lunedì 29 ottobre 2012

L'ARTE SALOTTIERA


Camilla Cederna mentre "fa solotto".

Non molto tempo vigeva ancora per la buona società la regola di aprire il proprio salotto agli amici che non erano semplici conoscenti o umili compagni di scuola ma personalità di spicco nel mondo della cultura. Scrittori, poeti, qualche drammaturgo e perché no, attori e registi, capaci di conservare animando una serata là dove prima splendevano solo ragnatele e noiosità.
Amicizie scelte tra l’elite, conoscenti di cugini lontani, prototipi prescelti tra una lunga lista di “presentati”, di regola un dolce chardonnay, un forte whisky con ghiaccio e per le signore un martini liscio con un’oliva elegantemente infilzata da stuzzicanti d’argento.
Tante le aristocratiche decadute a poche cameriere e molti debiti che invano tentavano l’affollamento dei propri saloni, la dolce vita romana preferiva artisti e millantatori e non desueti cognomi illustri.

lunedì 22 ottobre 2012

DOVE FINISCONO GLI STRASS DELLA DOMENICA?



Io non so se borgheggio.
Tu borgheggi?
Dai, anche egli borgheggia!
Noi borgheggiamo sicuramente.
Voi borgheggiate?
Essi sono i primi a borgheggiare.

Questo lessico diventa più che famigliare in una nicchia, non tanto esclusiva, assidua frequentatrice di una discoteca milanese chiamata BORGO DEL TEMPO PERSO la domenica sera, un nome, un motivo di cazzeggio.
Dopo un’intera giornata passata a fare annose pulizie domestiche, ricerche archeologiche nei guardaroba, cambio di scarpe e pubbliche relazioni con abitanti dell’alta società meneghina, i borgatari o meglio, le borgheggiatrici, si animano per la preparazione in vista della serata.
Quando ero più giovane, inizio a raccontare come se mi trovassi davanti al camino acceso con una deliziosa giacca da camera in cachemire misto seta attorniato da nipoti (figli dei miei fratelli, si intende), frequentavo spesso la periferica discoteca, ora invece faccio una capatina al ritorno dal mare per sfoggiare l’abbronzatura e quando ho una camicia nuova per l’inverno.
Ieri  mi hanno un po’ trascinato, ma in fondo, tornare alle origini è sempre divertente.
I gay milanesi amano il borgo perché la musica è rassicurante, puoi ballare per dieci anni consecutivi la stessa canzone, così quelli che non hanno propriamente il ritmo nel sangue possono migliorare piano piano. 

E poi, c’è un altro luogo sulla Terra dove puoi ballare la sigla di “Denver” cantata da quella forgiatrice di omosessuali che è Cristina D’Avena?
NO, non esiste.
“DENVEEEEER, HAI GLI OCCHIALI E IL NASONE ALL’INSU’ DENVEEEEER”.
Urla di giubilo e ascelle pezzate per l’entusiasmo.
Dopo lo spettacolo di drag queen impiumate e indiamantate meglio di qualsiasi zarina, è la volta dei tre ballerini, lei al centro si crede Rihanna, i due accanto mezzi nudi e scivolosi come una saponetta sono “vestiti” con delle mutande di Lycra e hanno una stola di eco-pelliccia o ratto selvatico, difficile definire la differenza, in tinta.
Inizia la musica, qualche nota ed è subito “UHHHHHHHHHHH, E’ MADONNA”, il pubblico canta a squarciagola, i tre si dimenano come forsennati, è tutto un spasimo ed una moina, prima il broncio poi il lancio del ciuffo da destra a sinistra con finale in posa.
“I due ballerini hanno esaudito il loro più grande desiderio, si vede”.

sabato 20 ottobre 2012

IN ETA' DA MARITO


Tutte Cenerentole

MILANO
Fino agli anni ’80 a Milano l’idea di avere una figlia femmina presupponeva che fosse inserita nel più scintillante contesto sociale della città, blasone o doppio cognome che fosse l’educanda veniva spedita dalle suore, poi collegio in Svizzera, qualche settimana in Inghilterra durante l’estate perché migliorare l’accento anglosassone è sempre lodevole, si sa mai che il social climbing  porti direttamente alla corte dei Windsor, poi Università Cattolica del Sacro Cuore per una spolverata di materie umanistiche.

Ora tutto questo strimpellare di nomi e mondanità è caduto un po’ in disuso, i giovani rampolli si miscelano con incredibile fierezza tra i “borghesi” senza cachemire ed ecco che le nonne monarchiche non hanno più la capacità di forzare relazioni interpersonali tra sangue blu, ormai tendente all’azzurro pastello.
Quindi una Brivio-Sforza-Cesarini-d’Adda sposa un qualunquissimo Matteo Rossi.
Un Marzotto-Serbelloni-Mazzanti-vien-dal-mare sposa una slavata Valeria Bianchi.
Drammi sociali.

Ad un aperitivo organizzato con vecchi compagni di corso tra il solito chiacchiericcio in stile “E adesso che farai?” dove adesso non è riferito alla tua improvvisa vedovanza ma all’incerto futuro post-laurea, viene a galla qualche pettegolezzo inatteso.
“Ma che fine ha fatto Margherita Lusi Campo di Marte?” mi chiedono.
“Non ne ho la più pallida idea”.

domenica 14 ottobre 2012

SHATUSH O RICRESCITA?



Venerdì sera ho ripreso l’attività mondana grazie ad una mia amica, “festa spagnola a casa mia” diceva l’invito. “Spagnola” la nostalgia provata da noi ex Erasmus Tarragona 2011, “spagnola” la coinquilina contornata da connazionali, “spagnola” la musica nelle casse.
In realtà più che per conoscere la bella madrilena ero curioso di vedere il nuovo appartamento milanese, fresco di tinteggiatura, nuovo di fiamma nel bagno e nella cucina, ampio nella camera da letto padronale, “Ho tenuto le due porte così c’è una doppia via di fuga”, un ripostiglio facilmente trasformabile in cabina armadio, tortora i mobili, total white le pareti, un gioiellino il piccolo balcone sul corso principale.
E i vicini?

Il giorno prima ero stato ad una riunione di condominio e ho capito perché la provincia milanese e le villette a schiera non hanno poi così tanto da rimpiangere alla città, ecco il motivo della domanda.
“Tutti magistrati, c’è quello che nasce bene, figlio di un noto avvocato, il notaio di quell’altro ecc, fino alle undici meno un quarto possiamo stare, dopodiché meglio uscire”.
I condomini, scoprirò dopo a mie spese, sono quelle eccelse personalità che alle undici di venerdì sera restano affacciati ai loro davanzali come colombe affamate nell’attesa di qualche briciolina, per sfogare la loro rabbia su quel povero sventurato, il sottoscritto, a cui è toccato l’onere di gettare via le bottiglie di vetro facendo un leggerissimo e fulmineo rumore.
“Non si butta il vetro a quest’ora, domattina!” rumoreggia più lui che il Trebbiano dei colli Piacentini.

mercoledì 10 ottobre 2012

FENOMENOLOGIA DI TWITTER



Io, che mi sento un Merlettaio del costume  nel profondo, sono approdato su Twitter più di un anno fa durante la noia di un solito sabato pomeriggio, spinto dal Gay Pride in diretta su La7 e dai commenti ludici che mi si piantavano in testa, i quali dovevano essere estrapolati, plasmati e pubblicati.
Facebook, diventato ormai patria di gattini abbandonati, cani maltrattati, politicizzanti egocentrici, veline in pausa pranzo e cultori del piede smaltato, mi aveva un po’ annoiato e perciò sono diventato chiocciola seguito da nome e cognome, poco fantasioso in realtà ma era un mondo incontaminato e l’abitudine ha avuto il sopravvento.
Cosa ho scoperto?

Che le persone su Twitter sono simpatiche, è bello averci a che fare, entrare di soppiatto in uno scambio di idee non è maleducazione ma atteggiamento conviviale. Se tra due, poniamo Sarinski e La Zitella Acida, si accende una fitta conversazione rosa cipria tra il tortora Chanel e il rouge Dior, io posso immischiarmi come in una partita di rugby al femminile senza che nessuna mi dica “Hey, tu, frociarolo, chi minchia sei?”, domanda che Sarinski farebbe nella vita reale.

È un paradosso che oggi-giorno, parlo come un pensionato in fila allo sportello della posta, si socializza di più su Twitter che al bar del paese dove tutti bevono il bianchino per dimenticare le ultime tasse, la multa di ieri e il lavoro di domani.
Tra followers e following si instaura un rapporto simbiotico per cui tu non esisti se non esiste un altro che ti tira in mezzo, che ti risponde e che sembra interessarsi a quanto scrivi. È come alle feste anni ’60, tutti seduti attaccati alle pareti come soprammobili, le coppie iniziano a ballare e le signorine meno avvenenti sperano di non dover fare da tappezzeria ma ricevere uno straccio di invito almeno dal secchione con l’apparecchio e le ascelle fetide.

Gli snob non esistono.
 O meglio, non possono esistere perché lo snob che snobba è come un cretino che si crede un fisico nucleare, diventa insopportabile e acido come il latte scaduto tempo due tweet, così cancellato, defollowato e marchiato a fuoco. Lo snob vorrebbe rimanere sulle sue, scrivere qualcosa e mai interagire con gli altri.
Tanto per dire.

lunedì 8 ottobre 2012

NO BROWN IN TOWN


"Ma le calze arancioni?" "SENAPE, è un senape!"

“Cosa farai questo weekkkk end?” mi chiedono accentuando la k inverosimilmente americana.
“Tre giorni a Vallombrosa in mezzo alla foresta di abeti, in una casa alquanto umida che ha circa 109 anni, con altre dodici persone tutte appartenenti ai vari rami della mia famiglia, mangiando fino allo svenimento”.
“E tu?”
“Io al Plastic, non vedo l’ora, l’House of Bordello è il mio luogo preferito”.
“Capisco”.
Ecco.
Credo che al mondo ognuno di noi abbia un luogo preferito, il mio sicuramente non è una discoteca dove tutti giocano a chi è più assurdamente peggio vestito dell’altro come non lo è nemmeno il picco disperso di una montagna. Devo ancora trovarlo ma Vallombrosa è sulla buona strada per raggiungere il podio.
Così, una famiglia di cinque persone con un cane di nome Penelope raggiunge altre due famiglie composte da quattro persone per il fine settimana che non veste mondano, non ascolta musica a tutto volume ma chiacchiera e soprattutto, mangia.
“Non si andrà a Vallombrosa senza fare la brace vero?” ha subito chiesto preoccupato mio padre che per la carne ha una sorta di riverenza religiosa.
“Giammai”.
Così il barbecue è stato acceso sabato mattina e spento domenica sera, in piena attività abbiamo rischiato che la guardia forestale annunciasse l’incendio nel nostro giardino, per evitare la denuncia avremmo poi dovuto invitarli a tavola.
Una spedizione punitiva mattutina ha anche decretato lo stato generoso dei boschi, “Andiamo a prendere i funghi”, attività di cui non facevo parte da circa 15 anni, con entusiasmo ho gridato “Vengo anche io!”.
“Con quelle scarpe?”
“Sì perché?”
Le scarpe da barca in un sottobosco umido non sono adatte, dicono.
NO BROWN IN TOWN.

giovedì 4 ottobre 2012

ENZO MICCIO E LE ALZATINE ANTICHE



Un uggioso giovedì pomeriggio rimango assopito sul divano insieme alla mia piccola Penelope, niente televisione, un libro appena finito, nessuna voglia di riordinare la tesi, nessuna rivista patinata nel giro di pochi centimetri.
Avevo voglia di leggere qualcosa di spontaneo, per nulla impegnativo e che mi riportasse alla mente lontani mondi fantastici senza crisi economica, ansia da spread o titanici tassi di disoccupazioni.
Il mio sguardo si posa improvvisamente sull’ultimo “A caval donato non si guarda in bocca”, un libro che mi è stato regalato in anteprima e che a causa dei continui impegni universitari è rimasto vittima della polvere accumulatasi nella camera/ufficio/cabina armadio.
Titolo: CERCANDO GRACE.
Autore: ENZO MICCIO.
Lo so, tanti di voi potrebbe anche storcere il naso. Io no. Niente pregiudizi dal momento che perfino il sottoscritto vorrebbe prima o poi pubblicare qualcosa che non sia autocensurato su questo blog.
Quindi, preso il libro in mano e tolto la copertina patinata sono rimasto a tu per tu con il volume, tra l’altro, un bellissimo colore, carta da zucchero? Grigiastro/azzurro? Enzo, vienimi in aiuto.
L’inizio è molto divertente, si è fin da subito calati nell’ambiente lavorativo di Enzo che alle prese con spose isteriche e ricercatezze nuziali sembra impazzire in minuziosi dettagli sfogandosi con Sara, l’assistente-sempre-paziente.
La vicenda si concentra sul nome di Grace che non è l’ultima amica inseparabile di Paris Hilton o il nuovo reggiseno Intimissimi ma quella Grace che ha fatto storia e di cui si sono contati (ahimè) trent’anni dal giorno della sua improvvisa scomparsa.

lunedì 1 ottobre 2012

MADONNARI VS LITTLE MONSTERS



C’è la crisi economica. Lo sappiamo.
I giovani non hanno voglia di fare una ceppa, perdono tempo su Twitter, tengono blog inutili in cui argomentano su cose inutili, si vestono male, sputano per terra, passano davanti alle anziane signore in fila alle poste, non sanno scrivere in italiano, non si interessano di politica, non leggono giornali e libri ma sfogliano Facebook sull’i-Pad, non accompagnano le madri a far la spesa e non esistono più quelle stramaledette mezze stagioni.
Sappiamo anche questo.
In questi giorni i più discussi argomenti di dibattito sono i seguenti.
La coda per comprare alla mezzanotte di venerdì 28 settembre il nuovo i-Phone e la coda cominciata già il giorno prima per il concerto di Lady Gaga a Milano il 2 ottobre dell’anno del signore 2012.
E se il Signore Nostro Padre Eterno Santità di tutte le Santità ha voluto che l’umanità vivesse senza i-Phone e senza la Germanotta per 2010 anni, ora sembra che non possa più farne a meno.
Tutti devono esprimere la propria opinione su tutto, così i Social Networks non si accontentano di sorridere ad una data sovrascrittura, ma bisogna per forza soffermarsi su ogni e minimo dettaglio, osservare da vicino il fenomeno e, dati alla mano, rompere i maroni finché uno straziato dica “HAI RAGIONE, HAI RAGIONE TU, IL NUOVO I-PHONE E’ UNA COSMICA CACATA” perché ovviamente gli argomenti in questione non sono l’indignazione sociale e la disoccupazione ma il modo in cui un italiano sceglie di spendere i propri e sudati soldi e le seguenti lamentele banali sulla crisi.
Io sono il primo esponente del partito scriviamo-cacate-online e questo blog ne è la prova incontrovertibile, ma quello che non tollero è concedere alle banalità quel gusto di profondo sapere, se parliamo di un i-Phone, tanto per rimanere sull’aggiornato, è divertente fare ironia e scambiarsi battute sarcastiche a riguardo, ed è, a mio parere, assurdo che nascano delle vere e proprie sette di comando pronte a litigare per ore, commento dopo commento.
Così, dallo stesso impulso, nasce la fazione che vede contrastarsi il fan di Madonna, il Madonnaro, e il fan di Lady Gaga che, mi sembra di capire, venga chiamato Little Monster.