intestinali post- caffé, i primi tremendi outfits a cipolla e le prime zarine della stagione.
La zarina milanese non vede l'ora di accattivare la città con un cappotto in pelle dall'enorme collo di volpe rosso fuoco o con un tripudio piumato sulla testa. L'inverno è per lei il momento di mostrare tutte le sue enciclopediche vanità alla Anastasia Romanov.
L'errore madornale è dietro l'angolo ma una vera intenditrice lo sa, conosce l'ostacolo e supera l'esame. Quale?
Quello di non indossare MAI, e sottolineo MAI, una pelliccia prima del 7 dicembre. Vanno bene i colli, sobri manicotti, piccoli colbacchi ma non la classica volpe o il sempiterno visone scuro. La stagione della pelliccia inizia la sera del 7 dicembre con la prima alla Scala e le vere milanesi conoscono questa ferrea regola.
Da quella data in poi è tutto una sfilata di lucenti pellicce, sul tram,  al ristorante, in pausa pranzo e a braccetto della badante che porta a spasso la nobildonna in Via Manzoni perché da sette secoli è così che fa ogni pomeriggio alle 16.
Le più giovani hanno superato il terrore di incontrare un animalista con vernice rossa al seguito che, imbrattando il visone urla "ASSASSINAAAA", e assediano gli armadi della nonna, perché la pelliccia vintage non è omicidio. 

"Almeno non sono morti per nulla" è più la filosofia del momento quando nell'armadio ci si ritrova una volpe bianca così soffice che subito si entra in sintonia con Crudelia De Mon.
La pelliccia, soprattutto se ci si avvolge come un caldo accappatoio alla Francesca Cacace è perfetta per coprire un outfit di merda. Un brutto maglione, una camicia scozzese, un truce pantalone della tuta.

lunedì 4 novembre 2013

SEX AND THE PROVINCIA


"Di solito ricevo un avvertimento un attimo prima".

In un mondo fatto di brutte foto rese scintillanti da filtri ingannevoli, da vegetariani che mangiano pesce ma non la carne, da animalisti che indossano vera pelle ma niente pellicce, anche il sesso ha subito svariate trasformazioni.
In città come in provincia.
Quando conosco nuove persone e mi chiedono “Di dove sei?” e io rispondo che “Sono nato a Roma ma trasferito a Milano a 8 anni, vivo appena fuori, circa 10 km” vedo gli occhi altrui ingrigirsi e con la lacrimuccia si impietosiscono.
10 chilometri sono 10 minuti di macchina, 8 di treno, 60 di autobus perché tra la caduta della vecchietta e la rissa tra i rumeni ci sono circa 24 fermate a caso.
Poi parlando si scopre che gli sguardi impietositi arrivano da Canicattì, dall’estrema Calabria e dalla regione più sconosciuta, IL MOLISE, che nessun italiano saprebbe mai collocare sulla cartina.

Ci sono forme di vita in provincia, c’è una demografia, seppur campagnola e rozza, e, incredibile ma vero in provincia si fa sesso.
OHHHH.
È un sesso più tranquillo e meno alla spicciolata.
Più nascosto ma non per questo è un sesso triste.
Per esempio la provincia ha l’ineguagliabile vantaggio della celebre “camporella”. Sì, può sembrare pericolosa e demodé ma dalla notte dei tempi l’uomo si destreggia tra il cambio e il sedile reclinabile e non appena il vetro si appanna parte la mano alla Rose di Titanic.
SCENA EPICA.

È un sesso da villetta a schiera, non c’è il bacio sotto al portone di casa mentre un tipo tenta invano di parcheggiare in quell’unico spazio vitale che trova, proprio mentre voi vi state salutando e state per cedere agli ormoni.
E non è nemmeno come nei film americani, in cui il capitano della squadra di football si arrampica sulla grondaia e ti bussa alla finestra mentre tu leggi un improbabile libro in pigiama ma non hai un capello fuori posto e l’alito profuma di mentuccia.
In provincia ci sono le tapparelle, le grate, la zanzariera e la finestra antiproiettile.
Non entrerebbe nemmeno Mc Giver.