venerdì 21 dicembre 2012

CRONACA DI UNA LAUREA PER BENE



Questi e altri deliri nel mio primo libro ebook "Pezzenti con il papillon", lettura disimpegnata ideale per il Natale.


Mi sono laureato, “Auguri” “Complimenti “E ORA?” “Che farai DOPO?”.
Tranquilli che non vengo a chiedere l’elemosina, al massimo vengo a farvi la polvere al posto della domestica cilena.
Tralasciando il risultato, il titolo onorifico e l’occasione in sé vorrei narrare ai posteri tutti quegli accadimenti che negli anni saranno argomenti di conversazione a pranzi di Natale e battesimi mondani.
Mi sono laureato a Parma il 19 dicembre 2012, parto il giorno prima dalla campagna milanese e vengo ospitato dal mio fedele amico parmigiano e dal suo gatto Frank, così soffice che nel mio cruento pensiero si trasforma in candido colbacco, ideale per un week end ad alta quota o per la Messa di Natale.

La mattina seguente, dopo una notte insonne in cui ho elucubrato tutte le sfighe che potevano giungere in prossimità di quel momento, mi sveglio, mi lavo, mi imbottisco di una decina di compresse Imodium e aleggio all’Università, nella prestigiosa Aula Magna con la consapevolezza che posso studiare storia dell’Arte per altri mille anni ma le pseudo-sculture di Arnaldo Pomodoro disseminate qua e là mi faranno sempre vomitare.
La mia discussione è prevista per le 9.45 e alle 9.15 nessuno della mia famiglia respirava affannosamente nelle mie immediate vicinanze. Avevo dato precisissime direttive sull’ora della sveglia, sulla destinazione, sul parcheggio e  istruito ogni singolo membro sui vari incroci con semaforo. “DOVE SONO?” ho chiesto come Miranda Priestley quando aspetta il suo caffè mattutino.
“Stiamo arrivando”.
Scorgo il lunghissimo labirinto e vedo Mamma, Papà, sorella, poi Riccardo e Lisa, entrambi inconsapevoli vittime di un viaggio in macchina Milano-Parma. E infine un’ultima macchia di colore.
È Penelope.
Il cane.
Non ho mai conosciuto nessuno che alla propria laurea avesse con sé un cucciolo di cane che minacciasse di abbaiare durante l’approfondita discussione della tesi.

lunedì 17 dicembre 2012

HEY PONTIFEX, IL MIO VISONE HA UN PELO BIANCO



E’ dicembre, fa freddo, se non spali la neve davanti a casa rischi di catapultarti a pelle d’orso facendo divertire la colf della vicina di casa che misteriosamente sbatte il tappeto finto persiano sul balcone, e poi “Enigmi Alieni” ripropone a ruota libera documentari sui Maya convincendoti che gli antichi extraterrestri sono talmente radicati nella nostra società che li puoi riconoscere ovunque.
Anche nelle impiegate delle poste con ricrescita brizzolata e cerchietto di plastica.

E nel cervello di Nicole Minetti.

Quest’ultimo è stato proprio nidificato.


In barba ai Maya e a queste dicerie sulla fine del mondo ho deciso di anticipare l’apocalisse concedendomi una pizza gigantesca sfidando un virus intestinale che ormai mi vuole troppo bene. In una pizzeria milanese, Pizza Ok, ci fanno sedere in mezzo ad altri due tavoli a distanza cinque centimetri così posso ascoltare i discorsi altrui.

A destra: due ventenni eterosessuali, accaldati, in maniche corte, bevono birra come normanni impazziti e discutono di donne.

“La rossa mi piaceva una cifra, sono andato a prenderla sotto casa, scende con un abitino cortissimo, accavalla le gambe e ciao, non riuscivo a parlarle”.

Segue però un discorso filosofico sul fatto che le belle ragazze spesso non hanno carisma e che portandole in giro può essere imbarazzante notare quanto siano prive di contenuti. Un ventenne serio, addirittura simpatico, pensavo si fossero estinti.


A sinistra: due amici gay a cena di cui uno sempre al telefono che beve acqua naturale temperatura ambiente, parla poco e solo di moda “Ho provato quella camicia di Prada, carina” e con la faccia schifata taglia la pizza lasciandone metà.


TANTE SBERLE QUANTO BRUTTO IL MAGLIONE CHE INDOSSAVA.

venerdì 14 dicembre 2012

MOLLO TUTTO (?) E APRO UNA MERCERIA



L’altro giorno ho incontrato a Milano la mia prozia, 82 anni, così per caso. Tornava da una passeggiata e osservando due querce in un giardino mi ha detto “Hai visto com’è strana la natura? Una ha perso quasi tutte le foglie, l’altra è rigogliosa”.
Alludeva alle mie calvizie precoci?
No, voleva solo ammirare i colori dell’autunno, cosa che non avrei minimamente fatto se non avessi incrociato la sua lenta e simpatica camminata.
Io e lei chiacchieriamo sempre come due compagni di banco, così mi ha narrato l’ultima novità del quartiere.
“C’è una merceria più avanti sul viale, pare l’abbia aperta questa grande manager di non so che cosa, si era stufata di tutte quelle pratiche là e ha mollato il lavoro per aprire il suo negozietto”.

Mi ha fatto molto riflettere, se una donna in carriera, una di quelle che le palle le strizza non solo al marito ma anche al capo branco di una nota multinazionale, lascia la sua vecchia vita per iniziare a parlare di orli e bottoni vuol dire che la merceria è ancora un’isola sicura, un luogo di vento calmo.
Grazie a un piccolo hobby che non mi porterà lontano ma è più rilassante di un pediluvio dopo sei ore con gli scarponi da sci, frequento molte mercerie e ho sempre riscontrato una grande umanità e un grande savoir faire. È la verità, chi lavora è sempre accogliente ed educato, chi ne è cliente ci entra con placidità.
Non è come andare in posta che se c’è fila ti innervosisci, in merceria ci possono anche essere venti vedove davanti a te, ti siedi e aspetti il tuo turno facendoti una gran chiacchierata in allegria.
A Melegnano ci sono Le Marcelline, due signore cordialissime che con la loro merceria di provincia riforniscono tutta la bassa padana milanese. Vuoi le calze color carne 85 denari super resistenti? Ce l’hanno. Cerchi disperatamente un’introvabile cerniera per quei pantaloni anni ’70? Ce l’hanno. Non puoi fare a meno di quella piccola sfumatura di raso? Loro ce l’hanno e sono contente di averlo.

sabato 8 dicembre 2012

LA PRIMA DELLA SCALA: LE REGOLE (NON DETTE)



Per amore della verità scrivo avvolto in un pantalone scozzese, maglione color carta da zucchero, camicia e bow tie allacciato, così, senza motivo alcuno.
E’ il giorno in cui Milano festeggia Sant’Ambrogio e nevica, nevica copiosamente.
Sant’Ambrogio è la festa per cui la classe media si reca alle bancarelle mentre la classe privilegiata è in attesa dell’evento mondano per antonomasia, la prima della Scala.
Esserci è un dovere sociale e vestirsi un dramma dalle molteplici preparazioni.
La piazza sgombra, la neve che fiocca e una Milano che di fronte a questo glamour sogna ad occhi aperti un lusso d’altri tempi, che male c’è, in tempo di austerità osservare l’eleganti gonne che frusciano verso l’ingresso illuminato, invidiare i gioielli scintillanti su decolleté non sempre di primo pelo.

La prima alla Scala accende i riflettori sull’alto rango milanese, su quelle famiglie che da generazioni si contendono i loggioni e il posto in platea “Suvvia, io voglio il balconcino damascato” e che non rinuncerebbero a questo evento nemmeno per una svendita degli ermellini papali.
Camilla Cederna scrisse che la vera famiglia milanese è quella che ha il loggione alla Scala e la tomba al Monumentale, e ancora dopo 100 anni, nonostante i loggioni non siano più immobili privati, la Milano “che conta” e “che paga” la pensa così.
Ogni anno le polemiche, ogni anno il riflettore però punta alla mondanità e a quell’eleganza superba che le signore sfoggiano quella sera, che sia per Wagner o per Verdi, il savoir faire che si respira nel ridotto è meglio di un Arbre Magique nella macchina di un tabagista.
La regola numero uno, diventata ormai tradizione, è la pelliccia. Puoi essere anche l’ultima arrivata nella cricca sociale milanese, puoi essere anche additata come “La signorina due divorzi che sposa il vecchio e asociale Conte tal-dei-tali per arricchirsi” ma la pelliccia la devi avere.

mercoledì 5 dicembre 2012

LE PAROLACCE NON SI ABBINANO ALLE PERLE



Milano è una città dove “E’ stato già fatto tutto” e purtroppo “Tutto è stato già inaugurato” quindi che tu abbia pubblicato un libro, se pur in versione digitale, o faccia delle cosine handmade  coltivando una tua naturale creatività, la gente difficilmente se ne interessa.
Sono lontani i tempi in cui la fucina dell’iniziativa portava a sé curiosi e perché no, esibizionisti, oggi si tende sempre a tralasciare un invito, mondano o più sempliciotto che sia.
È nel quadrilatero della moda (o delle Bermuda?) che sopravvive quello spirito che riesce a coniugare la strategia imprenditoriale alla frequentazione di un’alta società che domina la Madonnina, i più ermetici salotti e i loggioni de La Scala.

Dimenticate il banchetto nella piazza del paese di provincia o l’iscrizione al mercatino dell’antiquariato della zona, ora le socialité presentano le creazioni forgiate dalle loro curatissime mani nelle case più belle della città, istituendo un evento mondano che alcuni non si perderebbero per niente al mondo.
Gioielli con splendide pietre dalle sfumature più à la mode, “Oh come mi piace quel verde sottobosco con il dettaglio al lobo così brillante”, turchesi color mare in perfetta sintonia a quei rosa antico di grande raffinatezza.
Giovani che non si miscelano al mondo commerciale della moda, ragazze nate bene che si dedicano a un hobby forsennato che le costringe e rivedere gli schemi della propria creatività osando nei materiali e nei colori, senza mai eccedere da quelle regole di charme.

L’eleganza indubbia di gioielli dalle classiche forme ma dagli innovativi accostamenti cromatici sbrilluccica tra l’inaugurazione di una nuova mostra, “Pare ci sia una scultura che dicono assolutamente deliziosa” e quel cinema d’essai “Come mi piace l’odore del cinema in legno di una volta” che ancora sopravvive al cemento del progresso.
Le giovani imprenditrici organizzano queste presentazioni, poi tramutate in vendite, spesso benefiche, nelle loro case dagli inanimati stucchi color zafferano oppure nei salotti dei loro amici previa autorizzazione delle eleganti madri.

Milano e non solo, anche Bologna, Firenze, Roma, Torino e, très chic, Parigi.
Pochi ma ben selezionati gli invitati, frivole le conversazioni, bandite le parolacce, si serve il tè, un succo di frutta “Pesca, albicocca o ananas?” fino a un più audace prosecco sul finire del meriggio, “Frizzante grazie”, il tutto con estrema dovizia nei particolari.
Queste ragazze sanno ricevere, fanno beneficenza e la cordialità con cui si presentano anche agli amici degli amici o a quelli che “Passavo di qui e ho pensato di fare un saluto” curiosi di assaporare le creazioni handmade delle più, è dannatamente impeccabile.
“Il mio scopo è quello che ogni donna indossi un bel paio di orecchini” confessa l’ape regina del gruppo, quasi una missione umanitaria direi.
E quelli che realizza sono così raffinati che glielo auguriamo. 


Vi invito a scaricare e a leggere su Kindle, iPhone, iPad e anche sul pc la versione ebook del mio primo libro "Pezzenti con il Papillon", lo trovate qui