domenica 29 maggio 2011

Dancing in the dark


Alessandra ingaggiata come sosia della Gaga nel nuovo video di Jovanotti
“Ragazzi, amici miei, cosa facciamo venerdì sera?” scrissi nella conversazione che ho creato su Facebook, conversazione che porta il nome di un famoso locale londinese e che viene ignorata a tutti gli effetti da coloro che invece dovrebbero animarla.
Matty, il manager del gruppo scrive, o meglio impone il suo programma. “Venerdì andiamo al tributo di Lady Gaga”, non un punto interrogativo, né un sorriso compiaciuto. Un ordine. Fra, annuisce, io chiedo e prego che non ci si debba travestire, Giovanni (la grande assenza) sostiene di dover studiare. Di venerdì sera? Giovanni? Spallucce di dissenso.
Quel fatidico venerdì io annientavo la pazienza certosina che teoricamente dovrebbe competere a Matty in quanto “migliore amico” a causa di cocenti delusioni poco amorose, arringavo il mio pessimo tempismo, il mio carattere “Non so cosa voglio ma so che voglio qualcosa senza sapere di cosa si tratti”, i miei sagaci bidoni durante queste ultime settimane.
Nel dubbio ho aspettato a raccontare le suddette questioni a Fra perché nel mio immaginario è una persona profonda, a tratti cinica ma essendo un gran lavoratore non può perdere tempo dietro ai miei drammi quotidiani. Mattia invece sì, tra uno sbuffo e un altro chattiamo quasi tutto il pomeriggio rimbalzandoci consigli non praticabili che facciamo finta di ascoltare e assecondare.

venerdì 27 maggio 2011

Belle Epoque de sta Cippa


Milano, 27 Maggio 2011. il mio karma non era ancora stato abbastanza umiliato, quindi si è optato per un burrascoso temporale nello stesso esatto, preciso momento in cui io decidevo di andare in piscina a sfogare le mie frustrazioni. Il suddetto Karma sta sprofondando in un baratro, si sta inabissando come il Titanic.

Sono giunto da Parma per stare “tranquillo” a Milano, niente di più sbagliato, domani parto per Urbino perché mio padre si è messo in testa che dobbiamo fare una gita culturale, domenica sarò in Umbria a casa di parenti (romani) per una rimpatriata nazionale della mia famiglia. La maggior parte degli invitati non so nemmeno chi siano. Non contento ho deciso di non tornare a Milano perché ho fatto abbastanza danni, ma rimarrò qualche giorno a Roma dalla zia. La sua compassione nei miei confronti è illimitata. Farò tappa ai quartieri alti (nel vero senso della parola) dalla nonna e da qualche amica d’infanzia che ha voglia di ridere delle mie disgrazie amorose.

Quindi se sparirò per alcuni giorni non immaginatemi in Tibet a meditare perché non sarebbe il mio caso, piuttosto immaginatemi a visitare qualche museo romano alla ricerca della pace dei sensi.
In questa settimana milanese, oltre che lavorare, uscire e addirittura partecipare ad un tributo di Lady Gaga, ho trovato le forze per trascinarmi a Como a vedere la bellissima mostra a Villa Olmo “Giovanni Boldini e la Belle Epoque”. Per intenderci, vi consiglio di andare ma dotatevi di ventilatore, scarpe comode e deodorante.
Sono andato da solo, ho preso il treno da solo e da solo mi sono goduto il lungo lago mentre le coppie innamorate mi guardavano e sospiravano per me “Poverino”. Io, trasognato guardavo il panorama e ho esclamato. “Quel ramo del Lago di Como dove la Betta si limona Clooney”. Poesia allo stato puro. Non trovate?

sabato 21 maggio 2011

PORACCIO INSIDE

Questo post ha bisogno di alcune premesse.
PREMESSA 1: sono un poraccio capo e quindi il mio abbigliamento non può prescindere da questa caratteristica intrinseca che domina il mio essere.

PREMESSA 2: non guardate lo sporco indecente del pavimento di camera mia, quei batuffoli di polvere grossi come cocomeri. E’ sabato e notoriamente le pulizie le faccio la domenica, e tenendo conto che domenica scorsa ero ancora a Milano, beh, potete fare le vostre considerazioni. Potete anche insultarmi senza problemi, avete solo che ragione.

PREMESSA 3: ce ne sarebbero solo due ma siccome mi da fastidio il numero pari allora sto inventando parole a caso per riempire questo spazio.

Perché questo look tristissimo? Non ne ho idea. Volevo rendervi partecipe del modo truce che ho nel vestirmi, lo fanno tutti i veri blogger e quindi anche il sottoscritto.
Meglio che mi adopero con l'aspirapolvere

Scarpe cinesi con mucillagine incorporata

Come in un quadro di Renoir, senza riuscirci.
Partiamo dalla paglietta, dal cappellino. Erano mesi che sderenavo (uno dei verbi che invento) i maroni a tutti perché volevo un cappello come si usava all’inizio del secolo XIX secolo, di paglia, da canottiere con la classica banda larga come nei quadri di Renoir e Manet. Estivo, molto elegante e spiritoso. Era l’accessorio parigino per eccellenza e ogni uomo che si rispetti lo aveva nel suo guardaroba estivo. Alla cappelleria storica di Parma non potevo permettermelo perché avrei dovuto vendere parte del mio rene e sinceramente non mi sembrava il caso. Distrutto dall’impossibilità di averlo mi sono rassegnato. Casualmente in un giro di negozi per Milano ho visto questo, a soli 9,90 euro. Mi sono sentito un figo. Nonostante lungi da me esserlo. (Comprato da Tally Weijl, negozio tamarro).

lunedì 16 maggio 2011

Cristinetta la rivoluzionaria

Cristina Trivulzio ritratta da Francesco Hayez
Questo articolo potete leggerlo anche su http://www.pensorosa.it/
Lo dedico a mia madre, Cristina, che in queste ore sta sudando sette camicie aspettando con trepidazione il risultato delle elezioni comunali. Da dieci anni si è buttata in politica. Donna di pugno e fervida cittadina.


Probabilmente avrete pensato che nei miei articoli e nel mio blog i 150 anni dell’Unità di Italia sono passati inosservati. In realtà volevo scrivere qualcosa di diverso, qualcosa di meno retorico, che vi colpisse di più delle solite trite e ritrite.
Abbiamo sentito la storia di Garibaldi in tutte le salse, le vicende di Vittorio Emanuele II a cui ogni città italiana, anche la più minuscola, ha dedicato vie e piazze innalzando stendardi scultorei in suo onore. Giustissimo, re della patria, fautore del sogno di un’Italia, una e unita, uguale da Nord  a Sud. E le donne? Quale ruolo hanno avuto all’interno di questo periodo storico così movimentato da una politica attiva? Sappiamo di Anita Garibaldi che cuciva il tricolore e le giubbe rosse, ma non possiamo relegare le donne all’ago e il filo.
C’è una donna che la storia ha quasi dimenticato, una donna coraggiosa, stoica, lontana da quegli ideali aristocratici che si addicevano all’ambiente in cui era nata. Cristina Trivulzio di Belgioioso, classe 1808. Principessa milanese, colta e aggraziata in sposa ad un truce Enrico di Belgioioso, uno scialacquatore di soldi e di tempo. Ricettacolo di una quantità inimmaginabile di malattie veneree era un uomo debole di spirito che troverà pena in chiunque.
Cristina nacque in una Milano accentrata dal potere degli austriaci, la Milano dai salotti repubblicani, la Milano di Alessandro Manzoni che priverà alla principessa di recarsi al feretro di sua madre Giulia Beccaria. Erano grandi amiche ma il bigottismo dello scrittore non poteva tollerare l’assoluta emancipazione di questa donna così autorevole in una città blindata dal maschilismo e dall’intellettualismo.

lunedì 9 maggio 2011

Di buona famiglia

Per noi nullatenenti in punto di morte bianca per un lavoro che non abbiamo, le riviste patinate sono un’ispirazione ma anche una tortura giappo-cinese. Tutti belli, allegri, abbronzati senza un pelo superfluo in più e in meno, l’addome scolpito, i ragazzi hanno folti capelli, le ragazze magre come un grissino, indossano vestiti da sogno e non hanno le ascelle sudate.
Chi posa al Ritz, chi su una spiaggia brasiliana, mentre noi abbiamo perennemente l’ansia di essere traditi da fidanzati con la memoria a breve termine oppure che un vecchio psicopatico possa rubarci quel rottame arrugginito chiamato ingiustamente bicicletta.
Quante volte vi è capitato che le vostre mamme vi abbiano detto “Che bella quella ragazza, è anche di ottima famiglia”, oppure “Si vede che viene da una buona famiglia”. A me capita spessissimo, io faccio la figura del pezzente incallito, gli altri invece sono di buona famiglia.
Cosa intendiamo per buona famiglia? Nell’omonimo libro di Isabella Bossi Fedrigotti, le due protagoniste appartenevano ad un ceto sociale di grande splendore, avvolte nel loro benessere economico però non erano affatto felici. Infatti le descrizioni dei personaggi sono lugubri e talvolta deprimenti. Per la serie “Avrai anche i soldi ma figlia mia ripigliati che fai una tristezza”.

Le ragazze di buona famiglia nel terzo millennio a mio avviso sono ragazze che odiano fare l’uncinetto ma divorano i classici della letteratura, cucinano poco e niente ma sono impegnate nel sociale. Le vediamo sui giornali, alle feste, alle inaugurazioni dei salotti milanesi, ai vernissage (mica sceme, odiando cucinare si fiondano sui buffet), a volte civettuole, a volte bellissime e con un’allure non indifferente. Hanno nomi altisonanti, cognomi che alludono a grandi casati del passato ma che guardano al futuro cercando di sdoganare l’idea del ricco aristocratico nullafacente.
Ne ho scelte quattro, forse le più note ma anche quelle dal fascino anche misterioso perché non sono le “prezzemoline” della bella società.

giovedì 5 maggio 2011

Dramma su tutta la linea (telefonica)

Ho sempre avuto il timore di essere vittima di un disturbo bipolare. Lo noto soprattutto quando sono colpito da una delle mie sfighe quotidiane, all’inizio pesto i piedi come un bambino a cui la mamma non concede lo zucchero filato, poi urlo come un soldato americano e mi scappa anche qualche lacrimuccia stile cartone giapponese.
Dopo cinque minuti me ne faccio una ragione e porgo alla sfortuna anche l’altra guancia, gesto che sembra apprezzare dato la facilità con cui si ripropone.
L’ultima mia avventura, io parlerei di disavventura, è stata la perdita definitiva, completa, perenne del mio telefono cellulare. “Oh mio Dio Lollo, come hai fatto” “Davvero, e come stai?”. E’ stata dura, una perdita difficile da digerire, una sepoltura degna di un vero imperatore del sacro romano impero. L’ho perso, puff, sparito, svanito nel nulla della pista ciclabile vicino a casa.
Ero in bicicletta, sfrecciavo contento delle mie quasi cento vasche in piscina, mi sentivo tonico e aitante come una comparsa del film Trecento, pedalavo allegro, inconsapevole della tragedia inverosimile che sarebbe accaduta da lì a poco. L’ultima volta che ho guardato il telefono erano le 22.42 di un classico martedì sera di primavera. Chili di pioppi mi si spiattellavano in faccia, migliaia di moscerini nidificavano nella mia laringe ma io canticchiavo beatamente con la musica a tutto volume nell’orecchio.