sabato 21 novembre 2009

Tantissimi Auguri Irenuccia Mia!


Ehm…gulp…grrr….mmmm…. No, non sono impazzito, non ho ingoiato un almanacco di Zio Paperino. È semplicemente la risposta alla domanda che mi sono posto mentre passeggiavo e rincorrevo Lady Patricia per i viali dell’Orangerie: “ Quale è il primo ricordo che ho della mia carissima amica Irene?”. Vuoto, silenzio. Un tonfo. E non ne è Patricia che nel frattempo si è buttata nel laghetto per inseguire un cigno.

È la verità, non ricordo il momento del nostro incontro, della nostra prima affinità. Eppure è strano, con lei ho condiviso gli ultimi 12 anni della mia vita, non è possibile non custodire nel proprio cuore un episodio come questo. Mi viene da pensare che forse non è stato memorabile il suo avvicinamento, sicuramente lo è divenuto più tardi.

Ricostruendo questi anni di amicizia attraverso foto, lettere, bigliettini mi rendo conto che insieme abbiamo affrontato molte sfide, dalle scuole medie in cui il tasso di tamarraggine poteva comprometterci per il resto della nostra vita, alle prime feste alla cascina cappuccina, dove il tasso alcoolico ci ha compromesso per il resto della nostra vita.

Ci siamo sopportati nonostante i difetti clamorosi di entrambi, la sua testardaggine che potrebbe essere studiata dai migliori psicologi del pianeta Terra, il suo essere tremendamente lunatica e sensibile a qualsiasi variazione atmosferica. Questo suo particolare si scontrava con il mio accentuato lato permaloso, storici i silenzi stampa tra di noi.

Alle scuole medie era la mia compagna di banco, a giorni alterni la ragazza più dolce e sensibile nell’emisfero boreale, altri l’acidità fatta persona, i limoni siciliani in confronto sarebbero stati mascarpone zuccherato.

Una volta sono andato a scuola con una felpa grigia sbrodolata di latte e cacao (ovviamente non era la moda del momento ma una mia svista imperdonabile), ho ancora impresso nella mente lo sguardo inquisitorio della piccola Ire che freddamente mi dice “Ma non ti guardi allo specchio prima di venire a scuola?”.

Erano famosi e ricorrenti i battibecchi su Davide Milani e su chi tra noi due avesse l’alito più asfissiante. La normalità non era di moda a quei tempi, d’altronde da persone che vestivano Energie non ci si può aspettare di meglio.

Anche io come lei alternavo momenti di amore incondizionato nei suoi confronti, come quella volta che rischiavo un brutto voto per suggerirle un esercizio di grammatica durante una verifica. Le ho scritto i risultati su un fazzoletto e quando glielo stavo passando la professoressa Palese sentenzia “ Bises, non avrai mica scritto a Bollettini le risposte sul fazzoletto!”. Non potrei mai fare una cosa del genere, parola di piccolo Lord. Ma per un’amica questo e altro.

Per un certo periodo ci siamo allontanati, fu così che ho creato un partito contro di lei, una mossa alquanto diabolica e in perfetto stile Blair Waldorf, durato come un tiramisù a casa mia. Un battito di ciglio.

Dopo qualche mese Cristiana ci fece rincontrare e in prima liceo io e Irene eravamo già grandi amici, entrambi sopportavamo i grandi dilemmi di Cristiana e le sue telefonate eterne. Domande che passeranno alla storia “ Ma che dici glielo rifaccio uno squillo o aspetto stasera?”. Interrogativi esistenziali a cui nessuno poteva dare una risposta perché qualunque essa fosse, era sempre sbagliata.

Da quel momento non ci siamo più separati e abbiamo affrontato le difficoltà e le felicità della vita insieme, fianco a fianco: la prima sigaretta con successivo giramento di testa, il suo primo amore e lo sfacelo del suo primo amore, l’ho riportata a casa a peso morto dopo una festa in cappuccina guidando la sua bici storica alle ore quattro del mattino, le sue foto con le matite nel naso. Per non parlare della sua voglia di sperimentare nel look: la sua permanente con hennè rosse, i pantaloni a zampa d’elefante con stivale neri a punta, il taglio cortissimo e i sorrisi ferrati a causa di una ferrovia al posto dell’apparecchio. Insieme decidevamo i colori degli elastici. Patetici.

Io e Lisa l’abbiamo aspettata fuori da casa sua non so quanto tempo e non so per quante ore complessivamente, nonostante il vento, la nebbia, il gelo, la bora o la neve eravamo sotto casa sua ogni mattina in bicicletta aspettando che si spegnesse la luce della sua camera. Nel frattempo a scuola era già l’orario dell’intervallo.

Siamo cresciuti insieme, abbiamo compreso le rispettive metamorfosi, l’ho vista diventare una donna intelligente, caparbia, sicura di sé e bellissima. Da quello scriccioletto che condivideva con me quel primo banco sono passati decenni. Irene è una di quelle amiche che puoi non vedere per mesi o stagioni, ma che quando rincontri ci parli come se l’avessi vista il giorno prima. Ce ne siamo fatte tante, ne abbiamo passate altrettante ma la più grande soddisfazione che ho nei suoi riguardi è quella di non averla mai abbandonata, di cercare sempre un pensiero e un istante da dedicarle perché era accanto a me nei momenti più delicati. E voglio starle accanto sempre, un po’ come nel matrimonio, nella buona e nella cattiva sorte, nella ricchezza e nella povertà, con la permanente o con la frangetta.

2 commenti:

  1. Maaa..mi fai commuoveree!
    Grazie tesoro mio!
    Ahahahah! è vero...la mia acidità alle medie era alle stelle! :)
    Eppure siamo ancora qui. Nonostante le mie lune storte e le tue guerre alla Blair Waldorf.
    E ti voglio un bene dell'anima.
    Grazie! Di queste parole nel tuo blog e di essere così. E di esserci stato negli ultimi 12 anni della mia vita. Perchè sei stato fondamentale.
    Ti adoro!

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  2. ma allora è un'abitudine quella di infilirsi oggetti colorati nel naso!!ahah auguri ireeee!
    ottimo lavoro lord!!!

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