giovedì 30 settembre 2010

Vecchio stile





















Tempo fa ho scritto quello per me ( e ripeto per me) è un ragazzo ben vestito. Non avevo inserito appositamente un indumento essenziale per ogni armadio, un capo d'abbigliamento senza tempo che con varie modifiche a seconda della stagione può essere portato fin dall'adolescenza. La giacca. Non pensate al serioso doppiopetto del bisnonno che si usa una volta all'anno alla prima della "Scala" (tiratelo fuori per tempo altrimenti la vostra vicina sentirà puzza di naftalina per almeno dieci giorni), ma di una giacca dal taglio classico impreziosita da colori accesi.

La famiglia di mio padre aveva un magazzino di tessuti nel cuore del ghetto di Roma, fondato dal mio trisnonno. Ha aperto negozi di tessuti al dettaglio per capi sartoriali, abbigliamento donna e uomo di Loro Piana, Burbery's & Church's e collaborato con alcuni stilisti tra cui Ferrè e con un giovane Valentino. Parlo al passato perchè ormai l'azienda che portava il nostro cognome si è estinta ma ne rimane il senso estetico e il gusto. Ho ereditato dal nonno e da mio padre moltissimi capi classici creati su misura con i tessuti di famiglia, dalle camicie, alle sciarpe, e una valanga di giacche. Ogni colore, ogni trama, per ogni stagione.


Io le utilizzo solamente in autunno quando ancora si riesce a stare fuori di casa senza subire il freddo polare della Lombardia. Hanno un taglio classico, le ho scelte per i colori e perchè sono quelle che si possono utilizzare di più per facilità di abbinamento. Trovo stiano molto bene con un jeans, con le all star e con una sciarpa che le rende meno "serie".
Sono tutte di lana esternamente, rifinite nel migliore dei modi sia per le cuciture sia per il tessuto molto buono e resistente. Ne ho la conferma ogni volta che le indosso, alcune hanno anche 30 anni e sono perfette.

Ho scelto anche alcune sciarpe, l'unica creata con i tessuti della mia famiglia è quella dai colori violacei, un foulard molto ampio con delle decorazioni raffinate, è la mia preferita per la sua morbidezza. Il segreto è il materiale, 50% seta e 50% cashmere. Ci dormirei abbracciato da quanto è soffice.
Il tocco di classe è la giacca da camera (volgarmente chiamata vestaglia) che uso quando sono malato o sotto esame.

Per quanto riguarda il resto è tutto mercatino dell'usato (la coppoletta grigia di Henry Cotton's), bancarelle di Parigi (la pashmina verde), Zara (la giacca blu), H&M (il portadocumenti marrone) e quello che capitava sotto le mani in questa furia da fashion blogger.


Ho voluto fare queste foto perchè sugli appendini le giacche non rendevano assolutamente. Non amo mettermi in posa e in alcuni scatti il mio imbarazzo è palese. Irene, soprannominata Anne Leibovitz per questo "shooting" ha passato l'intero pomeriggio dietro l'obbiettivo interrompendo anche il respiro per avere la mano completamente ferma. Un amore di ragazza. Cloddy esaminava gli scatti e alimentava la mia autostima già pericolante.

Spero che il risultato vi piaccia. Ci ho messo tutta la mia faccia da schiaffi.

Grazie di cuore a tutti per il solo fatto che passate di qui.


Vostro Lollo.

mercoledì 29 settembre 2010

Questione di stile

Potete, sempre che abbiate tempo da perdere e possiate schiodarvi da polyvore, leggere questo post anche sul bellissimo sito:

http://www.pensorosa.it/notizie-in-rosa/678-questione-di-stile.html

Parlare di stile non è sempre facile. Sentiamo nominare questa parola milioni di volte al giorno, lo leggiamo in neretto su qualsiasi rivista e durante la settimana della moda tutti tentano invano di dare una giusta definizione ma nessuno ci è mai riuscito.
È qualcosa di utopico, qualcosa di indefinibile. Se chiedessero a me cos’è lo stile direi che è un’essenza, qualcosa che fa parte della nostra personalità e come il carattere può essere spiccato o più latente.
Da piccoli ci insegnano a ringraziare con educazione, ad allacciarci le scarpe, ma non come acquisire più sicurezza in noi stessi, non a migliorare il nostro lato artistico e a farne un tratto indispensabile.

Quando giungono alle mie orecchie i consigli di stile di qualche Paris Hilton o pillole di saggezza di una soubrette che si veste come la cubista del Celebrità allora mi spazientisco. Mi indispone questa mania che tutti hanno di parlare di cose che a loro non appartengono minimamente.
Io non sono nessuno per definire lo stile, ma tu con quella gonna di vernice bianca che nemmeno Barbie Rollerblade ha osato indossare tantomeno.
Lo stile và a braccetto con l’eleganza. L’eleganza non è sinonimo di ostentazione, di lusso estremo, di maxi logo a vista o di scomodità sacrificale.
Prendiamo Milano, non a caso visto che è una realtà che vivo quotidianamente. Scoppia la mania Louis Vuitton e tutte, e dico tutte, portano al braccio con la classica posa da “polso slogato” il bauletto. Che sia finto, vero, che sia scomodo, che sia super-inflazionato non importa a nessuno, è un must della stagione e scivola nei piani alti della wish list di ragazzine e donne.
Quella non è eleganza, è essere assolutamente conformisti. Con la stessa cifra, e anche di meno, ci si può portare a casa qualcosa di personale, di più classico e più sobrio. O perlomeno basta cambiare modello, se proprio si deve comprare una Louis Vuitton almeno un minimo di fantasia, basta ance solo un bel foulard.

Posso comprendere l’omologazione, se si tratta di capi classici ed eterni ma ho un ribrezzo interno per l’ostentazione. Mi si chiude lo stomaco, mi bruciano le mani e il cervello produce aggettivi dispregiativi mai coniati.
Un giorno passeggiando per il centro mi sono imbattuto nella classica famiglia “Mulino Bianco senza mulino ma con un Porche Cayenne nero parcheggiato davanti”. Lei impettita sul suo tacco a spillo con un jeans strizzato, bauletto Louis Vuitton in posa appunto “polso slegato”, dietro un metro il marito con la camicia sbottonata fino all’ombelico, che spingeva un passeggino. Fin qui può essere tutto normale. Il problema era proprio il passeggino, tappezzato di “F” di Fendi, pareva l’astronave del cattivo gusto, con un povero bambino ricoperto di stoffa Burberry’s con la forma di una tutina. Tutt’altro che adatto ad un bambino che avrà avuto meno di anno. Posso capire la camicetta con il bordino della fantasia ma immolare mio figlio a sponsor di Burberry’s in giro per la città assolutamente no. Pessimo gusto. Considero questa categoria di persone i classici “arricchiti” che pensano di comprare con il denaro lo stile e la classe, comprano capi firmati in negozi anche esclusivi ma non capiscono che per essere eleganti non è necessario sfoggiare il logo indicato a caratteri cubitali su t-shirt o mutande. Anzi.

Poi peggio dei suddetti ci sono quelli che comprano qualsiasi cosa che sia marchiata a vista, ti sottolineano il prezzo assurdo di un acquisto poco intelligente all’esclamazione “Che bella questa canottiera intima” rispondendo “Dolce & Gabbana, 215 euro, un affare”. Poi magari hanno i debiti fino alle doppie punte ma devono urlare al mondo che hanno soldi come se piovessero.
Al contrario credo sia importante creare un proprio stile, se si è milionari si può contare su uno stilista di grande fama, di charme che sicuramente saprà rendere al meglio il mio buon gusto, se invece si hanno delle risorse più limitate è ancora di più una sfida. Troppo facile vestire bene da Chanel, tanto di cappello invece a chi riesce a vestirsi molto bene spulciando tra mercatini e grandi magazzini. Il buon gusto si può anche alimentare, coltivare negli anni ma è qualcosa di innato, ci si nasce. Inoltre una persona raffinata, di classe è una persona (sempre secondo il mio personalissimo punto di vista) che ha un profondo rispetto verso gli altri, educata e gentile.

Nessuno snobismo, nessuna puzza sotto al naso, tanto fastidiosa quanto inutile. Si comincia dalle piccole cose poi chissà, magari si diventa un’icona di stile e di eleganza come Grace Kelly. Certo è che negli ultimi anni donne del suo calibro si contano sulle unghie di due dita. E probabile che le unghie in questione siano laccate di un fucsia e con disegnati degli smile. Povero Mondo. Povera Eleganza, condannata all’estinzione.

martedì 28 settembre 2010

Alla scoperta della pietra miliare dell'intimo


Un giorno di pioggia Andrea & Giuliano incontrano Licia per caso. No, ho sbagliato. Un giorno di pioggia il sottoscritto viene portato da sua madre presso il tempio dell’intimo, meta di tutte le donne formose o no. Sto parlando di Intimissimi. Un ambiente sobrio, dai colori chiari e con dei Neon che ti fanno scoprire anche dei punti neri che non avresti mai pensato di avere. La commessa gentilissima ci chiede che cosa desideriamo, io la guardo attonito e la nuvoletta sopra la mia testa riportava la frase “Non guardare me che mi sento come la Sirenetta da Pittarello”. Mia madre voleva vedere e provare la fantomatica Coppa C. Ci hanno martellato per mesi con la pubblicità di questo nuovo reggiseno che come minimo deve sfidare la forza di gravità e tenere tutta la mercanzia sospesa nel vuoto. La canzone di sottofondo dice “I still believe in your eyes” ma in realtà quello che canta sicuramente non stava guardando gli occhi di lei. Comunque, la commessa apre questo cassetto delle meraviglie dove sono riposti quintali di reggiseni, pizzi, merletti e fili interdentali chiamati volgarmente perizomi. “Provi questo signora, vedrà come le starà bene”, come se mia madre andasse in giro solo con il reggiseno e magari ci abbina la borsa o le scarpe. Lo prova nel camerino insieme ad altre cinque donne curiose e intimidite e ne esce soddisfatta. Che la magia della Coppa C sia reale? E quella della Coppa A e B? Erano solo prove ufficiose. Mi sono rifiutato di farle provare un body color carne che era un misto tra la guaina del settecento che usavano per le torture e il “vestito” di Beyonce in un concerto. Ne usciamo vivi solo con un paio di reggiseni e qualche slip per me, ovviamente ho scartato quelli con le scritte cubitali sull’elastico. A dir poco atroci. Mentre mia madre pagava io guardavo con aria inquieta strane cose viscide e gommose. “Si chiamano Pesciolini, sono imbottiture”. Dio me ne scampi e liberi.

sabato 25 settembre 2010

Ansia, pioggia, moda & cloro


Questa è una di quelle giornate in cui avresti voglia di ciondolare dal letto al divano in quattro minuti. Fuori il tempo è un mistero, apri la finestra e arriva il fratello dimenticato dell’uragano Katrina, poi quando decidi che andrai in letargo per le prossime 12 ore allora esce qualche sprazzo di sole che sembra dirti “Voglio farti innervosire talmente tanto da prenderti a padellate di ghisa sulla faccia”.

Ho l’angoscia, per cosa ancora non l’ho capito. Ho spedito i documenti per l’immatricolazione all’università, lavoro quasi tutti i santissimi giorni in quella palude africana che chiamano piscina, tra bambini urlanti e mamme iper-apprensive che si appiccicano con la fronte al vetro per vedere i loro pupilli. Sono le classiche mamme che ti dicono “ Guarda Lorenzo, Marika non può fare i tuffi dal blocco perché ha appena lisciato i capelli per la comunione di Giugno e con l’impatto potrebbero subire un trauma”. Il trauma lo subisco io che sento tutte le volte delle scuse indecenti per paura di un qualcosa che non esiste. Come il dramma degli occhialini, vai a far capire ad una mamma che non si può imparare a nuotare con gli occhialini. I bambini farebbero tutto, il problema è la testa dei genitori che vedendo i loro cuccioli con gli occhi un po’ rossi sono pronti con la denuncia in mano. Ci vuole pazienza, tanta pazienza.

Madre Natura però ha peccato di tante cose nei miei confronti, non con la pazienza. Potrei sopravvivere a mamme isteriche, bambine tutte fucsia e lamenti di ogni genere senza dire nulla. Farei spallucce, certo è che la volta dopo esploderei come un pacco bomba alle poste italiane.

La settimana della moda è quasi terminata, sia ringraziato chi di dovere. È uno stress incredibile per me che non ci vado figuriamoci per chi ci lavora. Tutte le location sono in centro, piove, la città è completamente congestionata da taxi da cui scendono ominidi che hanno tirato fuori le cose peggiori che potessero avere nell’armadio. La cosa più divertente è che alle sfilate ormai si trovano persone che in realtà di moda sanno veramente poco. Le bloggers in prima fila, altra immagine che mi lascia perplesso. Con tutti i bravi giornalisti di moda che ci sono in Italia, con tutte le figure più autorevoli ( e non parlo di Nina Moric, o quello che rimane di lei) che possono sedersi davanti, noi mettiamo la blogger vestita H&M che non conosce i meccanismi e le difficoltà che ci sono dietro una sfilata. Non mi riferisco ad una blogger in particolare ma proprio il sistema di pubblicità che infondono. Io non credo che Valentino farebbe una scelta simile per una sua sfilata. Perché non ne ha bisogno, perché non sente la necessità che una 20enne senza molta esperienza nel campo indossi una sua magnifica creazione per fargli pubblicità.

Loro giudicano il senso estetico di un vestito piuttosto che di un accessorio, non parlano mai di tessuti, di vestibilità, di qualità del capo. Bisognerebbe osservare anche quello. Un capo di H&M viene acquistato per la sua versatilità, per il suo aspetto economico. Un capo di Missoni invece meriterebbe una parola in più sul suo manufatto, sulla scelta degli abbinamenti di colori. Queste sono mie impressioni, io non giudico nessuno. Con molta sincerità dico che se fossi stato invitato alle sfilate di Dolce & Gabbana o Dsquared ci sarei andato con molto piacere perché mi incuriosisce l’aspetto creativo che c’è dietro ad una sfilata. Però non avrei mai definito loro come i miei stilisti preferiti perché non sono nel mio genere, non fanno parte del mio essere. Essere sinceri ricambia sempre, d’altra parte si può essere invitati ad una sfilata per osservare, per capire e per ricredersi.

Comunque la metà dei miei contatti Facebook parla di sfilate, mi aggiorna ogni minuto su cosa fa, su dov’è, su cosa ha mangiato, su quale reazione ha avuto vedendo Anna Dello Russo e sul colore della prossima primavera. Eh sì, mentre noi ancora ci scervelliamo e chiediamo l’elemosina per poterci permettere quel cappotto da Zara, qua si parla di ballerine floreali e abitini color pastello. Immagino che anche voi proverete l’ansia descritta nelle prime righe.

Menomale che dopo giorni in balia per la scelta del prossimo libro da leggere ho optato per Dacia Maraini, credo che presto potrò decidere se considerarla la mia scrittrice preferita. Avete un criterio a riguardo? In questo periodo nefasto e triste sono riuscito solo a leggere il libro di Alessandro Cattelan (il veejay di Mtv per intenderci). Simpatico, a tratti divertente. Non diventerà un best-seller Mondadori ma se nella vita state affrontando un periodo storto saprà regalarvi qualche sorriso e qualche smorfia schifata a causa di battute dal tocco poco elegante.

Altrimenti rileggetevi questo blog così almeno rassicurate le mie parole che non vengano dimenticate in fondo a qualche tunnel virtuale.

mercoledì 22 settembre 2010

Le Mille facce di Milano
















Milano è protetta dalla Madunina. Bella, dorata, tranquilla nell'alto dei cieli sovrastando il grigiume di una città inquinata ma felice. Quando ero piccolo e andavo a trovare la nonna Norma in Piazza V Giornate tutti si affacciavano alla finestra perchè sporgendosi un pochino la si poteva ammirare essendo l'ultimo piano. A me era severamente vietato, non potevo sporgermi. Sono riuscito a vedere la Madunina da quella finestra quando ormai la nonna non c'era più e stavamo svuotando la casa dove era vissuta per tanto tempo. Oggi è iniziata la settimana della moda femminile. Siccome non sono stato invitato da nessuna parte essendo uno sconosciuto come tanti altri, non saprò raccontarvi nulla di abiti, scarpe e borse proposte dai vari stilisti. Lo leggerete sui giornali adatti, che sicuramente ne sanno più di me. Io invece, alla faccia di tutti, vi offro una panoramica su chi vive Milano. Chi si diverte sui Navigli, chi passeggia in Galleria, chi popola le feste dove tutti sono invitati senza snobismo. Ci sono anche io, abitante della sua provincia ma Milanese doc da generazioni. Con le mie amiche, con la mia voglia di sorridere percorro e ripercorro le strade trafficate, le urla degli automobilisti & lo stress dei lavoratori sempre di fretta. Colgo l'occasione per ringraziarvi, non potete capire quanta gioia provo nel leggere anche un solo commento, uno solo basta a farmi andare avanti con questo blog che rappresenta un mio piccolo mondo da condividere con voi. Ne sono fiero e vi sono molto grato. Vostro sempre poraccio senza posto numerato alle sfilate milanesi Lollo.

lunedì 20 settembre 2010

Cotto...e bruciato!

Potete leggere questo post anche su questo sito con cui collaboro settimanalmente:

http://www.pensorosa.it/notizie-in-rosa/668-cotto-ebruciato.html

Io quando vedo Benedetta Parodi mi innervosisco. Se ne sta in quel minuscolo angolo di cucina a infornare, sfornare, impastare qualsiasi cosa. “Oggi realizzerò per una prima mondiale la famosissima ricetta segretissima della mia trisnonna, custodita gelosamente in una cassaforte svizzera durante la guerra, per impedire ai tedeschi di impossessarsene e diventare milionari”. Brava, i miei complimenti, la tua trisnonna sarebbe orgogliosa di vederti svelare la sua ricetta, soprattutto ad un pubblico che guarda “Studio Aperto” solo per vedere il seno di qualche velina.
Lei messa tra il sedere di Belen ed un Meteo che si inventano durante una partita a Scala 40. Persino quando era incinta non si è fermata e poco ci mancava che le si aprissero le acque mentre preparava una deliziosa torta allo yogurt scaduto.

Mi fa anche tenerezza, magari lei vorrebbe fare la giornalista seria e professionista invece di svelare ricette a casalinghe annoiate coi bigodini in testa.
Oppure è felicissima così, almeno non deve andare a fare il servizio speciale a Rimini a misurare quanto sono grandi i bikini usati sulle spiagge.
La mia è anche un po’ invidia. Come sempre, è un sentimento davvero nefasto, ti aggroviglia lo stomaco, ti penetra nelle ossa e ti fa odiare tutti quelli che sanno fare qualcosa che invece tu ignori completamente. Come invidio quelli che hanno tanti capelli, un fisico da paura e magari qualche soldo in più così da poter pagare il guardaroba in discoteca senza farsi venire le stalattiti al naso per risparmiare pochi euro. Ovviamente ogni riferimento è puramente casuale.

Io non so cucinare, non è finta modestia, non dico che non so cucinare poi invitandovi a cena vi offro le migliori leccornie di tutta Milano. No, non so cucinare e ignoro qualsiasi legge, trattato, analisi su come bisogna cuocere o rosolare del cibo commestibile.
Per me la pizza è già un piatto prelibato, meriterebbe 8 stelle Michelin solo perché è facile da ordinare e non le inventano un paio di nomi francesi per descriverla.
Non posso mai invitare gente a cena, rischierebbero la paralisi della mandibola a causa della masticazione di un mio pezzo di carne cotto. Così le mie amiche sanno che io offro fornelli quasi vergini, il servizio buono della nonna e un salotto molto grande ma non mi chiedono di avvicinarmi a padelle e pentolini. “Lollo come si accende il forno?” “Ho la faccia di uno che sa usare un forno?”. Non sono affatto viziato, non ho la cuoca a casa ma proprio non mi piace cucinare, non sono capace e rischierei solo di peggiorare la situazione del mio malandato fegato.
A Capodanno mi hanno rivoltato la cucina, io ho sistemato il salone con cura mentre loro usavano pentole e scodelle che nemmeno mia madre ha mai visto e usato in tutta la sua vita.

In effetti ammetto di non essermi mai nemmeno impegnato a imparare, proprio non fa parte della mia indole. Tutti mi dicono che per una persona creativa come me con una discreta manualità sarebbe un gioco da Benedetta Parodi ma io non me la sento. Mi viene l’angoscia quando mi dicono di salare la pasta, figuriamoci cosa potrebbe succedere se mi chiedessero di impanare delle fette di tacchino.
Ci sono poi persone a cui piace cucinare ma che alla fine delle ricette hanno sporcato talmente tante padelle e piatti che bisogna riempire cinque lavastoviglie, poi quelle che cucinano cose semplici con allegria, fischiettando in compagnia di uccellini che zampettano sulla pasta sfoglia. Un po’ come Biancaneve, lei cucina, l’alce stira, la puzzola fa il bucato. Oh che meraviglia la vita del bosco incantato. Ora che inizierò la mia nuova vita da single e studente fuori sede credo che dovrò alimentarmi decentemente se non voglio occupare due posti sul treno, quindi mi rimboccherò le maniche, farò prendere fuoco a qualche grembiulino e brucerò anche le pizze surgelate.

Quando sono stato in Francia per sei mesi ho testato qualche ricetta sempliciotta e poco laboriosa, mi sono stupito anche della mia bravura da principiante ma secondo me era solo pura sopravvivenza.
Migliorerò. Nel frattempo se avete qualche ex-fidanzato fedifrago su cui volete vendicarvi ditemelo, lo inviterò a cena e con una bella intossicazione alimentare risolverò il problema. Potrebbe diventare un nuovo lavoro.

giovedì 16 settembre 2010

Gli essenziali per l'uomo









Sto affrontando un periodo di cacca. Cacca nera per la precisione. Non vedo uno spiraglio di luce, nemmeno quella fioca che proviene dai braccialettini fosforescenti che mia sorella porta a centinaia sul braccio. L'unica soluzione per salvarmi è stare il più possibile fuori casa nella mischia di Milano, nei posti come Bershka dove la musica altissima non ti permette di ascoltare i tuoi amari pensieri. Un'altra possibilità è scrivere montagne di boiate, lo facevo da allegro e da spensierato, figuriamoci allora cosa potrebbe essere il risultato di questo momento. Un best seller, una biografia come quella di Valeria Marini o un romanzo da adolescenti. Potrei diventare il nuovo Moccia, ingrassare 30 chili, disegnare cuoricini sui vetri appannati e scrivere con le "K". Poi il suicidio diventerebbe l'unica via d'uscita.

Oggi scriverò di moda, mi voglio distrarre parlando di scarpe, cappelli. Tutto quello che è giustamente parte del superficiale ma che in questo momento potrebbe salvarmi un'ora di questo giovedì di metà settembre. Avevo scritto degli essenziali per la Donna e come avevo già annunciato spero di vedere quel decalogo appeso nei vostri armadi o sul vostro frigo vicino al maialino che grugnisce ogni volta che aprite lo sportello. Per l'uomo è tutto più difficile. Vero che non soffriamo le pene dell'inferno ogni 28 giorni, che non ci portiamo in grembo un pupo per 9 mesi ma per quanto riguarda l'abbigliamento e la moda dobbiamo solo che subire e darci per sconfitti. Voi donne avete milioni di possibilità in più per giocare su colori, tonalità, dare un tocco di creatività al vostro stile.

Noi invece appena superiamo il limite consentito veniamo fotografati da sciatti in infradito pronti a deriderci all'Osteria da Tonino guardando una partita di calcio della Sampdoria.
Ma io me ne frego, ci gioco, supero il limite e vengo etichettato. Se io voglio mettere una camelia gigante il giorno del mio compleanno metterò una camelia gigante, se voglio indossare un Papillon particolare verrò deriso a Pizzo Calabro o innalzato a Icona qui a Milano. Me ne frego, me ne frego e me ne frego. Detto questo voi maschietti prendete appunti e voi femminucce cercate di captare i consigli e di ottimizzare i tempi di reazione dei vostri partner (io ora piango disperato alla parola "partner").

In fatto di scarpe: Io non ho mezze misure, indosserei tutta la vita solo due paia di scarpe. Ovviamente parlo di modello, nella quantità e nella gamma di colori potrei anche esagerare. Mocassino: alcuni di voi storceranno il naso dicendo che sono brutti, che fanno il piede a banana e che sono da sfigato arricchito. Mai nulla di più stupido potevate dire. Il mocassino è una scarpa eterna, assolutamente impossibile da disprezzare. Io lo indosso dai primi anni della mia vita. Da piccolo mi piacevano un sacco il mio classico paio di Tod's scamosciate blu e quelle in pelle marroni, ero un bambino di buona famiglia e con le idee chiare, ora mi sono rimaste solo le idee. Le indossavo coi calzettoni fino alle ginocchia oppure le arrotolavo fino alle caviglie. Una volta cresciuto e guadagnato abbastanza mi sono comprato le Car Shoe, una sorta di oracolo per la cura con cui le tengo. Soldi sudatissimi ma ben spesi. Colore per eccellenza il Blu, da evitare il mocassino nero, se poi è verniciato mi potrebbe percorrere un brivido lungo la schiena. Ovviamente noi studenti pezzenti che non possiamo permetterci le Car Shoe tutti gli anni possiamo rimediare in giro modelli ben fatti. Occhio alle punte troppo allungate che vi fanno sembrare dei sub oppure a quelle verso l'alto. Non ci chiamiamo Aladino.
Niente fantasmino, niente calzino alla caviglia con pantalone corto. Il pantalone con il mocassino non deve scendere sotto al ginocchio. Personalmente non metto il mocassino con le t-shirt, solo polo o camicie. L'altro paio di scarpe che prendo in considerazione solo le All-star. Le migliori scarpe del mondo, tutti i colori sono ammessi, tutti gli abbinamenti fattibili.

In fatto di calze: Solo filo si scozia, altezza fino al ginocchio. Qualsiasi colore ma non fate come Signorini, niente cuoricini, niente scritte, niente paperelle. Possibilmente abbinarli al pantalone e alla scarpa.

In fatto di abbigliamento: Qui sta il dilemma, le donne si sbizzarriscono noi invece ci pieghiamo all'indifferenza della moda nei nostri confronti. Allora, per i pantaloni possiamo optare per un jeans con cui difficilmente è possibile sbagliare. Il mio consiglio è quello di rimanere nell'anonimato. Andare in giro con una scritta da cartellone pubblicitario cucito sulla gamba non è sinonimo di classe ma di tamarraggine. Comprare jeans fatti a brandelli da un sarto a cui non sono stati pagati gli straordinari tantomeno. Per l'inverno un pantalone di velluto a costine (piccole) un pò aderente blu o bordeaux è l'ideale, di cotone o meglio ancora di lino per l'estate. In estate è concesso il bermuda, lunghezza al ginocchio senza fiori tropicali, donne nude o numeri da giocare al lotto. Le camicie non possono mancare nell'armadio di un uomo o di un ragazzo. Io ci sono nato, da piccolo le odiavo anche se me le facevano su misura e dei colori più belli, ora le apprezzo moltissimo e utilizzo ancora quelle che mi ha lasciato mio Nonno. Fastidiosissima la sensazione di freddo e scomodità quando le infili ma poi ti regalano un non-so-che. Si allaccia fino al secondo bottone, al terzo durante il meraviglioso periodo dell'abbronzatura da spiaggia (le lampade per me non esistono), risvolto alle maniche fino al gomito perchè è di classe e ci rende più sportivi. Io prediligo le righe e non i quadretti, niente camicia nera e quella bianca da utilizzare solo con maglioncino blu e non nero altrimenti vi potrebbero scambiare per dei camerieri. Mai comprare una camicia con il collo a due bottoni. Farsi cucire le iniziali sulla camicia è molto chic ma attenzione alla posizione. Su colletto e polsino è assolutamente da"populino" come direbbe mia nonna. Un modo forzato per farle notare agli altri, la regola è corsivo inglese (o stampatello per i giovani) quarto bottone a sinistra. Polo e t-shirt per tutte le occasioni, qui finalmente anche noi possiamo sbizzarrirci.

In fatto di guanti: Come sapete è una mia grande passione, tutti i colori sono accetti. Il modello più adatto è quello da guida traforato con i buchi sulle nocche, di pelle per l'inverno. Non il nero, assomigliereste troppo ad uno strangolatore seriale.

In fatto di borse: sfatiamo questo mito. Anche gli uomini usano le borse, grandi per andare in palestra oppure piccole per andare a lavoro. Nelle sfilate degli ultimi anni si sono visti molti portadocumenti che sono la versione maschile delle "pochette" utilizzate dalle donne. Sono molto eleganti, anche con uno stile più cittadino e casual. Osate nei colori, rosso tinta unita, trasparente di Muji oppure se siete fotunati come me potrete scovarne uno di Louis Vuitton in qualche mercatino vintage. Sono favorevole anche a sobrie pochette o "bustine" in cui infilare portafoglio, chiavi, telefono. Una cosa che detesto è avere tutto in tasca.

In fatto di sciarpe: Oh, finalmente. Noi uomini non indossiamo cerchietti, collane, orecchini e altri accessori simili. Per questo la moda ha inventato la sciarpa secondo il mio umilissimo punto di vista. Un tocco di colore, un abbinamento con un paio di belle scarpe e qualcosa che ci abbellisce ulteriormente. Io sono il maestro delle "pashmine". Avevo anche un rifornitore abusivo al mercato ma credo che sia stato arrestato. Poverino, ne aveva di bellissime. Comunque, è un capo di cui non si può dire di averne abbastanza. C'è sempre una tonalità, una fantasia che non possiedi e che ti serve necessariamente. Molto belle da indossare con una camicia tinta unita, con una t-shirt o un maglione con lo scollo a "V".

In fatto di papillon: Usateli, con semplicità. Con allegria. Soprattutto per noi ragazzi sono un dettaglio di stile, anche messi con una polo e abbinati ad un paio di All star, io ho scoperto un negozietto minuscolo di Milano che ne ha di tutti i colori e di tutti i generi. Da non farseli scappare. Mia madre me li metteva quando ero bambino, non li sopportavo perchè avevo il collo grosso e mi sentivo strozzare. Ora li comprerei tutti i giorni, e pensare che l' avevo in coordinato con dei bermuda scozzesi, avevo 5 anni, probabilmente adesso mi farebbe da braccialetto.

In fatto di cappelli: altro dettaglio di cui non potrei fare a meno. Panama d'estate, cuffiette di lana con pon pon d'inverno. Borsalino grigio Vintage un must da conservare anche se le occasioni per metterlo sono poche. Niente cappello con occhiali da sole.

Le mie regole servono e non servono. In fondo ognuno fa come vuole e ha ragione. Vestirsi bene non è un'arte di pochi ma nemmeno un dono di tutti. Io compro al mercato, la mia camicia preferita oltre a quella sartoriale del nonno l'ho comprata alla Upim. Il mio primo papillon costa 6 euro. Passo le ore ai mercati vintage e se una cosa è bella e raffinata non è detto che costi per forza un occhio della testa. Mi vesto come mi sento e spero che possa avervi dato delle giuste e simpatiche indicazioni.


Vostro per niente blogger-tantomeno-fashion

Lollo.

martedì 14 settembre 2010

Vogue Fashion's night out: il resoconto






Il Capodanno di Settembre è arrivato e si è dissolto in poche ore. La seconda edizione della Vogue Fashion’s Night Out di Milano prevista per il 9 Settembre è stata un successo. Franca Sozzani, regina incontrastata della città ha dichiarato su Vanity Fair che l’anno precedente aveva paura di ritrovarsi per le strade del quadrilatero da sola in compagnia del Sindaco Letizia Moratti. Paure illusorie se si pensa che in realtà di persone per strada ce ne erano migliaia.
Ci sono andato anche io, l’anno scorso avevo letto la pubblicità su un giornale e incuriosito avevo trascinato le mie fedeli amiche senza sapere troppo sull’evento. Quest’anno invece è stato molto più vario, più colorito e organizzato in grande. Su Facebook le “fashioniste” facevano il conto alla rovescia e avevano una tabella di marcia da caporale dell’esercito. Sapevano già cosa comprare, i vip da insultare e anche dove bere del buon spumante. Per l’occasione alcune si sono preparate un “out-fit” sconvolgente e acquistato una nuova tonalità di smalto, ovviamente Chanel. I negozi coinvolti nella serata sono stati 500 conto i 350 dell’anno prima, ognuno ha organizzato qualcosa per attirare la gente, con deejay, personaggi del jet-set. Corso Vittorio Emanuele II era una specie di discoteca unica, un fascio di luce contornato da perizomi e mutandine che “coprivano” modelle incartapecorite dal freddo.

Da Pennyblack la “fashion-blogger” più chiacchierata di Milano offriva consigli di stile per eventuali acquirenti, in realtà firmava autografi e posava per le foto con ragazzine curiose di questo suo “successo” inaspettato. Mi è stata presentata, assieme al suo ragazzo nonché autore delle migliaia di fotografie del suo blog. Devo ammettere che è stata gentile con le persone che le ponevano delle domande e probabilmente si ingigantisce tutto intorno alla sua figura. Bisognerebbe ridimensionare la situazione, non sta combattendo per la pace del mondo ma ha un blog di moda.
Da Frankie Morello sono stato a trovare il carissimo Yigit che mi ha presentato il suo nuovo ragazzo, di Parigi, gustandomi un ottimo Campari Orange ho sfoderato un perfetto francese e ho respirato l’aria dei Boulevard alberati. L’atmosfera era frizzante e divertente. Ho riso tantissimo quando la deejay Pina con il suo fedele Diego ha improvvisato in vetrina una televendita. L’obbiettivo era convincerci a comprare una coperta creata appositamente da “Frankie Morello” per la serata, il ricavato destinato al Comune di Milano per piantare alberi. L’anno scorso sono stati piantati 500 alberi e 2000 siepi. Una buona causa per una città in cui è difficile vedere un ciuffo d’erba selvaggio.

Continuando il tour dei negozi ci siamo imbottigliati nella stretta Via Montenapoleone, modelli in intimo posavano per le foto con minorenni in piena tempesta ormonale nel negozio di “La Perla”. Da Versace un altro saluto veloce e uno sguardo ad abiti sempre sgargianti e pellicciotti che avrebbero mandato su tutte le furie gli animalisti convinti. Per dieci minuti ho mancato l’espressiva Donatella, è il secondo anno che vorrei constatare da vicino la sua mimica facciale ma non ci riesco. In compenso ho tracannato uno champagne gentilmente offerto dalla maison. Nel negozio di Moschino una maxi borsa con la scritta “I love shopping” in cui posare per un fotografo professionista. Qui ho avuto un incontro molto ravvicinato con la classica milanese cafona e arrogante. Intralciavo il suo cammino perché stavo fotografando un paio di scarpe molto belle, subito innervosita (le stavo facendo perdere 2 secondi del suo preziosissimo tempo) ha digrignato i denti e sbuffato all’amica. Le ho dedicato uno dei miei sorrisi “ Puoi anche insultarmi, io non ti dirò che dovresti schiacciarti quell’orrido brufolo sulla fronte e non coprirlo con chili di fondotinta”.

Per la prima volta sono entrato da Miu Miu, una casa di moda che apprezzo nonostante le cifre da mogli di petrolieri. Il negozio è molto ben allestito, colori caldi e tappezzeria accogliente. La nuova collezione graziosa con alcuni capi color rosa tenue, abitini bon-ton abbinati a colli o cappotti leopardati. Le borse viste in lontananza, un esercito di ragazze impazzite appannavano anche gli occhiali della commessa. Fendi, negozio austero e pieno di loghi ovunque. Zanotti un tempio per il piede sensibile di ognuna di voi. L’anno scorso con una piccola offerta potevi partecipare alla “lotteria” e vincere un paio di sandali a tua scelta. Al piano di sotto un fotografo ti faceva posare regalandoti la polaroid autografata. Questa volta sono arrivato tardi e ancora mi sono perso l’evento nel negozio di Valentino. Volevo sfiorare con mano la bellezza sartoriale dei suoi capolavori.

Si sono fatte le undici e mezza, la serata terminata, commesse stanche dopo una giornata impegnativa chiudono i negozi. La gente resta per strada, ammirando palazzi, scorci di Milano che la notte al chiaro di luna diventano magici.
Si è proposto di organizzare la Vogue Night una volta al mese, credo che non sia necessario. Non bisogna aspettare una serata di questo genere per vivere Milano, è da scoprire in qualsiasi momento della giornata, non devono essere i negozi l’attrattiva principale per portare i milanesi in strada, farli vivere la loro città. Perché è questa, per me, la sfumatura più avvincente di questo evento, Milano, la città che si risveglia dal suo torpore e offre un caldo abbraccio ai suoi visitatori.