lunedì 4 gennaio 2010

Genzano: sul viale dei ricordi


Ho salutato Genzano di Roma per l'ultima volta, un saluto casereccio a base di porchetta e vino rosso accanto al camino in una fredda giornata di pioggia. Il bisnonno Carlo aveva comprato questa villa di campagna ai Castelli romani per potervi passare le domeniche e le giornate di festa con i nipoti e la famiglia. Mio padre racconta che la domenica il nonno lasciava a casa autisti e cameriere, prendeva figli nipoti e nuore, prima la messa, poi il ristorante e infine imboccava a tutta velocità l'Appia Antica. Destinazione Genzano, i nipoti maschi accanto a lui che guidava e le femminucce terrorizzate sedute dietro con la nonna che urlava come una pazza. Una volta arrivati i bambini giocavano nella vigna, il bisnonno offriva il gelato a tutti, compresi i figli dei contadini. Erano tempi felice, doveva essere bellissimo. Io in questa casa ci sono nato, anzi addirittura concepito tra quelle mura. Dalla terrazza che domina la collina si vede il mare se il cielo è sereno e a capodanno vedevamo i botti di tutti i paesi vicini. Era il nostro palco d'onore. Io e mio cugino Tommaso facevamo la lotta con le arance, ci nascondevamo nella tra gli ulivi e d'estate sguazzavamo nella piscina gonfiabile sotto sorveglianza di Nonna Giuliana. Io dormivo nel letto a castello con i cugini nella stanza al primo piano, i miei zii in quella accanto con il bagno foderato e il terrazzino, i miei genitori nella stanza con il lampadario a forma di timone. Faceva freddo la mattina e le scale a chiocciola rimbombavano ad ogni passo, a volte venivano anche i nonni, loro si stabilivano nella stanza al piano terra chiamata la stanza del sughero. Nel giardino è sepolta Maal, il primo levriero afgano della nostra famiglia, io e mio fratello siamo stati addirittura iscritti alla scuola elementare di Genzano prima che mamma e papà decidessero di non trasferirsi in campagna ma rimanere ai Parioli. Quel saluto ad una parte della mia vita per mia madre ha significato svaligiare casa cercando di portarsi a Milano qualche pezzo di arredamento; si è arrampicata sulla scala per tagliare il cordone di un lampadario, sembrava Indiana Jones, impavida e coraggiosa. Quel lampadario non era uno qualsiasi, era il primo lampadario dei miei genitori nella loro prima casa in via Margutta, il loro nido d'amore. Dopo 30 anni ancora stava lì, perfetto ma impolverato, una metafora del loro amore. Mi mancherà tantissimo quel luogo, è capace di estraniarti da qualsiasi dillema, qualsiasi problema svaniva nel nulla. La casa verrà venduta al vicino di casa, lo stesso che ha trasformato l'elegante villa dei miei prozii in una magione di Playboy, fontana con cavallo rampante inclusa. E' uno di quelli che ha la Ferrari, la Porsche, tanti soldi ma neanche un briciolo di classe e raffinatezza. Questa non si compra.

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