venerdì 28 giugno 2013

LE SPLENDIDE



Dalla rubrica BAGNINI CON IL PAPILLON

Sorvolando il fatto che un laureato in storia dell’arte con una convinta grafomania debba lavorare come bagnino in una piscina della bassa padana come quando aveva 19 anni, questo lavoro estivo mi permette di osservare, appuntare e approfondire alcuni personaggi.
Le Splendide sono le prime conosciute in questo inizio di stagione, Giulia e Federica vanno sempre in coppia e sono un po’ le dive della piscina, dove ci sono loro ci sono orde di ragazzi che potrebbero fare i giocolieri con gli ormoni in subbuglio.
Giulia è bionda, con lo shatush s’intende, ha un bel viso, un bel fisico e le unghie ricostruite e dipinte di un azzurro Tiffany. Federica è mora, riccia, ha l’apparecchio, magrolina e la cover dell’iPhone abbinata al costume.

“Ragazze ma quanti anni avete?”
“12, quasi 13, siamo del 2000”.

Incredibile il mio spasmo all’idea che queste dirompenti adolescenti abbiano la metà dei miei anni e siano già così impostate, furbe e disinibite.
Loro odiano la cuffia, tant’è che prima della nostra conoscenza ho dovuto urlare:

“Hey bionda, hai finito di fare la splendida con i capelli e ti metti la cuffia?”

Perché la cuffia a detta loro “Non sta bene con i capelli”e così passano le loro giornate a sistemarsi la chioma.
Federica per i capelli ha ormai assunto una posa con la testa perennemente inclinata, li tocca di continuo e quando parla con me in realtà lo fa per specchiarsi nei miei Persol scuri e vedere come le stanno i ricci.
Soprannominata “l’inclinata”.
Insieme cinguettano e si atteggiano, sul bordo vasca incrociano sensualmente le gambe, fanno la doccia come fossero a un concorso di Miss topless bagnato e starnazzano “Bagninoooo, mi toglie la cuffia” perché i maschi del circondario fanno a gara per trattarle male, è solo così che attirano la loro attenzione.

martedì 25 giugno 2013

UN ROYAL WEDDING DI PROVINCIA



L'agitatissima sposa

Era da tempo che volevo partecipare a un bel matrimonio, di quelli infiocchettati, di quelli i cui preparativi si susseguono per mesi e mesi tra crisi di panico e ansia da prestazione.
Così Federica che era stata già protagonista della mia rubrica “Frivoli malcostumi quotidiani” mi ha invitato al giorno del suo sì in veste di cronista mondano.
Cronista mondano, uno capace di osservare il frivolo in ogni cosa, uno che indossa il Panama e vive degli affari altrui.
Nessun ruolo sociale più adatto al sottoscritto.

Quando ho ricevuto la partecipazione, raffinata in carta riciclata e con le iniziali dei due sposi sul fronte, ho capito che avrei partecipato a una cerimonia studiata in ogni minimo dettaglio.
Colore dominante il beige e il marrone.
Alle dieci vado a prendere la mia consorte, un’amica della sposa, vestita per l’occasione da me medesimo e dai miei consigli, alcuni dei quali totalmente ignorati.
“Sono troppo figa, oggi trovo marito” sentenzia lei.
“Fai quello che vuoi ma stai attenta alla borsa che ti ho prestato!” visto che si tratta di una Gucci in coccodrillo anni ’50 di mia nonna.
Prima della cerimonia gli amici, i parenti della sposa e il cronista mondano sbevazzano sotto casa sua, spizzicano pizzette e cannoli alla crema perché la tensione è alta e non si tocca cibo da un paio di giorni per chiudere l’ultimo bottone degli abiti.
Le amiche della sposa arrivano e la conversazione punta sull’emotivo. “Stai un incanto con questo color ciliegia”, “Belle le mani, da che estetista sei andata?”, “Ho già i piedi gonfi con questi tacchi”.
Sono tutte belle e perfettamente vestite.

Il cronista mondano e l'amica della sposa.


 
Petit truc.
Chi in rosso mattone, “Strettino, cammino come una Geisha”, chi in porpora “L’ho cucito io, è in shantung di seta”, chi in blu con dettagli color senape “Non metterò mai più queste scarpe”, chi avvolta in una nuvola di volant  “Scarpe di ricambio? MAI”.
Ci si fa i complimenti e subito si è solidali con il primo dramma del mattino.
“Avevo questo abito splendido, di un corallo luminoso, stavo truccando le altre e mi sono sporcata con il correttore”.
Panico dell’ultimo minuto. “Per fortuna è successo a lei” bisbiglia qualcuno “Perché è l’unica che avrebbe avuto nell’armadio un altro abito dello stesso colore e adatto a un matrimonio”.

lunedì 17 giugno 2013

IL BON TON DEL FUNERALE



La perdita di una persona è sempre un momento delicato, per chi la vive da vicino e chi per rispetto e per affetto dimostra il suo dispiacere presentandosi alla cerimonia di addio, il funerale.
Non è un giorno felice, non è una festa ma può diventare un momento di elegante raccoglimento.
Diana Vreeland nel 1910 assiste ai funerali di stato del re Edoardo VII e ne ammira la magnificenza, la regalità e soprattutto il rispettoso silenzio di chi vi partecipa e di chi vi assiste tra la gente di una Londra a lutto.

Questo bon-ton, questo sapersi comportare per rispetto e per cultura dovrebbe essere tenuto presente anche ai funerali.
A quelli di paese si possono riscontrare malcostumi indicibili.
Abiti da matrimonio rispolverati dall’armadio, l’organista con la bombola d’ossigeno, persone che accorrono alla chiesa con sandali e tracolla, cravatte (nere) con stampati dalmata giganti, pantaloni a mezzo polpaccio e addirittura tute da ginnastica.
“Ma quella sta andando a fare una gita a Medjugorje con l’oratorio vero?”.
Troppe le t-shirt, troppi i sandali con brutte dita al seguito e poco lo stile.
Alcune persone pensano che il funerale sia una cerimonia triste a cui andare vestendosi come tutti i giorni, indossano al massimo occhiali neri anche in chiesa e l’abito scuro non è che un vezzo all’antica.

lunedì 10 giugno 2013

DALLA TUTA AL VESTITO DI BARBIE



Tutto è iniziato il giorno in cui alla mia amica arrivò l’invito per il matrimonio dell’anno. Forse anche prima.
Mi avverte con queste precise parole “Io e te DOBBIAMO andare a prendere l’abito, DEVI esserci anche tu!”. Non un punto di domanda, solo affermazioni.
Così una domenica di giugno, alias 5 novembre visto il freddo e il grigiore celeste, partiamo. Destinazione: Outlet di Serravalle Scrivia.
Quei posti che sembrano di cartone dove tutti cercano l’ultimo sconto e si ammazzano all’ora di pranzo per un panino.

L’obbiettivo era chiaro e preciso: un abito stretto, corto perché “Ho delle belle gambe e voglio farle vedere” e coloratissimo perché “Lo voglio fucsia o giallo, insomma, bello acceso”.
Con questi criteri abbiamo fatto un primo check in gran parte dei negozi.
Entriamo, guardiamo, scrutiamo, commentiamo e usciamo.
Io sono una sorta di carro-armato, guardo, scelgo e se non scelgo esco alla velocità della luce.
“Fammi diventare una femme fatale”, con queste parole la riempio di abiti e scarpe indicandole la retta via, quella dei camerini. Sempre dribblando commesse tamarre e clienti in delirio.
“Questo?”
“Non ti rispondo nemmeno”
“Questo non mi sta male!”
“Non stai andando a un moijto party”.
“Questo?”
“Ma è troppo da tardona in Riviera”.
“Non dirmi che questo non va bene”
SILENZIO.
Si era parlato di un abito corto, un po’ da cocktail e di un bel tessuto.
“Quello è per donne che si devono mettere in affari!”
“MA…”
“TOGLILO”.
Hitleriano decido di portarla da Pinko perché il fucsia c’è e gli abiti alla Pussycat Dolls pure, quindi è perfetto.
“QUESTOOOO, ECCOLOOOO” esplodo io.
“No, no, è da battona!”
Allora mi siedo e le spiego la sottile differenza tra battona e sgualdrina.

La Battona è cafoncella, succinta, volgare e malvestita.

La Sgualdrina invece è  più raffinata, gioca con la seduzione, mostra ma nasconde e usa il congiuntivo in modo corretto.

martedì 4 giugno 2013

AD OGNUNO LA SUA (DI NONNA)


Roma, 1952.

Mia Nonna è nata lo stesso giorno di Marta Marzotto, il 24 febbraio 1931.
Giovane e bella si sposa poco più che ventenne nel 1952 a Roma, indossa un abito meraviglioso, sulla testa un lungo velo e negli occhi un po’ la nostalgia di una vita che cambierà. Dalla provinciale e marittima Nettuno ai quartieri alti di una Roma nel pieno del suo fervore sociale e mondano.

Nonna Giuliana mondana non lo è mai stata. Schiva, elegantissima, semplice e sobria sì.
Si dedica ai quattro figli e alla casa, mantenuta luminosa e scintillante, come se fosse il set di un film in costume, come se da lì a poco Avedon facesse irruzione nel salone per allestire un suo set fotografico.
Nonna si muove in queste stanze come un piccolo fantasma, apre e chiude porte, finestre e spegne luci con meticolosa attenzione.
Conosce le storie dei quadri appesi, si compiace di alcuni invisibili spostamenti di un comò piuttosto che degli argenti ma di lei nessuna traccia.
Nessuna foto del matrimonio in gigantografia, nessun suo sorriso giovane ostentato per l’antica bellezza che tutti ricordano, solo i figli e nipoti incorniciati a rotazione.
Io a dodici anni con un apparecchio nuovo e scintillante, qualche mese dopo mia cugina alla prima comunione. Stessa cornice, stesso mobile, stessa posizione.
 
Roma 1959, in compagna di Zia Ninetta alle nozze della prozia Laura.
Con un uomo misterioso e l'elegante Zia Ninetta.
Nonna telefona e chiede informazioni sul tempo, un po’ si lamenta della salute e un po’ allegra racconta delle sue passeggiate al parco.
Non si sbilancia con i racconti della sua infanzia, si sa poco e nulla dei suoi desideri di ragazza, sconosciuto il modo in cui incontra il Nonno e guai a nominare il concetto di “matrimonio combinato” perché è un’insinuazione pericolosa e soprattutto rappresenta un tasto dolente.
Lontani i tempi delle borsette in coccodrillo, dell’abito su misura di Valentino in occasione dell’apertura della sua boutique in Via Condotti, delle scampagnate a Genzano con figli felici e parenti impeccabili.
Ora è tutto più silenzioso, più tenui i colori e più rallentati i passi.
 
Per una cerimonia, un bel cappello e una borsetta gioiello.
Nonna mi ha insegnato cosa è elegante e cosa no, mi ha insegnato senza proferire alcuna parola e senza elencare dettami come ci si comporta, come si è una persona di buon gusto senza ridicole ostentazioni.
La osservo mentre si pettina, mentre si acconcia, mentre cammina e saluta.
L’ho soprannominata la “Malena di Vallombrosa” perché in quel luogo di riposo per l’anima frequentato da over 70 tutti la guardano, l’aspettano ed è anche corteggiata.
È bellissima.
Mai senza perle all’orecchio, mai in disordine, mai una parola audace.
Genzano, 1965. In campagna un look tradizionale.
Roma, anni '60 (Lo si può dedurre dalla cofana)
Quasi quasi sembra una pubblicità di Dolce & Gabbana
Nonna alias Moira Orfei.