mercoledì 18 luglio 2012

IO NON UCCIDO


Nelle occasioni speciali, quelle che contano, quelle in cui le signore sfoggiano il filo di perle e i signori l’orologio da taschino, io faccio lavare e stirare la mia camicia di lino bianco, inforco l’occhiale da sole e porto lo spumante.
Presenzio alla laurea di una persona che supporto (e sopporto) quotidianamente.
Stringo mani a parenti, faccio il fotografo, porto la corona d’alloro e addirittura cucino.
CUCINO.
Voce del verbo CUCINARE.
Nel mio dizionario questo verbo della I coniugazione non esiste, o meglio, non esiste la prima persona singolare, sono gli altri ad essere dediti all’azione, io ignoro, aborro e non condivido questo passatempo.
Mai e poi mai qualcuno alle cene in comunità ha osato dire “Allora io faccio la pizza, tu fai la torta salata” perché il procedimento con cui dal nulla si arrivi a mangiare la torta salata mi è totalmente sconosciuto.
Io sono quello che porta le patatine nel sacchettone in offerta.
L’amico che alla porta ti saluta con un bacio e dice “Ho preso il vino che ci piace”.
Quello che sta zitto quando si parla di ricette e che invece conversa quando l’argomento intavolato prevede le parole “ciclo”, “mestruo”, “mal di pancia” “dolori premestruali”.
Il 17 Luglio 2012 è il giorno in cui qualcuno si è laureato in “------ e produzione del verde”.
Il 17 Luglio 2012 è il giorno in cui il sottoscritto si è presentato a casa di quel qualcuno con un tiramisù fatto in casa.
FATTO IN CASA.
HOME MADE.
LOLLO MADE.
Capito? Io l’ho fatto, io l’ho forgiato con le mie stanche mani, io l’ho accudito come un figlio nella speranza che crescesse senza essere velenoso.
Sì, perché il pomeriggio prima io, essere di grande prestigio sociale, sono volontariamente entrato in quel vano chiamato cucina e ho deciso che avrei elaborato la ricetta del tiramisù senza l’aiuto di nessuno.
Anche perché l’unica persona che al momento poteva aiutarmi era mia madre che inerme giaceva davanti ai film di Rosemunde Pilcher e che non aveva nessuna intenzione di aiutare un figlio in difficoltà.
D’altronde come biasimarla, la ricca signora protagonista del film, immersa in 20mila metri quadri di castello, si stava innamorando del giardiniere spiantato perché il marito la trascurava.
UN DRAMMA ESISTENZIALE.

sabato 7 luglio 2012

LA MORTE DEL DRESS CODE


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“Lorenzo, potremmo avere gratis…”
“Sì”
“Sì cosa?”
Sì a qualsiasi cosa che tu possa ricevere gratis. Un pugno sul muso, due fermate di treno, un po’ di aria condizionata, una camicia che diventerà lo straccio della polvere, una Kinder fetta a latte rubata alla promoter del Carrefour.
Oppure due biglietti per la prima del Don Pasquale a La Scala di Milano.
Il 30 di Giugno io morivo di caldo scrivendo la tesi, gocciolando sui libri di Storia della moda XVIII-XX secolo e indossando un paio di shorts smunti parecchio indecenti.
Alle 18 scocca l’ora X, il momento in cui avrei dovuto vestirmi, dandomi un tono, per andare all’Opera.
Camicia del nonno, pantaloni lunghi con malleolo in vista, scarpe da barca.
E papillon bordeaux.
La prima cosa che ho pensato una volta che mi sono guardato allo specchio è stato:
“Dai, sto abbastanza bene”.
E la seconda.
“MINCHIA SOFFOCO.”
Così, attendendo l’accompagnatore di lino vestito, mi sono sparato addosso l’aria condizionata in tutta la sua ghiacciata potenzialità, qualcosa come 18 gradi centigradi e 16 di escursione termica tra la mia stanza e il resto della casa.
Fuori il deserto dei tartari, mancava la carovana beduina e mi sarebbe sembrato di stare in un film iracheno.
Lo spettacolo iniziava alle 20 e già mezz’ora prima gli scaligeri affollavano la hall e il ridotto. Chi ha detto che si deve andare in un comunissimo centro commerciale per rinfrescarsi dal caldo torrido e usufruire dell’aria condizionata altrui?
La Scala offre un refrigerio divino, incantevole e anche particolarmente chic.
La cultura rinfresca, quindi molliamo quegli stupidi negozi con la musica a tutto volume, le luci al neon e le commesse con le meches albine, torniamo alle origini, all’Opera, ai balletti e ai loggioni principeschi.
Ci accomodiamo in platea e aspettiamo, osserviamo la meraviglia architettonica e il suo contenuto.
Il contenuto in questione è un pullulare di persone, alcune che con il libretto scritto da Donizetti tenteranno di seguire i vari atti, altri che con i-Phone e macchine fotografiche si fanno immortalare sperando di essere invidiati da quelli rimasti a casa.
Un continuo scoppio di flash, nonostante Instagram non funzionasse alcuni non avevano pace.