mercoledì 26 ottobre 2011

Giulia & la Moda


Se mi vedeste in questo esatto istante non mi permettereste mai di parlare di moda.
Mangio poc-corn in modo compulsivo, bevo qualcosa composto al 90% da anidride carbonica e guardo serie tv. Sono nel perfetto mood “Erasmus spagnolo sotto la pioggia”.
Parlare di moda.
Sempre difficile, soprattutto è difficile voler descrivere qualcuno che lavori nel campo minato della moda senza inceppare sempre nelle banalità. Ho descritto personaggi celebri, personaggi della storia della moda e ora ho scelto lei. Giulia.
Chi mi segue conosce quanto ho scritto sulla categoria delle “fashion bloggers” e sa quanto io non segua molto il fenomeno e quanto non me ne occupi personalmente.
Non mi piace il fanatismo in generale e quando vedo ragazze normalissime ostentare una classe che non hanno, allora arriccio il mio naso per niente alla francese e commento.
Giulia questo arricciamento di nasone a patata non l’ha scatenato.
E premetto che questo post non è il risultato di uno scambio pubblicitario tra il mio e il suo blog, anzi, è stata una scelta dettata dal mio gusto personale che elogia il suo. Tutto qui.

venerdì 21 ottobre 2011

MARCO POLO INSEGNA.


“Ragazze ci vediamo domani mattina al corso di catalano”
“Ma sei sicuro che vieni se fai nottata?”
“Ovvio, non voglio che Maria Cecilia la colombiana abbia il sopravvento su Barbie. Ci sarò”.
Difficile mentire sostenendo che la sveglia non è suonata quando in realtà non l’hai nemmeno impostata, quindi tento di rendere produttivo un tranquillo venerdì mattina seguito da un suicidio necessario alla piscina comunale.
Ogni mese l’università di medicina organizza una festa a cui ovviamente noi Erasmus siamo invitati spacciandocela come l’evento migliore su questo angolo di crosta terrestre.
“C’è la gente giusta, la location giusta e costa poco”
Risultato: 12 euro che mi sono rimasti sullo stomaco in quanto questo mese conto anche i centesimi, tra la gente giusta c’era una mezza pazza che con la pancia di fuori inveiva contro un mondo a lei troppo stretto e la location prevedeva due sale di cui una adibita a bagno.
Ma si sa che noi studenti dalle poche risorse economiche ci divertiamo ovunque, dateci uno sgabuzzino, qualcuno di cui parlare male, metteteci “Wannabe” delle Spice Girls e siamo felici.
All’entrata ti assegnano un numero, ti mettono un bollino blu in testa, uno verde se sei single, uno rosso se sei fidanzato. Sembravamo dei Twister tridimensionali.
La ragazza all’entrata subito mi appiccica quello verde.
Cosa avrò voluto dire con quel gesto non richiesto? Che non mi fila nessuno?
Inutile lamentarsi, ci ha preso in pieno.
Una spagnola vicino a me invece pare dubbiosa.
“Verde o rosso?” pensava.
“Scusa ma non c’è un colore a metà tra il rosso e il verde? No perché sai, io non sono fidanzata ufficialmente su Facebook, però sto uscendo con un ragazzo, è una situazione intermedia che non so gestire molto, insomma, è un dramma però io sono felice. Non ti sembro felice?”
Verde.

Dentro inizia la festa. Si balla mentre sul bancone del bar si dimenano due cubiste e un cubista.
Pardon. Ragazzi immagine. Altrimenti è come se dicessi “netturbino” al posto di “operatore ecologico”, dobbiamo rispettare tutte le categorie lavorative.
Insomma, le cubiste indossano anti estetiche lenti con montature scadenti, masticano cicche come i cavalli il fieno e da vicino sono davvero poco attraenti. Poi che cubista sei senza un tribale sul braccio, una geisha giapponese sulla spalla e un unicorno sul fianco?
Meno male che si sono salvate almeno con il piercing all’ombelico, almeno quello.
Una in particolare ha attirato la nostra attenzione perché girata di spalle, appoggiata al muro con le mani, inizia un imbarazzante movimento convulso di fondoschiena e cosce.
Un Tesmed senza elettrodi.
Una di quelle cinghie rassodanti proposte da Mastrota il lunedì mattina verso le dieci e mezza del mattino, tra Mattino Cinque e Forum.
“Ma lei chi è?” ci chiediamo indicando una ragazza cinese con cui il nostro amico italiano cerca di avere una conversazione etno-culturale.
“Ah sì, è una ragazza che studia qui, ha un nome impronunciabile quindi la chiamano Ophelia”
“E perché mai?”
“Non fare domande, piuttosto guarda che bei capelli”
“Non fare domande, piuttosto guarda come balla” rispondo ipnotizzato.

lunedì 17 ottobre 2011

IL DECALOGO DEL BUON LITIGIO

"La devi finire di spremere il dentifricio dal mezzo, PIRLA"

“L’amore non è bello se non è litigarello”.
Questo è uno di quegli insegnamenti che noi adolescenti rincoglioniti dagli ormoni scrivevamo sulla Smemoranda mentre la professoressa di disegno cercava di spiegare come la malattia mentale di Van Gogh abbia influenzato la sua arte. Ovviamente non ci riusciva e si dava alle sedute spiritiche.
Litigare è umano ma implica regole, discussioni in cui ci si dimentica dell’italiano, lancio di piatti e congiuntivi.
“La devi smettere, se io saresti stato tu, non avessi mai agito così” si urla mentre la giugulare chiede pietà e i vicini vorrebbero vedere “C’è posta per te” senza essere disturbati.
Pianti, lacrime e strascico di morti e feriti.
Perché si litiga? E soprattutto, chi ci da la forza di litigare?
Quando si è bambini si discute con la mamma perché si preferisce l’ovetto di cioccolato alla minestra che ci prepara con tanto amore, quando si è adolescenti perché si vuole uscire fino a notte fonda e abbiamo il coprifuoco alle undici e tre quarti. La parola “mezzanotte” fa paura e intimorisce i genitori apprensivi.
E quando si diventa “adulti”? Si diventa ancora più cerebrolesi. Questa è la verità.
Le litigate virtuali poi sono le più divertenti ma anche quelle che ti innervosiscono più della panettiera catalana che non capisce quando le dici “Vorrei una baguette”. Eh sì che ho vissuto in Francia e so scandire bene la parola B-A-G-H-E-T-T.
Prendete due persone, uomo o donna che siano, metteteli insieme e date loro un’occasione per litigare.
Il motivo del litigio può essere: uno sbuffo di noia, una parola non detta, una gelosia inutile.
Date poi loro un computer e il risultato sarà una serie di comportamenti standard.

sabato 15 ottobre 2011

Basta che scrivo

Ciao. E' sabato mattina e non devo fare la pulizie.
Sulla mia scrivania c'è un tornado di oggetti inutili. "Che ci fa lo scontrino del Suma di settimana scorsa?", reperto archeologico di un sfogo nervoso sul cibo.
C'è anche un post it che mi ricorda "POST TARRAGONA" e alla mente mi sovviene che avevo promesso di pubblicare proprio oggi un "articolo" che ho avuto l'onore di scrivere per un altro sito.
Insomma, ad ogni blogger che si rispetti  vengono proposte delle "collaborazioni".
Ovvero:
ti scrivono un'email e ti dicono "Vuoi collaborare con me?".
Alcuni ti propinano imbarazzanti orologi colorati che devi celebrare come fossero la cosa più bella che l'uomo abbia inventato, altri invece ti pensano un "fashion blogger" e ti vogliono spedire a casa la linea di abbigliamento progettata da loro, ti dicono "Il tuo blog è meraviglioso, proprio quello che fa per noi" salvo poi non averlo nemmeno mai aperto. 
Ho sempre rifiutato, non per snobismo ma per mancanza di interesse. Mi sentirei anche a disagio a ricevere a casa regali frutto di lavoro altrui per scrivere quattro banali complimenti su una cosa che nemmeno desta e sveglia la mia passione. Nada de nada.
Qui invece la posta in gioco era diversa.
Il blog Mara l'ha letto, le è piaciuto e ha deciso di coinvolgermi in un progetto molto carino.
Scrivere di viaggi. E far scrivere chi davvero i viaggi li fa.
"Che ne dici di scriverci un articolo sulla Spagna, su Tarragona, d'altronde chi meglio di te può descriverla nei minimi dettagli come meta turistica?". Una collaborazione per cui vale la pena battere i tasti sul computer. 
E infatti questo è il frutto di questa bella proposta.


Godetevelo, sognate questa città che da due mesi mi ospita generosamente.

Un ringraziamento speciale a Mara.

Lollo

lunedì 10 ottobre 2011

MA SEI CRETINO?


Qui lei è vestita come una contadina bielorussa.
 Continua la mia collaborazione con il sito www.pensorosa.it

Prendete un comune esemplare maschio eterosessuale  di 38 anni. Alla meglio è sposato, ha due pargoli che fanno più rumore degli eserciti durante la Guerra Punica, ha una moglie che si è lasciata andare all’entusiasmante Acqua Gym ed è entrata nel trip del costume intero.
Guarderanno insieme la televisione fino a quando alle undici uno dei due crollerà sul divano con la bocca aperta e la bavetta. Tutto molto romantico.
E prendete invece un non comune esemplare di maschio eterosessuale (qui potrebbero sorgere dei dubbi viste le circostanze) sempre di 38 anni che ha un cognome che ricorda un ovino.
Lui è Leonardo di Caprio. Lui è il mio capro espiatorio. [Gioco parole interessante].
Solitamente leggo le colonne mondane di giornali o le chicche scandalistiche su internet, quei trafiletti che fanno bene al cuore dopo aver passato un’ora sulle notizie della legge bavaglino, della guerra in Libia e di tutti gli altri disastri di un mondo che vuole autodistruggere la propria bellezza.

Non devo riflettere sull’ultimo botox di qualche attrice, su quell’abito indossato in occasione del tal premio, dell’ultima sfilata di uno stilista che per me potrebbe tornare a vendere le mutande di Lycra al mercato del paese.
Ecco, in uno di questi momenti di analfabetismo culturale giunge la notizia che Leonardo di Caprio ha detto “TANTI SALUTI” anche a Blake Lively, l’idola delle ragazzine di tutto il mondo, protagonista di Gossip girl, soprannominata “colei-che-starebbe-d’incanto-anche-con-una-palandrana-di-pile-a-colori-fosforescenti”.
Scelta da Karl Lagerfeld come testimonial di Chanel, è quasi la perfezione fatta bionda. È bella, giovane, non sembra una diva mancata e non si crede un’attrice da Oscar, parla come se masticasse sempre un Cheese-Burger ma basta guardare le puntate in italiano così non dobbiamo nemmeno faticare per capire “I’m Serena Van Der Woodsen”. Sono spasimi sonori in realtà.
L’ha lasciata, ha sbolognato anche lei senza tanti complimenti e senza molti convenevoli, non so come quando e perché sia successo, non so se lui è stato delicato oppure le ha fatto scrivere su Skype come un qualsiasi Peter Pan di 38 anni suonati, ma dicono siano rimasti in buoni rapporti. Un modo per tranquillizzare la popolazione planetaria che a causa di questa notizia non dorme sonni tranquilli.
Passo indietro, flashback mentale. La mia mente pensa, soprattutto sotto la doccia.
“Ma Leo, non è quello che ha lasciato anche Bar Rafaeli?” dico impressionato dal mio sapere.
Sei un idiota.

giovedì 6 ottobre 2011

BINGO CATALANO


Alle elementari senza alcun motivo apparente si cantava la canzoncina “Mi chiamo Lola e son spagnola, per imparare l’italiano vado a scuola. Le mie sorelle sono tutte belle..”. Qualcuno dei miei molteplici traumi infantili mi ha fatto dimenticare il resto. Per fortuna.
Io potrei cantare “Mi chiamo Lorenzo detto Lollo, sono italiano e per imparare lo spagnolo mi sono iscritto al corso di catalano”. Lingua che ha dell’incredibile.
Noi Erasmus infatti abbiamo una capacità patriottica oltre misura, così parlando tra di noi e chiedendoci il perché uno debba oltrepassare Alpi e Pirenei per imparare un dialetto troviamo affinità con il nostro linguaggio quotidiano.
“Per imparare il catalano basta andare a Napoli” dice ADG (Antonia detta Giovanna). [Persona da non ascoltare in quanto la sua email è “folletta dei boschi verdi” o qualcosa di simile].
“Molte parole sono simili al milanese” diciamo io e altre due lombarde veraci.
“I numeri si dicono quasi come in francese” sostiene Lucie, raffinatissima parigina.
“Ha lo stesso accento del dialetto che parlo in Romania” conclude Alexandra.
Tutto il mondo è paese, ma non esageriamo.

Il corso di catalano mi piace perché sono l’unico ragazzo e non mi sento ignorante in quanto una povera sventurata ragazza cinese è più imbranata di me. Ho anche notato che utilizziamo la stessa tecnica, quando non capiamo qualcosa (ovvero il 90% di questi rumori intestinali chiamati lingua) sorridiamo e sbattiamo le ciglia. Il sorriso c’è, il movimento compulsivo delle ciglia non lo so perché ha degli occhiali che sono una sorta di binocolo satellitare.
La professoressa è molto simpatica, perlomeno prova a fare qualche battuta nella speranza che venga captata almeno da uno studente su quattro. Probabilità minime, si intende.
Insegna una lingua che non ha una sonorità particolarmente elegante, è un po’ ruspante, quasi gitana. Non ti immagini una delicata signora con il filo di perle che ti parla catalano e ti fa incantare ad ogni sillaba come succede invece con lo spagnolo, il celeberrimo castigliano.
Il primo livello del corso si chiama “di sopravvivenza” e qui già dovevo capire molte cose.  Consiste nell’apprendimento delle regole basilari, banalità del tipo “Come ti chiami?” “Di dove sei?” e “Come facevi a conoscere Tarragona se abiti in una città dimenticata del Messico?”.
Io l’ho dovuta cercare su internet, figuriamoci lei, Cecilia la mia compagna messicana, soprannominata da me medesimo Betty Suarez per una perfetta sincronia con il personaggio televisivo.
In catalano per conoscere il nome di una persona devi chiederli “Chi sei?”.
Ovvero: Chi minchia sei tu che ti palesi ai miei occhi in questo momento?
Non è molto carino ma evviva le differenze linguistiche.
Accanto a me c’è una forte rappresentanza dell’America Latina, c’è perfino Ana Laura, la cinquantenne brasiliana che parla solo portoghese e passa le lezioni con uno zainetto colorato sulle spalle. Madelina la modella rumena è una delle poche europee insieme a me e ad un’altra di cui non riesco a comprendere la provenienza.
“Ha proprio la faccia da polacca” penso. Come minimo è araba.